Capitolo 22

«No, vengo anche io» disse Ashley.

Stava mettendo il piccolo tablet nel giubbotto insieme a uno scarafaggio. Ormai sapeva come fare.

«Ashley, prima ti ho dato ragione quando dicevi di aver paura. È pericoloso. Mi stai aiutando tantissimo, giuro. Senza di te ci metterei molto più tempo. Ma abbiamo la certezza che lì dentro ci sia qualcuno.»

«E io vengo con te a vedere di chi si tratta.»

«Potrebbe essere Dottor Manhunter. Me l’hai riferito tu quello che ha detto Melanie: lo scarafaggio ha rilevato due persone prima di essere schiacciato. Per quello che ne sappiamo potrebbero essere…»

«Ishigawa e Beatrix. E se è Ishigawa tu sei nella merda sia che io ci sia, sia che io resti in macchina. E io sono inutile sia qui che dentro. Ma se c’è una possibilità su un milione che magari io possa distrarlo per un secondo mentre lo colpisci, o tirare fuori Beatrix o qualunque altra cosa, beh… Quando si combatte contro le probabilità è bene spostarle quanto più possiamo verso di noi.»

Quentin sospirò.

«Non sembri tu. Pensavo che Foxx ti avesse fatto una ramanzina solo perché non hai consegnato quello stupido articolo, non perché non cerchi di farti ammazzare in azione.»

«Se Beatrix è stata rapita è anche colpa mia. Stiamo perdendo tempo.»

«Colpa tua?! Ma tu che c’entri?»

Ashely scrollò le spalle e scese dalla macchina. Non aveva paura. Potrebbe essere lì dentro… Ma anche no, pensò. E si aggrappò fortissimo con la volontà a quel “anche no”.

«Questo non ti servirà», disse Quentin battendo con le nocche sulla tasca in cui Ashley aveva infilato il tablet. «E questo neanche, spero. Però prendilo.»

Le diede un apparecchio nero grande quanto un telecomando. Per non destare sospetti nella strada, sempre più animata, glielo fece scivolare in mano nascosto da una falda dell’ampio cappotto.

«Cos’è? Spara raggi al plasma? Una spada laser?»

«Un taser. È regolabile e fa un paio di altre cosette, ma lascialo così com’è. Se dovesse servirti, e Dio non voglia, premi forte, contemporaneamente, i due pulsanti ai lati.»

Ashley lo mise nella tasca del giubbotto in cui non aveva il tablet e sbirciò dentro. Sembrava proprio un telecomando. Sulla superficie piatta c’erano un pulsante e una rotella. Su uno dei due lati lunghi spuntavano due piccole antenne. Lateralmente i due bottoni a cui aveva accennato Quentin. Aveva immaginato che i taser fossero più grandi.

«Non mi servirà, vedrai.»

Non sapeva neanche lei da dove le derivasse quella sicurezza.

Come prima, fecero il giro dell’edificio e arrivarono alla cancellata sul retro. La stradina secondaria era sempre deserta e loro non parlavano, come se le orecchie di Ishigawa potessero nascondersi fra le sterpaglie del giardino abbandonato. Questa volta Quentin non si curò di rovinare il cappotto e scivolò fra le sbarre arrugginite.

Adesso vedremo il risultato di tutte quelle patatine fritte, signorina Campbell, si disse Ashley mentre si piegava per attraversare l’inferriata.

Quentin era girato di verso lei. Quando metà del corpo era già passato, sentì che il seno non sarebbe riuscito a passare e sarebbe rimasta bloccata lì. Il primo pensiero di Ashley, però, non fu la paura.

Che figura di merda…

Va bene morire durante un’azione, poteva capitare, ma così, con il corpo incastrato a metà fra due sbarre, sarebbe stato davvero ridicolo. Ma non si bloccò. Il giubbotto si sporcò di ruggine, però nel giro di un secondo Ashley era nel giardino. Quentin annuì e le indicò l’ingresso con un gesto del capo.

La porta posteriore della villetta, per quanto chiusa, era appoggiata solo leggermente ai cardini e a malapena chiudeva l’ingresso. Per Quentin, prima, non era stato un problema farci scivolare sotto lo scarafaggio. Si girò verso di lei, appoggiò un dito alle labbra e le fece cenno di fare silenzio.

Doyle lanciò un altro sguardo alla strada e appurato che fossero soli impugnò la pistola. Spinse la porta più piano che potè e questa ruotò sui cardini sbilenchi cigolando lievemente.

Ashley notò una cosa che l’aveva già colpita la prima volta che aveva visto Quentin nel pub e durante lo scontro con Ishigawa nella sua casa: non appena impugnava la sua arma sembrava avvenire in lui una trasformazione. Non avrebbe saputo definirlo, ma quel ragazzino dalla voce insicura e dalla faccia liscia da bambino sembrava diventare improvvisamente un uomo. Lo stesso successe in quel momento.

Quentin esplorò con lo sguardo la stanza d’ingresso puntando la pistola davanti a sé con gesti metodici, studiati, ripetuti centinaia di volte. Sapeva esattamente dove guardare prima, quando avanzare, come esser certo che nessuno si nascondesse negli angoli, dove muoversi, quando aprire di più la porta con la spalla. La parola che le venne in mente fu “professionista”. Quando Ricardo aveva detto che Quentin era un tiratore formidabile, Ashley aveva pensato che lo prendesse in giro, uno scherzo fra amici. Ora non lo metteva più in dubbio, però. Quando le fece cenno di avanzare lei si sentì sicura.

Entrando nella casa dall’esterno, dove il gelo della mattinata le faceva bruciare il viso non appena usciva dalla macchina, Ashley avvertì un’ondata di calore. L’aria era pesante, però, sapeva di umido, di legno marcio e polvere. Le assi sconnesse con cui erano state sprangate le finestre proiettavano all’interno lame di luce nelle quali danzavano copiosi granelli di pulviscolo. Gli occhi di Ashley si adattarono subito alla penombra.

Per terra, su un pavimento in legno grezzo e irregolare coperto che gonfiato in più punti dall’umidità, era abbandonata ogni sorta di rifiuto: cocci di bottiglie, giornali lacerati, un pantalone strappato, una collezione di vassoi in alluminio che un tempo avevano contenuto del cibo che ma che ora ospitavano solamente dei grumi di muffa.

I vaghi rumori della strada scomparvero quasi non appena la porta si richiuse alle loro spalle cigolando vagamente. Le assi del pavimento scricchiolavano ad ogni loro passo, ma appena si fermavano scompariva ogni rumore.

Entrarono nella stanza successiva, più grande. Tre grosse finestre chiuse facevano filtrare abbastanza luce da illuminarla tutta. Un tempo doveva essere stato un salone. Anche quella stanza era infestata da ogni tipo di detrito e sporcizia. In un angolo era appoggiato un materasso sfondato basso e lercio su cui si allungava una lunga macchia bruna. Al centro della stanza era abbandonato il coperchio di un bidone dell’immondizia in metallo che ospitava un cono di cenere scura e pezzi di legno bruciato. Alla loro destra una scala portava sul ballatoio del piano superiore sul quale videro aprirsi tre porte.

Quentin avanzava sicuro spostando di continuo la pistola contro nemici invisibili. Ashley era pochi passi dietro di lui. Impugnava il taser con entrambe le mani. Ogni tanto doveva ricordarsi di respirare. La tensione e la necessità di non fare rumore le facevo trattenere il fiato più a lungo di quanto potesse.

Il pavimento di legno al piano superiore cigolò. Ashley non era certa di averlo sentito davvero o se il rumore proveniva dai passi di Quentin davanti a lei, ma il fatto che lui si fosse girato all’improvviso verso le scale puntando in alto la pistola le diede conferma che aveva intuito bene la direzione da cui proveniva il rumore.

Quentin si girò rapidamente verso di lei per indicarle con un gesto del capo il piano superiore. Ashley notò che aveva il viso completamente bagnato di sudore. L’aria nella casa era soffocante e anche lei sentiva ciocche di capelli che le si appiccicavano al volto.

Quindi c’era davvero qualcuno. Si chiese da dove le fosse arrivata quella sensazione idiota di sicurezza che aveva fino a prima di entrare in casa. Lo scarafaggio aveva rilevato due fonti di calore e una di esse aveva schiacciato il dispositivo. Due persone. Una poteva essere Beatrix. L’altra, un mostro che sarebbe potuto piombare su di loro in qualunque istante senza che se ne rendessero conto. Aveva visto Dottor Manhunter schivare le pallottole, non sarebbe stato fermato da un taser nelle mani di una persona che non era neanche certa di saperlo attivare correttamente.

Salirono le scale più lentamente che potessero per evitare di farle cigolare più di quanto non facessero. Quentin la precedeva di due scalini. Spostava velocemente la pistola da un ingresso all’altro di quelli che si aprivano sul ballatoio. Le porte di tutte e tre erano state rimosse, forse per accendere il fuoco di cui avevano visto i resti nel piano inferiore.

In cima alle scale Ashley vide lo scarafaggio schiacciato. Chi l’aveva distrutto non si era neanche reso conto che si trattava di un insetto robotico e il congegno ad alta tecnologia era stato abbandonato lì con le zampette dritte e la testa metallica staccata di parecchi centimetri dal resto del corpo. Una delle zampe continuava a scattare ritmicamente in un pietoso spasmo meccanico.

Erano sul ballatoio. Quentin le fece cenno con la mano di stare ferma e si avviò verso la prima stanza. Lei sentiva i muscoli del collo farle male per la tensione. Continuava a spostare lo sguardo fra le spalle di Doyle e gli altri due ingressi temendo quello che sarebbe potuto uscirne all’improvviso. Si asciugò rapidamente la mano sul jeans perché il sudore le rendeva difficile impugnare saldamente il taser.

Con la coda dell’occhio vide Quentin scomparire. Si girò verso la porta che stava iniziando ad esaminare e per una sola frazione di secondo vide una figura passare davanti all’ingresso. Udì un tonfo e Quentin ansimare. Senza pensare si precipitò nella stanza girandosi immediatamente verso il lato dove aveva visto muoversi l’ombra.

Quentin era a terra con il cappotto che gli si allargava intorno. A cavalcioni su di lui vide un uomo dalle spalle secche con il braccio sollevato e la mano chiusa in un pugno. Aveva un maglione in lana logoro e stracciato e una grossa chiazza di alopecia fra i capelli già scarsi.

Decisamente non era Ludwig Ishigawa.

L’uomo di spalle abbassò il pugno per colpire Quentin, ma lui fu più rapido e gli bloccò il braccio con la mano sinistra soffocando un urlo. Nella destra impugnava ancora la pistola. Ashley puntò il taser verso la schiena dell’uomo a pochi passi da lui ma non fece in tempo a schiacciare i due bottini.

Sentì un urlo alla sua sinistra. Le assi del pavimento tremarono sono i pesanti passi che le si avvicinavano. L’istinto la fece girare verso l’origine del rumore. A un metro da lei un altro uomo, con la mano alzata chiusa a pugno intorno a qualcosa di luccicante, correva verso di lei pronto a colpirla.

Ashely cercò di saltare di lato, ma appena allungò il piede inciampò nella gamba di Quentin. Perse l’equilibrio e andò a sbattere contro lo stipite della porta. La mano dell’uomo passò a pochi centimetri dal suo occhio. Impugnava una siringa.

Dietro di lei sentì il rumore di un pugno e udì un grugnito. L’uomo che la stava assalendo, sbilanciato in avanti, non era riuscito a fermarsi in tempo e aveva attraversato la porta. Ashley strinse più forte che potè il taser, lo puntò davanti e sé e con un balzo si portò sul ballatoio. L’uomo era sbattuto contro la balaustra di legno marcio che si era piegata in avanti sotto il suo peso, ma non aveva ceduto. L’uomo fece un passo indietro e iniziò a girarsi. Alle spalle di Ashley avvertì un altro colpo e un urlo che non riuscì a distinguere.

L’uomo guardò Ashley da sopra le spalle con un’espressione feroce. Anche lui era magrissimo, gli occhi acquosi contornati da occhiaie profonde. «È nostra!» ringhiò.

Ashely non aveva idea di cosa parlasse, ma non le interessava scoprirlo. Si riferiva alla casa abbandonata? Potevano tenersela. Stava per sollevare una gamba per tirargli un calcio, ma si bloccò. Non era certa di arrivarci e se anche l’avesse colpito l’avrebbe mandato giù dalla balconata. Non era un’assassina. Piazzò meglio il piede per terra e premette con forza i due pulsanti ai lati del taser. Un scintilla saettò fuori dall’arma.

Il viso emaciato del ragazzo si illuminò per una frazione di secondo. Guardò stupito i due sottili cavi paralleli che gli erano passati affianco al viso. Si erano conficcati nel soffitto di legno, un metro sopra di lui. L’aveva mancato.

L’espressione con cui si rigirò verso Ashley era ancora più selvaggia. Sollevò nuovamente la siringa sopra la sua testa e si buttò in avanti per recuperare l’equilibrio e allontanarsi dalla balaustra. Ashley buttò in terrà il taser, ormai inutile, e provò a fare un passo indietro per rientrare nella stanza, ma si trovò con le spalle alla parete. Era del tutto disarmata.

Sono due drogati, pensò. Solo due drogati. Stava rischiando moltissimo, per poco non aveva perso un occhio o preso chissà quale malattia, ma era pronta ad essere uccisa da Ishigawa e invece si trovava davanti un “nemico” macilento ma pronto a scagliarsi contro di lei con una furia irrazionale. L’istinto le suggeriva di urlare qualcosa come «Tenetevela pure la vostra tana di merda! È un equivoco, non è voi che cercavamo!», ma il ragazzo stava flettendo gli scarsi muscoli pronto ad attaccarla.

Si buttò di lato. La siringa si schiantò contro il muro nel punto esatto in cui c’era la sua testa pochi istanti prima. Con la coda dell’occhio vide l’ago saltare e brillare nella luce polverosa della casa. Spostandosi aveva sentito qualcosa nella tasca del suo giubbotto strusciare contro il muro. Il tablet.

Lo tirò fuori e cercò di tenerlo stretto quanto più poteva. Era liscio e lei aveva le mani sudate per l’aria soffocante e l’adrenalina che le correva in circolo. Lo afferrò con entrambe le mani e lo sbatté con tutte le sue forze contro la testa del ragazzo. Lo prese di taglio con il lato del dispositivo.

Sentì il rumore di qualcosa che si frantumava. Per un istante pensò che fossero le ossa del drogato, ma poi il vetro il tablet esplose in una pioggia di frammenti. Le dita scivolarono e sentì distintamente le lame di vetro che le entravano nella mano. Al ragazzo, però, era andata peggio. Il colpo gli aveva fatto sbattere il naso contro la parete. Sulla tempia, dove era stato colpito, si era aperta una ferita sottile dalla quale usciva copiosamente un rivolo di sangue. Stava scivolando a terra, privo di sensi.

«Siamo della polizia, idiota!» urlò Quentin ansimando nell’altra stanza.

Ashley boccheggiava cercando di riempirsi i polmoni dell’irrespirabile aria rarefatta della casa. Lasciò andare il tablet sporco di sangue a terra.

«Quentin?» chiamò con un filo di voce.

«Stai a terra!» urlò lui con un’autorità di cui Ashley non lo credeva capace. «Se vedo muovere un muscolo giuro che faccio fuoco.»

Ashley lo vide arrivare nel ballatoio mantenendo la pistola puntata verso l’uomo che immaginò essere sdraiato a terra.

«Quentin… L’ho ucciso?»

Lui si abbassò in ginocchio e, senza spostare la pistola tastò il collo dell’uomo.

«No, è vivo. Devo ricordarmi di non farti mai arrabbiare, però. Di’ a Queen di mandarci un’ambulanza. Subito.»

Ashley rifiatò. «Il tablet è andato, temo.»

«Hm. Raccogli tutto, tablet, scarafaggio. Non lasciamo nulla.» Tornò nell’altra stanza.

Lei portò due dita all’orecchio, ma l’auricolare era andato. Doveva averlo perso durante la colluttazione.  Si guardò intorno senza individuarlo. Diede un occhio alla stanza nella quale erano stati aggrediti per controllare se le fosse caduto lì. L’odore di rancido e di fumo l’aggredì. In un angolo c’era un fornellino da campo acceso fra un materasso e una pila di cenci. Quentin teneva fermo l’uomo con la faccia a terra e gli stava legando le braccia dietro la schiena con la cintura del suo trench. L’auricolare non era neanche lì.

Uscita dalla stanza si sporse verso il piano di sotto e la sua attenzione venne catturata da una luce blu intermittente. Recuperò taser, tablet rotto e i pezzi dello scarafaggio e scese per andare a prendere l’auricolare. Si attivò immediatamente non appena lo infilò nell’orecchio, evidentemente la luce significava “chiamata in entrata”.

«Campbell? Non riuscivamo a metterci in contatto con te e Doyle.» Era Melanie Queen.

«Ci hanno aggredito. Due sbandati. Li abbiamo messi fuori combattimento. C’è bisogno della Birra, però.»

«La birra? Non credo che in questo momento la cosa più opportuna…»

E questo è quello che succede a voler far vedere che sei integrata nel gruppo più di quanto tu sia. Con Melanie, poi che deve avere il senso dell’umorismo di un frigorifero. Brava Ashley, bella figura di merda.

«Un’autoambulanza. Uno è messo male. Non erano Beatrix e Ishigawa, comunque.»

«Lo sappiamo. Li ha appena individuati FF-98. La squadra Anthurium è già diretta lì. È nella vostra zona, però.»

«L’abbiamo trovata?! Andiamo. Passo e chiudo. Quentin!»

«Questo idiota non ci darà più fastidio», urlò affacciandosi dal piano di sopra. «Che succede?»

«Beatrix. L’ha trovata… FF-98?»

«FireFly-98. L’abbiamo posizionata poco fa. Corriamo.»

«Qual era?»

«La clinica veterinaria.»

Oh…

Capitolo 21

Quentin parcheggiò l’automobile in una stradina di una zona periferica di New York che Ashely non conosceva. Davanti a loro campeggiava un edificio malmesso con le persiane alle finestre di legno marcio. Era una villetta a tre piani con un giardino nel quale le erbacce avevano inghiottito ciarpame arrugginito di ogni tipo. Tutta la facciata era ricoperta da graffiti colorati eseguiti sul cemento rovinato.

Ashley si girò verso la palazzina e abbassò un po’ il vetro dello sportello. «Quello è il primo edificio?»

«Sì, esatto.»

Quentin si girò e recuperò lo zaino appoggiato sul sedile posteriore. Ne estrasse un tablet e un paio di scatole grigie. Da una delle scatole tirò fuori un apparecchio nero opaco lungo un dito. Sembrava un insetto metallico. Se lo rigirò fra le mani passando un paio di volte lo sguardo dal congegno all’edificio.

«Cos’è quell’affare? Sembra uno scarafaggio.»

«È uno scarafaggio. Lo chiamiamo proprio così. Il nome tecnico sarebbe Bee-tee.»

«Ehm, ok. E cosa fa? Come ci aiuta a ritrovare Beatrix? Quentin, io non so niente, non mi è neanche chiaro esattamente cosa dobbiamo fare. Melanie Queen ha trovato i cento edifici in cui ritiene più probabile che ci sia Beatrix e noi dobbiamo controllarne cinquanta, giusto?»

«E la squadra di Felicia, intanto, sta controllando gli altri.»

«Ma… Se troviamo Beatrix non c’è la possibilità che ci sia anche Dottor Manhunter? Voglio dire…»

Doyle sospirò profondamente. Cercava le parole adatte.

«Hai paura ed è giusto che tu ne abbia. Quell’uomo è pericoloso. Dobbiamo solamente raccogliere informazioni per Melanie e inviargliele. Se dovessimo trovare qualcosa di anomalo, Foxx manderà immediatamente la brigata d’intervento.»

«Okay…» disse Ashley con voce titubante.

«Ma?»

«Non fraintendermi… Probabilmente non ho capito bene tutta la situazione. Per quanto ne sappiamo questo uomo letale che ammazza dodici persone in due secondi o qualcosa del genere, potrebbe essere in quell’edificio e… Insomma, com’è che si chiama, c’è la brigata, no? La brigata d’intervento, sono le persone di Felicia, Martin e gli altri che sono entrati a casa mia. Loro sono soldati, giusto? Mi è sembrato di capire così. Voglio impegnarmi, fare la mia parte e non c’è nulla che desideri di più di aiutare Beatrix, ma…»

«Ti stai chiedendo cosa ci fai qui?»

«Sì. Sì, esatto. Con tutto il rispetto, ma cosa possiamo fare io e te se lì dentro c’è davvero quel pazzo? Quentin… Io a che servo qui? Metti che entriamo nell’edificio, apriamo la porta e lì dentro c’è Ishigawa. Gli lancio dei fogli di carta con una mia storia sui vampiri scritta sopra?»

Doyle esitò. «Ok. È come dici tu. Se lì dentro c’è Ishigawa io e te siamo nei guai. Ma il punto è che noi non entreremo lì. Il tempo è un fattore chiave ed è per questo che ci siamo divisi in due squadre. Vedi lo scarafaggio?»

Quentin si posò l’apparecchio elettronico sul palmo della mano. «Dobbiamo solo piazzarlo e lasciargli fare il suo lavoro. Non so se hai presente quei robot casalinghi che girano, ruotano e spazzano i pavimenti. Gli scarafaggi fanno questo. Esplorano l’edificio per scovare tracce di quello che gli dici di cercare. Nel nostro caso, tracce biologiche. Persone. Se esplorando l’edificio avvertono calore o dei suoni, fanno scattare un allarme e lo comunicano a Queen.»

«Va bene. Quindi dobbiamo solo posare quei cosi vicino ai nostri cinquanta edifici?»

«O lui, o le lucciole. Le lucciole sono simili agli scarafaggi ma volano. Sono dei micro-droni. Li facciamo entrare nell’edificio da una finestra e loro iniziano la ricerca. In macchina ne abbiamo abbastanza. Se dovessero servire, abbiamo anche un termoscanner e un microfono direzionale.»

«Mi sembra ancora di più di essere in un telefilm di fantascienza. Non abbiamo anche un robot corazzato che possa affrontare Dottor Manhunter sparando raggi laser dagli occhi?»

Quentin rimase serio. «No, quello è in uso esclusivo alla brigata d’intervento, ma è poco corazzato e non ha raggi laser. Si chiama Mickey. Ricordami di fartelo vedere.»

Ashley arricciò il naso. «Mi stai prendendo in giro, vero? Ok, non voglio saperlo. Non possiamo perdere tempo, piazziamo lo scarafaggio, va bene?»

Quentin annuì. Ripose la scatola vuota nello zaino e fece per uscire.

«Non affezionartici troppo a questi giochini, però. Costano un occhio della testa e sono fragili. Immagino che Foxx abbia fatto carte false per metterceli a disposizione. Ed è solo perché c’è Beatrix di mezzo.»

«Non mi sembra che la BEE abbia problemi di soldi»

«Non si tratta di soldi, è che da Boston hanno iniziato a fare le pulci su qualunque mossa o spesa del nostro Alveare qui a New York. Ci stanno col fiato sul collo. Si tratta di politica. Ti sembrerà assurdo, ma neanche una società come la nostra è immune dai giochetti di potere.»

Scesero dall’auto. Nella stradina passavano poche macchine. Un ragazzo in calzoncini, nonostante il freddo dell’inverno, passò facendo jogging. Fecero il giro della villetta cercando un ingresso. Il lato posteriore, chiuso da una cancellata, dava su un giardino che conduceva a una porta di servizio. Notarono che un paio di sbarre della grata era state piegate.

«Dici che ci passiamo?» chiese Ashley.

Quentin si guardò intorno. Il retro dell’edificio dava su una strada in cui in quel momento non passava nessuno. «C’è solo un modo per saperlo. Reggi.»

Doyle si levò il cappotto e lo passò ad Ashley. Era magro e alto solo pochi centimetri più di Ashley. Scivolò senza problemi fra le grate. «Aspettami qui, ok?»

Quentin si avviò attraverso le erbacce alte e umide verso una porticina di servizio in legno.

Ashley si guardò le gambe e il cappotto che si gonfiava dal seno. Non lo aveva mai avuto così grande. Si chiese quanti chili avesse preso negli ultimi mesi a forza di mangiare cibo spazzatura, pranzare quando le capitava e in generale vivendo senza orari. Era arrivata a New York piuttosto magra, come era sempre stata. Pensò al fatto che probabilmente Quentin le aveva detto di aspettare lì dov’era perché aveva intuito che lei, in quelle grate così strette, non ci sarebbe passata. In realtà, un po’ più in carne, si piaceva di più. Prima, nel bagno dell’Alveare, davanti allo specchio aveva pensato che il viso le era diventato più dolce e morbido. Sapeva di non essere bella quanto Beatrix, ma magari…

«… la scarafaggio, Ash!» Quentin la strappò ai pensieri nei quali si era abbandonata. Era tornato indietro. Parlava bisbigliando, ma quella zona sembrava davvero deserta. «L’ho scordato, è nella tasca del cappotto. Dovrei riuscire a infilarlo sotto quella porta. Ha tutte le assi sconnesse.»

«Sì, scusa.»

Ashley frugò nella tasca e gli passò l’apparecchio. Il ragazzo premette contemporaneamente un paio di pulsanti sui lati del dispositivo e spuntarono fuori sei esili zampette meccaniche che presero ad agitarsi.

«Che schifo… Sembra davvero uno scarafaggio. Non potevate dargli un’altra forma?»

«Gli scarafaggi si sono evoluti nel corso di milioni di anni per essere rapidi, resistenti e capaci di infilarsi ovunque. È esattamente quello che ci serve che facciano i Bee-tee. La natura ha già fatto tutto il lavoro per noi, bastava copiarlo!»

Doyle si allontanò di nuovo, si inchinò nei pressi dell’ingresso sbilenco e dopo qualche secondo era di ritorno.

«Tutto qui?» si stupì Ashley.

Quentin si infilò di nuovo fra le sbarre e prese il cappotto.

«Mi spiace che tu sia delusa. Se vuoi bussiamo, magari salta fuori Ishigawa da una finestra e ci pianta un bisturi a testa nell’occhio.»

Ashey gli diede un pugno scherzoso sul braccio.

«Meno quarantanove, quindi?»

«Meno quarantanove.»

«Chissà se la squadra di Felicia sta procedendo più speditamente di noi. Mi stavo chiedendo: quante sono le persone della brigata d’intervento? Nell’Alveare di New York, dico. In tutto.»

«Hm, al momento una quindicina. Mi sembra quattordici, per la precisione.»

«E quanti sono nell’altra macchina in questo momento?»

«Sono in tre. Girano in un furgone.»

«Ok. Scusa se insisto, ma se la persona a cui stiamo dando la caccia è così pericolosa, non avrebbe avuto senso mandare due squadre di loro, dei soldati dico, a piazzare gli scarafaggi? Anzi, per fare prima, non avrebbero potuto mandare ancora più squadre e dividere i cento edifici in tre o quattro gruppi?»

Quentin la fissò negli occhi per un attimo senza parlare.

«Dei quattordici al momento tre sono feriti. Due non sono a New York, tre sono impegnati in un’altra operazione. E sì, i restanti si sarebbero potuti dividere in due squadre, ma… È stata la signora Apfel a volere così.»

«La signora Apfel?! È lei che ha chiesto che fossi qui? Ma se è lei stessa che voleva che…»

«Cosa voleva?»

Ashley sospirò. «Nulla.»

«Ash, non ne ho idea del perché abbia voluto che io e te ci occupassimo di metà degli edifici. So però che ho fiducia totale in lei. Se le avessi dato retta più volte nella mia vita mi sarei evitato un sacco di rogne. Andiamo.»


Procedevano speditamente. Quentin parcheggiava e dava un’occhiata all’edificio. In base alla struttura, e alle note di Melanie Queen riportate sul tablet, decideva come agire. Se era una palazzina indipendente e con un ingresso facilmente identificabile, Quentin si avvicinava alla porta, faceva finta di abbassarsi per allacciare una scarpa e lasciava scivolare lo scarafaggio sotto l’uscio. In altri casi programmava rapidamente la lucciola dal tablet inquadrando una finestra dai vetri sfondati con la telecamera e il minuscolo drone si allontanava ronzando verso la destinazione.

«Questa è una tecnologia della BEE? Non ci sono questi aggeggi sul mercato, vero?»

«Ce ne sono in varie forme e con diversi tipi di raffinatezza. Gli eserciti tutto il mondo, in un modo o nell’altro, hanno piccoli robot da usare nelle ricognizioni. Questi ce li fornisce la Bracia drewnianego krzyża, la divisione polacca della Compagnia del Sestante. Sono davvero dei maghi con questo tipo di dispositivi. Diciamo che rispetto al resto del mondo, come tecnologie siamo parecchio avanti»

«Ma sono affarini intelligenti? Rischiamo una rivolta degli scarafaggi che ci entrano nella gola mentre dormiamo per soffocarci e far sparire gli umani dalla terra?»

«Ah ah, dici una cosa tipo Terminator? Direi che puoi stare tranquilla.»

«Mi fanno impressione. Sembrano veri. Vivi.»

«Non ricordo chi diceva che qualunque tecnologia sufficientemente avanzata è indistinguibile dalla magia. Se ti fai un’idea di come funzionano, ti rendi conto che, sebbene simulino esseri viventi e siano incredibilmente efficaci a prendere da soli le decisioni per esplorare gli edifici, di fatto sono dispositivi intelligenti quanto un tostapane.»

«Credo che la citazione sia di Arthur Clarke. Ok, mi fido, non controllerò che ce ne siano sotto il letto prima di addormentarmi. A proposito… Ehm… Ricordi il fatto che mi avete rapito un paio di volte e avete distrutto l’appartamento?»

Quentin sorrise.

«Per quello non devi preoccuparti. La signora Apfel ha fatto una ramanzina a Foxx che non finiva più. Hai già una tua camera nell’Alveare e un’azienda che usiamo per le ristrutturazioni sistemerà quella casa. Quando vuoi puoi lasciarla, comunque. Non vorremmo destare sospetti, però.»

«Vuoi dire che posso dormire nel quartier generale della BEE?! Tipo hotel di lusso? Ma anche voi dormite lì? Oddei, ma come faccio con… Cioè, i miei genitori sanno che sono lì e mi danno i soldi per pagare quell’appartamento.»

«Ash, calma. Una cosa per volta. Sono le sette di mattina. Voglio solo dirti che non devi preoccuparti su dove dormire questa notte né su chi e come riparerà i danni al tuo appartamento. Ci sono tante cose da sistemare. Siamo in grado di non far sapere a mezza New York che ci sono due scimpanzé assassini liberi per la città, possiamo anche riuscire a sistemare due buchi nelle pareti del tuo appartamento senza creare eccessivo clamore. Per ora pensiamo a Beatrix.»

«Va bene. Giusto.»

«Ottimo. Stiamo per arrivare all’ottavo obbiettivo. Scarafaggi?»

«Pronti, signore!» scherzò Ashley.

Per procedere più speditamente, mentre Quentin piazzava i dispositivi Ashley ne prendeva un paio dagli zaini sui sedili posteriori. Si accertava di avere sempre a portata di mano uno scarafaggio e una lucciola. Quentin valutava la logistica, decideva quale usare, e Ashley aveva imparato ad attivarli a registrarli al volo sul tablet.

Mentre si avvicinavano all’ottavo indirizzo affidato a loro, Ashely iniziò ad avvertire una sensazione di disagio indefinito che non riusciva a mettere a fuoco.

Si era rilassata. Era una circostanza tragica, ovvio, e il motivo per erano lì era perché Beatrix era stata rapita, ma la situazione in sé le piaceva. Le piaceva un sacco. Quentin era adorabile, le raccontava con naturalezza vicende pazzesche. Si stava sentendo utile e, per gli dei, stava giocando con dei robot che sembravo usciti direttamente da un anime di fantascienza!

Eppure, appena girato l’angolo della stradina periferica che era il loro obbiettivo, un formicolio fastidioso aveva iniziato a brulicarle nello stomaco, una vaga ansia senza motivazioni accompagnata da una impressione di déjà-vu, un ricordo fumoso.

Quentin rallentò. Sul lato opposto della strada c’era una palazzina a due piani grigia. Su un lato c’era una panetteria con la vetrina abitata da poche pagnotte dall’aspetto triste. Un’insegna polverosa informava che quella era la BENNY’S FINE BAKERY. All’altro angolo dell’edificio una targa verde, in un elegante carattere gotico, ridicolo per la zona, indicava una clinica veterinaria.

Ad Ashley girò la testa. L’aveva già vista, quella scritta. Quell’edificio. Quella clinica abbandonata dalle serrande abbassate coperte di graffiti. L’aveva descritta nel taccuino della signora Apfel. Quel luogo usciva direttamente dal suo racconto.

No, non è possibile. È un caso, si disse rifiutando quello che aveva davanti.

Sì, doveva trattarsi di una casualità. Avrebbe dovuto controllare bene quello che aveva scritto, non lo ricordava neanche con chiarezza. Aveva immaginato un luogo casuale nel quale Dottor Manhunter avesse potuto portare Beatrix. Era ovvio che si sarebbe trattato di un edificio abbandonato di qualche tipo. Melanie Queen ne aveva individuati cento, tutti diversi. Villette dimenticate, garage, negozi di scarpe chiusi, cliniche fallite, autorimesse in disuso. Nella lista c’era di tutto e sì, anche una clinica veterinaria.

Con una insegna gotica verde, ricordò

Continuò a ripetersi un paio di volte che era una casualità. Si chiese se avrebbe dovuto dirlo a Quentin, ma dirgli cosa? Che aveva scritto un racconto — o meglio, una bozza, una descrizione — in cui aveva descritto qualcosa che poteva essere simile a quello che avevano davanti? E quindi? Ridicolo. E la signora Apfel era sta molto chiara sul fatto che non avrebbe dovuto parlarne con nessuno.

Decise di scendere anche lei dalla macchina. Iniziava a non essere più così presto e per strada si vedeva un po’ più di movimento. La panetteria aveva già alzato le serrande e un uomo corpulento vestito con una t-shirt bianca, nonostante il gelo, stava fumando una sigaretta all’ingresso.

«Tutto ok, Ash? Sembri soprappensiero.»

«Sì, tutto ok. Stavo solo pensando che magari dovremmo usare una lucciola. Non credo che lo scarafaggio possa entrare sotto quella serranda. È vecchia, ma non mi sembra di vedere fessure, da qui.»

«Hai deciso proprio di rubarmi il lavoro allora? Sì, pensavo la stessa cosa.»

«A meno che non ci sia un accesso laterale. In quella stradina.» Ashley indicò la stradina che all’angolo dell’edificio dal lato della clinica.

«Ha senso controllare. Portiamo sia uno scarafaggio che una lucciola.»

Si fermarono casualmente di fronte alla serranda della clinica. Sembravano una coppia d’amici che chiacchierava del più e del meno. Quentin usò lo stesso trucco usato le altre volte e si inginiocchiò facendo finta di dover allacciare una scarpa. Sfiorò con il dito la parte terminale della serranda. Ashley notò che il panettiere li fissava.

«Michael,» gli disse «forse non era questa, ricordo male. Fammi solo controllare di dietro, magari mi torna alla mente. Non ci vengo da anni. C’era da aspettarselo che fosse chiusa.»

Svoltarono l’angolo. La sensazione di disagio crebbe ulteriormente. Molti quartieri, compreso quello in cui abitava lei, avevano strade fatto in quel modo, con basse palazzine divise da vie di servizio che portavano ai garage o semplicemente permettevano di raggiungere le parallele. Nel taccuino aveva aveva immaginato una stradina simile. Con una porta laterale come quella che avevano davanti. Era in metallo grigio, piccola e semplice.

«Avevi ragione sull’ingresso laterale. Ma anche qui, nessuna possibilità di farci scivolare sotto lo scarafaggio. Mi passi la lucciola?»

Ashely passò il drone a Quentin. Lui inquadrò una finestra al primo piano con la fotocamera del piccolo tablet e l’insetto robotico si alzò in volo. Doyle le aveva spiegato che, fra i vari strumenti dei quali era dotato quel giochino ipertecnologico, c’era una punta di diamante montata su una delle zampe con la quali poteva praticare facilmente dei fori in vetri di vario spessore e infilarsi ovunque.

«Quentin? Non dovremmo controllare meglio? Questa porta, voglio dire, magari sai scassinarla. Così possiamo dare un’occhiata dentro.»

Quentin posò il tablet nell’ampia tasca del cappotto e la fissò perplesso.

«Ehm, perché? E perché proprio qui? Lo scopo dei nostri animaletti è proprio quello di fare il lavoro sporco per noi. E poi non eri tu quella che aveva paura di veder spuntare fuori all’improvviso Manhunter?»

«Sì, è solo che… Hai ragione. È uno stupido scrupolo. Quando sapremo i risultati delle loro esplorazioni?»

«Li monitora Melanie. Se spunta fuori qualcosa che non le piace, ci avvisa al volo.»

Si avviarono verso la macchina.

«Ma controlla tutto lei? Sembra un computer!»

«Ah ah, sì, Melanie è incredibile. Vederla al lavoro è pazzesco. Ha una memoria da macchina e quando è davanti a un computer diventa un tutt’uno con esso.»

Si risedettero nell’auto.

«A proposito di Melanie. Lì nel cassetto c’è un auricolare. Puoi prendilo, piacere? Per accenderlo tieni premuto il bottoncino blu.»

Ashley cercò nel portaoggetti mentre Quentin guidava. Trovò l’auricolare, lo attivò e lo sistemò nell’orecchio.

Che figata, pensò. «Fatto.»

«Ok. Ora appoggia delicatamente un dito sulla parte esterna e di’ “Queen”»

Ashley si sentì catapultata completamente in un film d’azione. Nonostante nelle ultime quarantotto ore le fosse accaduto di tutto, con gente che le sparava in casa e la accoltellava, il gesto di mettere le dita su un auricolare in un momento di relativa quiete la fece sentire sentire per la prima volta davvero parte di quel gruppo. Era assurdo. Decise che era meglio non pensarci se voleva evitare nuovamente di cadere nella trappola mentale del “tutto troppo incredibile, tutto troppo in fretta”.

«Queen» disse con decisione.

Per qualche istante non sentì nulla. Poi un un fruscio precedette la voce frettolosa di Melanie.

«Campbell, giusto? Ho dato questo auricolare a Doyle per te. Ho visto che avete che avete già piazzato cinque scarafaggi e due lucciole. Per ora non hanno rilevato ancora nulla. Beet-78 sembra essersi incagliato però. FF-32 ha già finito il giro di ricognizione dell’appartamento di Stratford Avenue. La brigata Anthurium…»

Ashley guardò Quentin e mimò con la mano una bocca che parla. «Non sta zitta» disse muovendo solamente le labbra. Doyle sorrise.

«Chiedile se vuole che andiamo subito nei due appartamenti di Taylor Avenue. Lei sa quali sono.»

Melanie stava continuando a parlare: «… ma l’hanno già ritrovato. Voi dovreste…»

«Queen? Scusa. Vuoi che controlliamo subito i due appartamenti di Taylor Avenue?»

«Sì, meglio, vedo che siete lì vicino. Un attimo, c’è qui il signor Foxx.»

Ops…

La voce di Foxx giunse nell’auricolare bassa, pacata e spaventosa.

«Signorina Campbell. Mi piace immaginare che un’universitaria ventunenne che viva nel 2024 abbia fra le sue competenze l’uso del mezzo di comunicazione elettronica noto come “email”. Usiamo un server privato per le comunicazioni interne alla BEE, ma non immaginavo trovasse difficoltà ad usarlo.»

«Sì, Signor Foxx. Sono in grado di utilizzare un’email.»

Quentin levò un attimo lo sguardo dalla strada per rivolgersi verso Ashley con aria interrogativa.

«Quindi, se lei sa inviare un’email, ma io non ho ricevuto l’email con il testo che le ho chiesto di inviarmi, mi rimane da pensare che o i nostri sistemi non funzionino, cosa che non mi risulta sia mai successa fino ad oggi, o che lei se ne sia fottuta di quello che le ho chiesto di fare.»

«N… No Signor Foxx, non me ne sono f… Non ho ignorato quello che mi ha chiesto di fare, signore. È solo che non avevo mai… Non ho avuto troppo tempo per scrivere un comunicato stampa convincente che…»

«Signorina Campbell», tuonò. «Iniziamo malissimo! Se tutto quello che sa fare è scrivere cazzate sui vampiri mi toccherà ricredermi sul giudizio del signor Doyle e del signor Sandoval! Sono le sue prime ore qui, è il primo compito che le ho dato, e lei mi sta dicendo che in un’ora e mezza non è stata grado di mettere insieme due paragrafi da dare alla stampa inventando qualche cazzata credibile per spiegare il casino che lei ha contribuito a creare stamattina?!»

«No, io…»

Le urla di Foxx nell’auricolare quasi facevano dolere l’orecchio di Ashley.

«Se lo ficchi bene in testa, Campbell. Lei non è un cazzo di fiocco di neve speciale, chiaro? Non si faccia illusioni a riguardo. Nessuno di noi lo è. Siamo solo persone che lavorano duro e dormono quando possono. Prima si decide di superare la fase “oh mio dio come sono traumatizzata, come non capisco quello che mi sta accadendo intorno” e inizia a rendersi utile, prima mi lascerò convincere che lei non sia un cazzo di peso morto e un errore di giudizio. Ce la fa a dare assistenza a Doyle o gli farà perdere tempo? Forse è troppo stanca? Vuole farsi accompagnare a fare colazione in una caffetteria carina? Vuole chiedergli di fare un giretto al parco per riprendersi dallo shock mentre noi facciamo di tutto per riportare Dubois a casa?»

Ashley era impietrita, ma Foxx aveva ragione. Aveva avuto mezz’ora a disposizione, avrebbe potuto scrivere una cosa qualunque e consegnarla. Al massimo le avrebbero detto che non andava bene, che avrebbe dovuto lavorarci, che aveva tanto da imparare. Invece, al solito, si era persa nelle sue incertezze e le sue paure l’avevano bloccata.

Magari, Ashley, è ora di crescere, si disse, e di farlo in fretta.

«Le chiedo scusa signor Foxx», disse risoluta. «Cercherò di non deluderla di nuovo e di rimediare. Scriverò dalla macchina, sul cellulare, e le farò arrivare il pezzo al più presto. Non ho mai scritto una rassegna stampa, ma voglio imparare per aiutare quanto più posso la BEE. E darò tutto il supporto richiesto al signor Doyle, signore, non gli sarà d’intralcio.»

Foxx grugnì. «Hm. La mia speranza di non essere deluso è la sua di non deludermi. Aspetto la sua mail.»

La comunicazione si interruppe. Ashley sospirò rumorosamente. Quentin stava posteggiando.

«Problemi?»

«Ho fatto un po’ un casino.»

«Il pezzo che ti aveva chiesto Foxx?»

«Ecco, non l’avevo proprio finito “finito”.»

«Pensavo gliel’avessi inviato.»

«Diciamo che non ho neanche iniziato a scriverlo. Onestamente, non ho un’idea precisa di cosa dover fare. Non mi è stato detto. Ma non voglio lamentarmi, credimi. Inventerò qualcosa. Cerco di scriverlo nel tragitto.»

«Lo facciamo insieme, ok? Ci pensiamo mentre guido. Alla fine è quello che vorrei fare anche io e che sto cercando di fare sempre più spesso.»

«Credevo che volessi fare il pistolero, il grilletto più veloce di New York!» Ashley mimò con le dita una pistola e sparò vero Quentin che sorrise.

«È quello che credevo anche io. La verità è che non fa per me. Mi dà molta più soddisfazione stare sveglio fino all’alba a scrivere per unaltered-news.net, la rivista che ha ideato Ricardo.»

«È quello che mi dicevi prima? Il fatto che avresti dovuto dar retta alla signora Apfel?»

«Sì. È successo dopo la morte dei miei genitori. Finisco di raccontartelo dopo. Andiamo, Felicia e i suoi hanno già piazzato dieci scarafaggi.»

Ashley aveva appena aperto la portiera quando sentì un leggero “bip” nell’auricolare. Lo toccò delicatamente.

«Signorina Campbell» disse la voce di Queen. «Il primo Bea-tee che avete piazzato, Beet-78. Le avevo detto che si era incastrato in qualcosa. Ha rilevato due persone, poi ho perso il contatto. Siete i più vicini. Dovete andare a controllare.»

Capitolo 20

Ashley guardò l’orologio del computer. Aveva una ventina di minuti scarsi per inventare qualcosa di credibile su quanto era successo quella mattina e inviarlo a Foxx. Doveva “continuare a rotolare”, per usare la metafora che aveva usato la signora Virginia Apfel. A proposito, era stata lei a prendere il quaderno? Forse glielo aveva “sequestrato” Foxx. No, improbabile. Non era a scuola, non c’era il professore cattivo che non voleva che avesse distrazioni. E sicuramente, se fosse stato lui, l’avrebbe sentito urlare il suo nome per tutto l’Alveare. «Signorina Campbell! Cosa sono queste stronzate che sta scrivendo anziché farmi avere il comunicato stampa che le ho chiesto?!»
Riusciva a sentirlo distintamente nelle orecchie come se fosse reale, e quelle urla le avrebbe sentite davvero se non avesse fatto il miracolo di scrivergli quello che voleva.
Qualcuno aveva visto lo scimpanzé? No, era arrivato nell’atrio quando erano già tutti fuggiti. Vide un paio di volte su Instagram il video in cui si vedeva lei ricoperta di sangue e viscere che urlava «Sono armati!». Era stato tutto così veloce che quasi non si riconosceva.
Cercò su internet informazioni sui comunicati stampa. C’era uno stile specifico da dover rispettare? Non aveva idea di quello che dovesse fare. Continuava a guardare insistentemente l’orario. Aveva una quindicina di minuti. Era impossibile farcela. Trovò un articolo su come scrivere per la stampa. Non avrebbe fatto neanche in tempo a leggerlo, ma cercarlo le aveva fatto buttare altro tempo che non aveva.
Aprì il programma di scrittura. Tredici minuti.
Iniziò a scrivere di getto. “Questa mattina, nel centro commerciale Kobway Market di…”.
Dov’è che si trovava esattamente? Non ne sapeva nulla. Era nel pallone.
Doveva trattarsi di un test, ecco cos’era. Non era possibile che le avessero chiesto contemporaneamente due cose da scrivere in così poco tempo. Ma certo, doveva essere così. Volevano vedere come si comportava sotto stress. Aveva sentito che le aziende fanno spesso di queste cose per testare i candidati. E lei era andata nel panico. Test fallito.
No, non era vero. Aveva intuito che Virginia Apfel avesse un ruolo più importante rispetto a quello di Foxx e aveva seguito le sue istruzioni per prime. Forse il test era quello e quindi l’aveva passato, no?
Cinque minuti. Magari avrebbe potuto chiedere aiuto a Quentin. Se Foxx avesse saputo che aveva atteso fino a quel momento per iniziare a scrivere e che non aveva gettato giù neanche una parola l’avrebbe mangiata viva.
Quentin bussò ed entrò nell’ufficio.
«Ehi, Ash, ci siamo.» Le ombre erano sparite dal suo visto e il suo sorrido gentile era tornato. «Spedito tutto? Hai trovato la mail di Foxx?»
Ashley esitò. Si trattava solo di un piccolo centro commerciale, giusto? O al massimo era un test che aveva fallito. La cosa più importante era salvare Beatrix, non uno stupido comunicato stampa che nessuno avrebbe letto. Magari in quello stesso momento quel pazzo stava torturando Beatrix che era stata presa al posto suo. E lei non aveva neanche provato a fermarlo quando ne aveva avuto l’occasione. Non era il momento di perdere tempo.
«Sì, tutto a posto. Andiamo?»
Quentin annuì. Ashley recuperò il cappotto e lo seguì nel labirinto di corridoi immacolati.

Ashley abbassò di poco il vetro oscurato dell’auto. «Questa è una prima volta per me. Non è male.»
«Cosa?»
«Sono due giorni che mi caricate dentro i furgoni come se fossi un pacco da consegnare. È la prima volta che posso sedere davanti in una delle vostre automobili e addirittura guardare fuori.»
«Beh… Sì… È stato tutto un po’ veloce, in effetti.»
«Davvero sei così bravo a sparare come ha detto Ricardo?»
Quentin si concentrò sulla guida nel traffico del mattino. Fece spallucce.
«Me la cavo. Tutti diventano molto bravi a fare qualcosa quando la fanno di continuo. Tu scrivi molto?»
«Ogni giorno per diverse ore da quando ho imparato a mettere le parole una dietro l’altra.»
«Ecco, per questo se così brava a scrivere e a inventare storie. Sei allenata. Io ho passato anni a sparare non appena ne avevo l’opportunità.»
«Onestamente? Non sei il tipo di ragazzo che se vedessi per strada mi farebbe pensare “Ehi, meglio lasciar stare questo pistolero, ha un aspetto pericoloso!”». Ashley imitò una voce intimorita.
Quentin rise e si fece rosso.
«Lo so. È quello che mi disse anche la signora Apfel. Una frase che adora ripetere è “Attento a cioè che desideri perché gli dei potrebbero accontentarti”. Quando ero piccolo mi chiese mille volte se imparare a sparare era quello che desideravo e io ho insistito perché ne ero convinto. Forse avrebbe fatto bene ad chiedermelo ancora più volte.»
«È una frase che ha detto anche a me. Ma non capisco… Quando eri piccolo? Intendi dire quando hai iniziato a lavorare per la BEE?»
Usare il termine “lavorare” le sembrò strano. Come le aveva detto poco prima, era stato assoldato quando era bambino di appena tredici anni.
Quentin annuì. Ashley aspettò che aggiungesse qualcosa, ma lui rimase concentrato sulla strada.
«Ehi, scusami. Non volevo. Di nuovo. Se è qualcosa di cui non vuoi parlare io…»
«No. No, davvero , non preoccuparti. È tutto legato alla storia dei miei genitori, prima che mi portassero a New York. Come ti ho detto, si tratta di parecchi anni fa.»
«Non devi parlarmene se non ne hai voglia.»
Quentin non rispose. Mancava ancora un po’ fino alla zona individuata da Melanie Queen, quella in cui aveva calcolato che ci fossero più probabilità di trovare il rifugio del dottor Ishigawa. Passò un minuto di silenzio. Ashley si stava chiedendo se era il caso di confessare a Quentin che non aveva neanche iniziato a scrivere il pezzo che le aveva chiesto Foxx. Magari le avrebbe confidato che si trattava effettivamente di un test. Ma perché avrebbe dovuto farlo? Era così gentile, impacciato e timido con tutti o era un effetto che gli faceva lei? Dei del cielo, non le era neanche passato per la mente…
Ash, si disse, sei la cosa più lontana da una femme fatale che causa colpi di fulmine ai ragazzi. È timido. Tutto qui.
«La mia famiglia viveva in Luisiana» disse Quentin dal nulla. Lo sguardo sembrava perso fra le macchine in coda davanti a loro e un passato che era tornato a osservare dopo chissà quanto tempo.
«Quentin, non…»
Lui scosse la testa e continuò.
«Cioè, noi vivevamo in Luisiana. Siamo di origini irlandesi, la mia famiglia viveva dalle parti di New Orleans da un paio di generazioni. Come vuole lo stereotipo, erano due buoni cattolici. Forse anche troppo devoti. I problemi sono iniziati con il pastore Theodore Lanquille.»
Ashley sistemò la cintura e si sporse leggermente verso di lui. «Era il pastore della vostra chiesa?»
Quentin scosse la testa. «No, era un predicatore che si trasferì in città arrivato da chissà dove. Praticava una di quelle religioni ibride che vanno al sud, metà cristianesimo, metà santeria e in generale un miscuglio di idee più o meno bizzarre prese da religioni antiche, voodoo, superstizioni. Faceva quei riti che piacciono ai bifolchi. Musiche, canti, sangue di animali. Credo che buona parte del suo successo fosse dovuto anche ai lauti banchetti che offriva la domenica dopo le sue messe.»
«Le religioni sono tutte uguali», sospirò Ashley con disapprovazione.
«Come puoi immaginare, ai miei genitori tutto questo sembrava empio e blasfemo. Hanno parlato con il prete della loro parrocchia che era già a conoscenza del problema. Hanno provato a mettere in mezzo le autorità, ma per via della libertà di culto la polizia non è potuta intervenire. Hanno provato a giocare la carta delle norme sanitarie non rispettate durante i riti, ma non c’è stato nulla da fare. Ti ricordo che siamo nella periferia della Luisiana.»
Ashley annuì, ma Quentin le stava parlando di un mondo che lei conosceva solamente tramite la televisione.
«Fino a quel momento, comunque, per i miei genitori era solamente un vicino fastidioso che turbava la serenità del piccolo mondo tranquillo della nostra cittadina. Le cose peggiorarono quando Lanquille iniziò a praticare riti di guarigione. E funzionavano.»
«Ho visto qualche documentario a riguardo. Mi pare ci fossero dei guaritori filippini che mettevano le mani nella pancia delle persone e ne tiravano fuori pezzi di carne sanguinolenti che dicevano essere cancri che avevano estirpato.»
«Frattaglie di pollo e trucchetti da prestigiatori, in quel caso. Ma Lanquille faceva qualcosa di ben più complesso e si diffusero le voci di malati terminali che guarivano completamente e di vecchi conosciuti da tutta la comunità, da anni bloccati sulle sedie a rotelle, che tornavano a passeggiare. Il caso che fece più clamore riguardò il sindaco. Metà del suo corpo era rimasto paralizzato in seguito a un ictus durante il suo primo anno di mandato, una faccenda che conosceva tutta la città. Si presentò alla campagna elettorale successiva del tutto guarito. Non zoppicava più, il suo sorriso aveva smesso di essere un inquietante ghigno.»
«Era stato il guaritore?»
«Il sindaco non lo ringraziò mai pubblicamente, ma è quello che suggerivano le voci. Il fatto più inquietante è che, contemporaneamente alla sua guarigione, il suo avversario politico ebbe lo stesso identico ictus rimanendo paralizzato nella stessa parte del corpo da cui era guarito il sindaco. Fu costretto a ritirarsi e il nostro bravo sindaco venne rieletto.»
«Una strana coincidenza, ma… Parliamo di un caso, giusto? Cioè, è una malattia, non si può controllare.»
«Se vuoi accettare un mio consiglio, lavorando per la BEE è bene depennare dal proprio cervello il ragionamento “è una cosa troppo strana per essere vera, quindi sarà una coincidenza o una casualità”. I miei genitori non lavorano sicuramente per la BEE, ma evidentemente avevano abbastanza intuito da aver capito che qualcosa non quadrava.»
«E cosa fecero?»
Ashley buttò un occhio al navigatore. Mancava ancora un bel pezzo di strada prima che raggiungessero l’area che era stata loro assegnata.
«Proteste. Picchetti. Manifestazioni fuori dalla casa dove il pastore faceva le sue messe e i suoi riti. Fomentarono un grande fermento nella comunità cristiana del quartiere. Ma non pensare che fossero soli. Tanta gente della loro parrocchia si unì a loro e così tanti bravi cittadini di New Orleans. E Lanquille reagì.»
«Passò alla violenza?»
«Diciamo che i miei genitori ci avevano visto lungo. Sì, il sindaco era guarito da una malattia e il suo avversario si era ammalato allo stesso modo. Inizialmente i miei genitori non avevano saputo spiegarsi la cosa, ma quello che stava accadendo divenne più chiaro quando alcuni del comitato che avevano raggruppato si infiltrarono alle messe di Theodore Lanquille.»
«Cosa facevano? Riti satanici o qualcosa del genere?»
«No, no. Come ti dicevo, sembravano davvero delle messe intrise di rituali delle antiche religioni caraibiche. Ma il pezzo forte dei quelle cerimonie erano le guarigioni. Arriva un orbo, e usciva dalla messa in grado di vedere con entrambi gli occhi. Un malato di cancro al fegato nel giro di una settimana era miracolosamente guarito.»
«E chiaramente erano trucchetti, immagino. Persone che si fingevano malate e che quindi misteriosamente guarivano all’improvviso.»
«Niente affatto. Erano malati veri che guarivano davvero.»
«Wow… Ma allora… Cioè, posso capire che i tuoi genitori fossero contrari ad una religione di quel tipo, ma…»
«Quelle persone guarivano davvero, ma il potere di Theodore Lanquille consisteva nel trasferire i mali.»
«Cioè? Prendeva il cancro da una persona…»
«E lo trasferiva ad un’altra.»
«È pazzesco pensare che queste cose esistano davvero»
«Tanti nel gruppo dei miei genitori hanno imparato sulla loro pelle che questo tipo di poteri sono reali. Lanquille sapeva chi lo osteggiava e aveva un modo pratico di sbarazzarsene. Prendeva l’AIDS da una delle persone che guariva, e la settimana successiva un malcapitato del gruppo dei miei genitori iniziare a notare delle macchie sulla pelle. Una persona che aveva urgente bisogno di un trapianto di cuore si rivolgeva a lui, e nel giro di qualche giorno un amico dei miei, in perfetta salute, moriva d’infarto.»
«Ma come ha fatto a tenere tutto questo nascosto? Se ne sarebbe dovuto parlare in tutta la nazione… E poi i tuoi genitori non avevano abbastanza prove per denunciarlo alle autorità?»
«Chiaramente degli eventi così clamorosi hanno attirato l’attenzione, ma delle persone sbagliate. La signora Apfel ti avrà parlato della Società dell’Astrolabio, vero?»
«La Società… No. Mi ha parlato della Compagnia del Sestante, cioè voi.. Noi, voglio dire. Ma nulla su questa Società…?»
«Dell’Astrolabio. L’astrolabio è un antico strumento di navigazione, come il sestante. Anche l’astrolabio serviva per orientarsi in mare osservando le stelle o qualcosa del genere. È una società segreta nata contemporaneamente alla Compagnia del Sestante, ma con intenti decisamente diversi.»
«La signora Apfel mi ha raccontato di come la Compagnia sia nata per impedire il diffondersi della conoscenza di creature, oggetti o eventi innaturali e spaventosi. È quello che fa ancora oggi la BEE, giusto?»
«Esattamente. I fondatori della Compagnia non furono gli unici a rendersi conto degli oggetti misteriosi che tornavano dalle Indie, dell’Africa o dalle Americhe. Questo tipo di informazioni iniziarono a interessare un altro gruppo di gentiluomini che anziché avere come obbiettivo la serenità dell’opinione pubblica, volevano mettere mano su questi artefatti per sfruttarne il potere.»
«Una società concorrente!»
«Praticamente. Anche loro agivano in segreto, avevano una loro organizzazione, più sedi intorno al mondo e una valanga di soldi a disposizione che investivano in navi e ricerca per arrivare prima della Compagnia del Sestante lì dove sembrava che ci fosse qualcosa di interessante da scoprire.»
«Wow… Sembra la trama di un film di James Bond con la malvagia società Spectre che tenta di ucciderlo e dominare il mondo! Ma questo cosa c’entra con la New Orleans di qualche anno fa, se posso chiederlo?»
«La nostra compagnia è in giro da quattrocento anni. Non siamo stati gli unici così bravi.»
«Sono ancora in circolazione?! E continuano a voler mettere le mani su oggetti pericolosi per sfruttarli?»
Doyle annuì e abbassò la radio, ferma su una stazione che trasmetteva musica country.
«Cose o persone, come nel caso del pastore Theodore Lanquille. I miei genitori avevano intuito quello che stava succedendo, ma mettiti nei loro panni. Cosa avrebbero potuto dire alle autorità? “Fermate quell’uomo, trasferisce mali incurabili dai suoi pazienti a chi tenta di fermarlo durante riti voodoo travestiti da messe”?»
«Li avrebbero chiusi in manicomio.»
«Esatto. In più, ti ricordo, sospettavano che il sindaco stesso di New Orleans proteggesse Lanquille. Molti dei loro amici erano morti o malati. Hanno fatto quello che qualunque persona avrebbe fatto. Si sono arresi.»
«Oh. Immagino abbiano fatto bene…»
«Sì. Io ero piccolo. Francamente a undici o dodici anni non mi interessavo affatto di preti e pastori e messe rituali. Sentivo che qualche volta parlavano di quest’uomo, si chiedevano se stessero deludendo Dio per non combattere contro la blasfemia di quel pastore arrivato dalle isole, ma non prestavo particolare attenzione a queste cose. Ero parecchio più interessato ai miei manga a una compagna di classe, Lauren. Ti rasso…»
Si bloccò.
Mi rassomigliava? si chiese Ashley. Il sospetto che Quentin avesse qualche forma di interesse nei suoi confronti rifece capolino. Sarebbe stato imbarazzante, non voleva neanche pensarci. Vista la sua timidezza, era contenta di vederlo così espansivo. Si stava aprendo con lei parlandole di una vicenda intima e dolorosa del suo passato. E in più erano eventi straordinari e misteriosi che la intrigavano oltre ogni dire. Chissà se avrebbe mai fatto l’abitudine a sentire persone che le parlavano seriamente di kraken giganti, maledizioni inca e santoni guaritori.
Glissò per toglierlo dall’imbarazzo: «È qui che entra in gioco la Società dell’Astrolabio?»
«Ehm… Sì. nel giro di pochissimi mesi Lanquille si trasferì dalla modesta abitazione nella quale viveva ad una villa lussuosa a Audubon, uno quei quartiere per ricchi di New Orleans. Sai, una villa bianca, enorme, con un giardino e siepi alte tutto intorno la cancellata che impedivano di vedere quello che accadeva dentro. Iniziò a girare in una lunga macchina nera dai vetri oscurati e quel tipo di auto lussuose entrano e uscivano di continuo nella sua villa. La Società dell’Astrolabio si era interessata al suo potere e lo pagavano cifre da capogiro per usarlo come arma.»
«Cioè? Lo pagavano perché uccidesse a distanza delle persone a loro sgradite?»
«Esatto. Se ci pensi, è il killer perfetto. Vuoi sbarazzarti di qualcuno e tutto quello che devi fare è andare in un ospedale nel reparto malti terminali e trasferire il cancro del fortunato di turno nel corpo del tuo bersaglio. Nessuno può ricondurre l’avvenimento a te. Non desti sospetti. Una brutta malattia può cogliere chiunque. È un lavoro pulito, preciso, letale.»
«Non ci posso credere…»
«Anche i miei genitori sarebbero felici di non crederci. Mio padre è morto di leucemia fulminante. Mia madre di cancro ai polmoni. L’autopsia ha rilevato che i suoi polmoni erano quelli di chi avesse fumano trenta sigarette al giorno per quarant’anni. Lei non aveva mai portato una sola sigaretta alle sue labbra, in vita sua.»
«Oh… Scusami, non intendevo dire che… È terribile, Quentin…» mormorò Ashley portando una mano sul suo braccio. «Ma perché la Società dell’Astrolabio avrebbe dovuto interessarsi… Voglio dire, se avevano questa arma a portata di mano, immagino l’abbiano usata per colpire capi di stato o i loro nemici, non so.»
«I miei genitori non sono stati uccisi dalla Società, ma dalla loro integrità morale. Nonostante si fossero defilati dalla faccenda e avessero deciso di lasciar perdere, quando hanno visto che non solo non erano riusciti a fermare quella persona blasfema, ma che addirittura la sua influenza aumentava, sono tornati sui loro passi e hanno deciso di agire. Non sono riusciti a stare zitti e fermi davanti a quella che ritenevano essere un’offesa a Dio. Si sono messi in guerra, armati di canti religiosi e cartelli inneggianti a Dio, contro il gruppo di uomini più pericolosi che esistano sulla Terra. Naturalmente per la Società dell’Astrolabio il sit-in di una coppia di antiquari e dei loro amici non avrebbe mai rappresentato alcun motivo di preoccupazione, ma Theodore Lanquille aveva con i miei genitori un conto in sospeso. E così ci ha fatto rapire.»
«Cosa?! Ha preso i tuoi genitori? E anche te?»
«Se c’è una cosa che ho capito in questi anni, è che l’arma più potente contro certi individui è la loro stessa tracotanza. Il loro livore, la loro fiducia in se stessi. Lanquille è un uomo che può ammazzare le persone a distanza facendo sì che sia impossibile risalire a lui. In quel momento aveva alle spalle una società dalla tradizione centenaria che lo pagava cifre folli per i suoi servizi e gli offriva protezione. Avrebbe potuto ignorare i miei genitori, chiedere alla Società dell’Astrolabio che li mettesse a tacere… Avrebbe potuto ucciderli senza lasciare il suo soggiorno…»
La voce di Quentin si faceva sempre più concitata, gli occhi lucidi.
«Invece voleva poterli guardare negli occhi mentre li uccideva. Trasformare un’esecuzione in una tortura. E non solo loro, anche loro figlio. Me. Viveva in una villa con guardie armate all’ingresso, ma voleva consumare la sua vendetta nei confronti di due innocenti che avevano cercato di mettergli i bastoni fra le ruote.»
Ashley avrebbe voluto abbracciarlo. Sì, erano passati anni, ma parlava di un’esperienza che nessuna persona avrebbe mai potuto ricordare senza provare nuovamente il dolore e il terrore di allora.
Quentin tese le labbra e regolò il respiro prima di continuare.
«Ci hanno preso di notte. Non erano persone della Società dell’Astrolabio. Probabilmente la Società non era neanche al corrente di quello che Lanquille stava facendo. Non avrebbero acconsentito che si corresse il rischio per una vendetta personale. Ci portarono nella sua villa, in un enorme salone circolare che dava sulla parte posteriore dell’abitazione. C’era gente di ogni tipo, credo fossero i suoi accoliti di più vecchia data. Ci legarono a tre croci appoggiate per terra, sui tappeti. Tenne una messa che ricordava le messe cristiane, ma passava continuamente dall’inglese a termini latini, preghiere in spagnolo e invocazioni in francese. Ero terrorizzato. Non riuscivo neanche a piangere. Tenne un sermone nel quale fece un qualche riferimento a Gesù sulla croce con i due ladroni. Solo che c’era non nessun Barabba da liberare. Voleva la sua vendetta sui miei genitori e anche sul loro figlio. Portarono nel salone due uomini e una donna su delle sedie a rotelle. Uno degli uomini, un vecchio ben vestito, non era neanche cosciente. Gli altri erano chiaramente malati, pallidi, con profonde occhiaie. Non avevo idea di cosa stessero per farci, fissavo quegli uomini davanti a noi senza capire. I miei invece sapevano perfettamente quello che sarebbe successo.»
Anche gli occhi di Ashley si erano inumiditi. Pensò quanto fosse vero che non sappiamo mai nulla delle vite delle persone e di quello portano dentro. Non avrebbe mai pensato che quel ragazzo timido e gentile dai capelli sempre pieni di troppo gel e con una pistola ridicolmente grande per sue mani giovani e delicate, nascondesse dentro di sé un episodio così terrificante.
«E vuoi sapere la cosa peggiore? Quello che mi faceva più paura era sentire mio padre che piangeva al mio fianco. Quando sei piccolo i tuoi genitori sono perfetti, immortali. Non hanno incertezze, sanno sempre tutto. In quel momento mi rendevo conto che mio padre non era invincibile, non avrebbe potuto scacciare i mostri sotto il letto per il resto della mia vita. Era terrorizzato e inerme quanto me. E i mostri erano tutto intorno a noi.»
«Non so che dire… Quentin, non immaginavo neanche che queste cose esistessero sul serio, è tutto così…»
«Ash, lo so. Non devi scusarti. Te l’ho già detto ieri. Ci vuole tempo per credere che tutte queste cose esistano davvero perché quello che fa la BEE è creare l’illusione di un mondo in cui queste persone sono demoni appartenenti al mondo delle fantasie. Non ti ha sconvolto sentire parlare di un santone guaritore. Ci sono centinaia di film che ne parlano e documentari televisivi in cui mostrano i trucchetti usati da questi cialtroni per spillare soldi ai loro ingenui seguaci. Sei programmata per credere che siamo stupidaggini.»
«Mi sento come Neo in Matrix. Ho preso la pillola rossa e ho difficoltà a vedere il mondo vero.»
Quentin sorrise. «È proprio così. A proposito, vuoi?» le chiese aprendo un cassetto dell’auto e tirandone fuori una confezione di caramelle.
Ashley guardò il pacchetto con circospezione.
«Cosa succede se le prendo? Acquisto l’abilità di vedere i fantasmi? Potrò volare? Sono quelle pillole, pac-man, di cui sembrava così entusiasta Martin?»
«Ah ah. No, succede che ti rinfresca l’alito! Mi sembra ce ne siano al limone e alla menta.»
Ashley si portò la mani davanti alla bocca e espirò forte. «Cos’ha il mio alito che non va?!»
«Niente! No… Io non intendevo… Volevo dire che sono solo normalissime caramelle!»
Risero. Ashley ne accettò una alla menta. L’atmosfera nell’abitacolo della macchina si era fatta decisamente più leggera. Era ansiosa di sapere il resto della storia, ma non voleva continuare a portare Quentin nel luogo di quei ricordi dolorosi. Fu lui a riprendere il discorso.
«Lanquille fece il suo rito. Ho impiegato anni per ricordare i dettagli. Credo che continuassi a svenire o l’adrenalina nel mio corpo mi rendeva poco lucido. Mischiava parole in diverse lingue, incise la fronte dei miei genitori con un coltello e poi quella delle persone malate davanti a loro. Tutto intorno cantavano e recitavano.»
«Ma tutto questo era inutile, o ho capito male? Lui aveva il potere di trasferire le malattie a distanza, giusto?»
«Era assolutamente inutile al fine di far ammalare i miei genitori, ma lo scopo dei riti, in tutte le culture, è quello di stabilire potere e cementare le comunità. Il rito serviva a galvanizzare i bastardi che lo seguivano, a far vedere loro quanto fosse pericoloso. Per come funziona il suo potere, gli basta aver vicino la persona malata e pensare intensamente alla vittima. Te l’ho detto, avrebbe potuto sbarazzarsi di me e dei miei genitori rimanendo in poltrona. Ma ha voluto strafare, e quella è stata la sua rovina.»
«La sua rovina?»
«Aveva compito il rituale sua mia madre e mio padre. Si stava avvicinando a me. È stato in quel momento che è entrato Foxx.»
«Xavier Foxx?! La BEE?»
«Esatto. Ma dovrò parlartene dopo. Siamo arrivati.»

Capitolo 19

«Signor Doyle, cosa avete trovato per me?» chiese Foxx.

Quentin digitò qualcosa e il computer che aveva davanti proiettò delle immagini sul grosso televisore appeso alla parete. Erano tutti di nuovo nella sala riunione che avevano usato qualche ora prima, o almeno, così sembrava ad Ashley. Nell’Alveare tutti i piani, i corridoi e le porte le sembravano identici. Magari, in quel luogo deserto, c’erano centinaia di sale come quella in cui erano che non venivano usate da nessuno.

Sul monitor comparve il disegno tridimensionale di una capsula. Era accompagnato da cifre e dati che le giravano intorno.

«Lo chiamano Ticker-EPS», iniziò. «Lo sta sviluppando la Utahtech all’interno di un progetto finanziato dalla NASA. È un’azienda che conosciamo già. L’idea è quella di dotare gli astronauti di un cuore supplementare, più piccolo, che faccia da supporto a quello che abbiamo nel nostro corpo.»

«La NASA vuole raddoppiare i cuori degli astronauti?!» esclamò Ashley.

«Avrai sentito che si parla di mandare l’uomo su Marte e dare inizio a una nuova era di esplorazioni astronomiche. Sono viaggi estremi in condizioni al limite della sopportazione fisica e psicologica dell’uomo, pieni di incognite. Ancora c’è poco di concreto, ma, come è già avvenuto durante la corsa alla Luna, a contorno di questo tipo di sforzi emergono centinaia di nuove tecnologie, alcune restano inutilizzate, altre rimangono studi, altre ancora serviranno effettivamente a portare la razza umana lì dove non è mai arrivata prima.»

«E il secondo cuore a cosa servirebbe?» Ashley si sporse in avanti verso Quentin.

«Il Ticker-EPS è innanzitutto un dispositivo di controllo, monitora costantemente le condizioni del corpo. In caso di crisi, come un infarto, può rilasciare adrenalina nel corpo ed essere usato come cuore  di riserva temporaneo.»

«Tipo la ruota di scorta delle auto?»

«Una comparazione calzante. Ma quando il cuore è sottoposto ad uno sforzo eccessivo, per un intenso lavoro fisico o per uno stato emotivo di stress, il dispositivo può venire in aiuto del cuore vero per sopportare il carico di lavoro supplementare in modo che non diventi eccessivo.»

«E Dottor Manhunter è interessato a questa cosa?»

«È la nostra speranza», le rispose Foxx.

«Non capisco una cosa», insisté Ashley. «Sappiamo che vuole l’altro scimpanzé, la femmina. Giusto? Cioè, l’ipotesi è che da me volesse proprio l’informazione di dove trovarla.»

«Corretto.»

«Se il piano è quello di attirarlo in una trappola usando come esca qualcosa che lui desideri, perché non usare EC3-B7 o come si chiama?»

«EC3-BR7», la corresse Melanie Queen.

Foxx si alzò è andò vicino al televisore.

«Ishigawa è un figlio di puttana, ma non è un idiota. Sarebbe troppo ovvio. Sa che gli stiamo dando la caccia e sa che abbiamo noi EC3-BR7. Vedersela spuntare davanti puzzerebbe di trappola a miglia di distanza.»

«E perché non la usiamo come scambio per Beatrix? Non possiamo ipotizzare che l’abbia rapita per questo? Come merce di scambio?»

Foxx annuì soddisfatto.

«Ovviamente proveremo a fare questo “scambio”, come l’ha chiamato lei. Ma il modo in cui lavoriamo qui è avere sempre un piano B e un piano C. E il piano B deve essere migliore del piano A e il piano C migliore del B. Questo perché il piano A non funziona mai

«Quindi il Piano A è proporgli uno scambio che immaginiamo non accetti e intanto mostrargli questo cuore meccanico?»

«Essenzialmente», confermò Quentin.

«E come gli sventoliamo davanti questo cuore artificiale per tendergli una trappola?»

«A noi basta che lui ne venga a conoscenza, e che pensi di avere qualche possibilità di entrarne in possesso», rispose Ricardo. Si voltò timoroso verso Foxx aspettando che lo zittisse, ma il capo lo lasciò parlare. «Due dei suoi assalti più recenti sono avvenuti a danno dei furgoni di una compagnia di spedizioni privata, Bernard & Tremblay Courier, che ha molti contratti nel mondo dell’industria militare e scientifica. Queen è certa che Ishigawa abbia ottenuto l’accesso al loro sistema di spedizioni e che lo controlli regolarmente. Faremo i dettagli di una falsa spedizione del prototipo specificando quale furgone effettuerà il trasporto e il percorso che seguirà. Se Ishigawa cadrà nella trappola, nel furgone ci saranno le nostre brigate d’intervento.»

«Questa volta con le armi che hanno chiesto di utilizzare», aggiunse Quentin

«E questo è il piano B, giusto?»

«Corretto. E il piano C», tagliò corto Foxx, «si basa sugli algoritmi della signorina Queen.»

Il ticchettio di Melanie sulla sua pulsantiera si fece ancora più frenetico. Spiegò.

«Già da tempo abbiamo notato che i suoi attacchi si sono spostati progressivamente sempre più verso la costa orientale. È molto metodico. Non sembra mai allontanarsi troppo dal luogo dell’attacco precedente.»

«Ma le tecnologie che cerca non vengono sviluppate in tutto lo stato? O meglio, in tutto il mondo?»

«Ovviamente, ma il suo comportamento indica che si sposta molto lentamente e agisce di volta in volta in aree circoscritte. Non sappiamo come mai, ma ora siamo certi che si trovi qui a New York.  Quando la BEE è entrata in contatto con lui per la prima volta, il quattordici aprile 2023. Dopo lo scontro di sei ore fa, ho circoscritto l’area in cui probabilmente si è rifugiato.»

Ashely allungò il collo sul monitor di Melanie.

«Come hai fatto?»

«Lo scontro sotto il tuo appartamento si è concluso all’una e tredici minuti. Sappiamo per certo che è andato in direzione nord-ovest. Abbiamo perso contatto con l’auricolare di Beatrix all’una e ventiquattro minuti. Sapendo quanta strada ha percorso in undici minuti e il tragitto che ha effettuato, posso confermare la direzione e calcolare la velocità media a cui si è spostato. Da mesi monitoro le email, gli account e le aziende a cui lui stesso si connette. All’una e quarantadue era online e stava controllando il sistema di sicurezza del laboratorio dal quale aveva sottratto EC3-BR7 e EC3-BR8, probabilmente per controllare se e come si fossero attivati anche i militari per provare a rintracciarlo. Con ogni probabilità, quindi, era tornato alla sua base in ventinove minuti. A questo punto capirai anche tu che tracciare un perimetro entro il quale si trova la sua tana è un gioco da ragazzi.»

Ashley la guardava sbalordita.

«Certo, signorina Queen», scherzò Ricardo, «talmente banale che l’avevo calcolato già io prima con carta e penna.»

Melanie si voltò verso di lui.

«Uh. Avrai usato un altro algoritmo, perché non penso che i calcoli che ho programmato io siano fattibili a mano. A meno che tu non riesca ad eseguire… Sedici milioni settecentomila operazioni al…»

«Queen, era una… Lasciamo perdere», si interruppe Ricardo. Foxx gli lanciò uno sguardo omicida.

«Ok, quindi sappiamo più o meno dov’è», sintetizzò Ashley.

«Dove potrebbe essere con una precisione superiore al novantatré percento», specificò Melanie. «All’interno di un raggio di un chilometro e trecento metri circa.»

«Quanto sarebbe? Non ci sono tantissimi posti in cui nascondersi in un’area così grande?»

«Data la densità media di costruzioni civili e non presenti…»

«Signorina Queen», la interruppe bruscamente Foxx, «sono certo che Campell è interessatissima all’urbanistica della nostra città, ma arrivi al punto.»

Queen prese possesso del televisore e vi iniziò a proiettare una carrellata di fotografie e mappe stradali.

«È solo un rozzo calcolo statistico, ma il dottor Ludwig Ishigawa probabilmente ha preso dimora in uno spazio che crediamo essere abbandonato abbastanza grande da poterci costruire un laboratorio di qualche tipo, o una sala operatoria in cui poter studiare e applicare al suo corpo i ritrovati della biotecnologia che sta rubando. Questi sono i cento edifici in cui i miei calcoli ritengono che sia più probabile trovarlo.»

Mentre Melanie parlava, Ashley osservava gli scatti. Molti erano edifici fatiscenti e abbandonati, ma c’erano addirittura grattacieli in ottimo stato.

«E questo è il suo piano C, Signorina Campbell. Lei e Doyle andrete ad ispezionare quegli edifici per controllare sul campo le intuizioni di Queen.»

«Non sono le mie intuizioni, sono il frutto di calcoli…»

«Sì, i calcoli della signorina Queen», grugnì Foxx esasperato. «Vi dividerete il territorio con la brigata Anthurium. Saranno in un altro mezzo.»

Ad Ashley sembrava tutto una follia. Come avrebbero fatto ad esaminare 50 edifici? Avrebbero impiegato giorni. Le sembrava comunque più sensato di provare ad aiutare Beatrix scrivendo una stupida…

«…rassegna stampa?»

Ashely si voltò di scatto verso Foxx. Cazzo.

«La rassegna stampa? Stavo…»

«Vi voglio in macchina fra mezz’ora. Finisca di scriverla e me la invii per mail. Il mio indirizzo è già configurato nel client di posta elettronica che troverà sul computer che sta utilizzando. Signor Sandoval, segua e me Queen. Prepariamo la trappola.»

Foxx uscì dalla stanza seguito dalla sedia a rotelle elettrica di Queen e da Ricardo che, arrivato alla porta, indicò sorridendo Foxx e mimò il gesto della propria testa sgozzata.

Sul televisore continuavano a scorrere le immagini degli edifici individuati da Melanie Queen. Un vicolo invaso dalle erbacce con un garage arrugginito ad un lato. Un ambulatorio veterinario chiuso. Una palazzina a due piani con il tetto crollato.

Un momento. Ashley la scritta di quell’ambulatorio l’aveva già vista.

Non può essere, è una coincidenza, pensò.

Le era passata davanti agli occhi rapidamente mentre si girava per uscire dalla sala riunioni, ma l’insegna verde sbilenca VETERINARIO, del tutto retrò,  era esattamente come quella che aveva immaginato lei nel racconto che le aveva chiesto di scrivere Virginia Apfel.

«Vogliamo andare, Ash?»

Quentin era già uscito e l’aspettava nel corridoio.

Dovrei dirlo? si chiese.

E come avrebbe potuto? Si trattava di una stupida coincidenza, ovviamente, e poi quel racconto — non era neanche un racconto, tecnicamente, ma una serie di impressioni, la descrizione di una scena — non avrebbe neanche dovuto scriverlo. La signora Apfel era stata categorica nel dirle di non farne parola con nessuno.

Il ché portava all’altro problema: non era quel racconto che avrebbe dovuto scrivere, ma il comunicato stampa che le aveva chiesto Foxx.

«A che punto sei? Ce la fai a finire in mezz’ora? Cosa sei riuscita a inventare?»

«Veramente io…»

«Non devi vergognarti. Prima, davanti alla tua vicina di casa, mi hai davvero stupito. Ti viene naturale vomitare fuori storie. Il medico stupratore di vecchie! Ho visto gli occhi di quella poveretta sgranarsi.»

Non poteva parlargli del racconto. Non aveva tempo per finire quello che le aveva chiesto di scrivere Apfel e per iniziare a scrivere quello che Foxx voleva da lei. Le sembrava di non dormire da dieci anni. Se quelli erano i ritmi che avrebbe dovuto sostenere, Beatrix non si sarebbe dovuta preoccupare delle sue punte blu elettrico perché i capelli le sarebbero diventati bianchi per lo stress prima di aver raggiunto i ventidue anni.

«Quanto ci hai messo ad imparare ad orientarti qui dentro? Non ho capito se siamo sempre nello stesso piano e nelle stesse stanze, o se tutto l’Alveare è fatto in modo da confondere i poveretti che ci arrivano per la prima volta.»

«Beh, io sono qui da un po’, forse non mi sono mai posto neanche il problema. Se dovessi farmi vedere una fotografia di un corridoio saprei dirti esattamente quale ala di quale piano è. Credo che si sviluppi una sorta di istinto dopo un po’.»

«Che vuol dire che sei qui “da un po’”. Posso chiederti quanti anni hai?»

«Io? Beh…» Senza sorprese le sue guance si infiammarono. «Ne ho diciannove.»

«Diciannove?! Ma scusa… Non sei neanche maggiorenne! Come fai a portare con te un’arma? È illegale. E… Oddei… Quando sei arrivato qui nella BEE se…»

«Ashley, questo posto non esiste.» Quentin fece un ampio gesto del braccio indicando quello che era intorno a loro. «Non esiste la BEE, non esiste il lavoro che facciamo. Il governo non sa che esistiamo e la vera essenza del nostro lavoro è la segretezza. Tenere nascosto il fatto che un ragazzino di quindici anni se ne va in giro con una pistola è l’ultimo dei problemi o dei segreti. Se fosse questo il tenore delle cose che dobbiamo celare, il nostro lavoro sarebbe davvero molto, molto semplice.»

«Quindici anni? Cioè ti hanno messo in mano un cannone tipo quello che ti porti appresso quando ancora avevi ancora tutti i brufoli in faccia? Non voglio crederci.»

Quentin fece spallucce. «A dire il vero ho iniziato a fare esercitazioni di tiro a tredici anni.»

Ashley sollevò le mani. «Ma i tuoi genitori? Come hanno potuto…»

Non terminò la frase. Il viso di Quentin si scurì all’istante e abbassò lo sguardo.

«Oh… Scusa, io non…»

«Non preoccuparti. Sono passati tanti anni.»

Proseguirono senza parlare fino alla stanza che, almeno temporaneamente, era l’ufficio di Ashley.

«Finisco di organizzare il nostro giro e vengo a prenderti, ok? Così hai tempo di finire il comunicato stampa.»

Ashley annuì. Si chiuse la porta alle spalle.

Il taccuino rosso su cui stava scrivendo la storia che aveva chiesto Virginia Apfel era scomparso.

Capitolo 18

Ashley rimase a guardare la fotografia di Beatrix che aveva in mano. Era di qualche anno prima, ma gli occhi verdi enormi erano gli stessi, così come la frangetta. Sorrideva. Sembrava felice. Sul retro della fotografia c’era una data: 21 febbraio 2020. Quattro anni prima.

Beatrix era stata rapita e Virginia Apfel le aveva chiesto di scrivere una storia sulla vicenda. Sembrava un’idiozia insensata, ma quello che la signora le aveva detto era vero: nessuna società può rimanere segreta e celare misteri per secoli se i membri che ne fanno parte sono degli sprovveduti. La signora Apfel le era sembrata tutto fuorché una di quelle vecchie che con l’età ammattiscono. Doveva fidarsi di lei anche se non capiva.

E non capiva davvero tante cose, ovviamente. L’idea di essere in una ufficio segreto nel cuore di Chinatown a chissà quanti metri di profondità, il fatto che fosse semivuoto e che l’avessero “assunta”, se quello era il termine giusto da utilizzare, senza colloqui o contratti e le avessero dato addirittura un ufficio le sembrava meno assurdo della richiesta che le era stata fatta.

Ma stare lì a rimuginare, come faceva sempre, non l’avrebbe aiutata in nessun modo.

Ecco cosa serviva: un cambio di prospettiva. Svuotare la mente e ”renderla acqua”, come aveva detto Virginia Apfel.

Fatto: esiste la BEE, è assurdo, ma la prova è intorno a me. Ci sono dentro.

Fatto: la BEE si occuperebbe di celare alla società civile l’esistenza di mostri, fantasmi, artefatti magici o ipertecnologici e chissà cos’altro. Probabilmente è vero.

Fatto: ora lavoro per la BEE. Non sta a me capire perché o giudicare quanto questo sia assurdo.

Fatto: sono l’ultima arrivata, ci sono dei superiori ed è mio dovere fidarmi di loro e fare quello che mi chiedono

Fatto: devo scrivere un comunicato stampa inventando un episodio plausibile che spieghi quello che è accaduto stamattina nel centro commerciale.

Fatto: devo scrivere anche un racconto sul rapimento di Beatrix. Rapimento che forse avrei potuto evitare se solo avessi la prontezza di riflessi di…

Fatto: devo concentrarmi sulle priorità concrete, non su quello che sarebbe potuto succedere o non succedere, che avrei potuto o non potuto fare.

Aprì il taccuino davanti a sé sulla prima pagina e prese una penna. Concentrò tutta la sua attenzione sulla foto di Beatrix.

Stampare le fotografie su pellicola era una cosa così desueta, chissà qual era l’origine di quella foto. Chissà chi l’aveva scattata. Qualcuno della BEE? Forse Quentin? Magari stavano festeggiando un evento. Forse il 21 febbraio è il compleanno di Beatrix. Devo ricordarmene, pensò.


Gli occhi di Beatrix sono davvero giganteschi in questa foto. Le pupille dilatate sono di un nero intenso, ma lasciano spazio a quel verde scuro come i prati dopo una tempesta, quando torna il sole e asciuga i fili d’erba fradici. Magari posso vedere cosa c’è riflesso, magari si vede chi ha scattato la fotografia. Cosa stanno vedendo quegli occhi bellissimi adesso?

C’è penombra. Una luce bianca, fredda, illumina qualcosa alla destra di Beatrix. È un neon, ma non è vicino a lei. Non è solo la luce ad essere fredda, lo è tutta la stanza. Sembra grande, ma con il buio non riesce a capirne esattamente le dimensioni.

Il pavimento è rivestito di piccole mattonelle quadrate grigio chiaro. Ci sono degli attrezzi intorno a lei, ma non capisce bene cosa siano. Forse è un laboratorio, forse un garage.

Riesce a vedere il suo corpo, però. Le fa male il collo. Forse è stata colpita lì. No, è lo sforzo di osservarsi. È legata e per guardarsi deve piegare la testa. Il collo è immobilizzato da un cintura che la tiene bloccata a un letto. No, è una poltrona imbottita, tipo quelle dei dentisti. Non riesce a muovere neanche le mani, sono legate ai braccioli anche loro, e così le gambe.

La parte sinistra del suo corpo riesce a vederla meglio di quella destra nonostante sia in ombra. Tutto a destra è sfocato. È il suo occhio. È la parte destra della faccia che brucia. Ha del sangue che le cola nell’occhio destro e non le consente di vedere chiaramente. Fa male, ha un taglio su tutta la parte destra del viso, lo sente bruciare dell’attaccatura del capelli al mento. I capelli della sua frangetta sono attaccati alla fronte per via del sangue.

Cosa c’è a quattro o cinque metri da lei, sotto la luce? Un’altra poltrona da dentista. No, è un letto da ospedale. Ma più grande. Ne vede solo la parte terminale perché è per lo più coperto da un telo in plastica bianca opaca che separa il letto dal resto della stanza.

«Dove sono?» chiede. La voce le esce roca. Da quanto non parla? Da quanto non beve? Ha la bocca secca. Deglutisce.

«Dono sono?» ripete con voce più sicura.

C’è qualcuno nel letto nascosto? Le sembra di sì. La luce al neon proietta un’ombra contro il telo, come fossero ombre cinesi.

TIC TIC.

Da dietro il telo proviene un ticchettio metallico, ma non le è parso di vedere alcun movimento.

«Dove mi avete portato? Chi siete? Chi sei?»

Dopo aver pronunciato quelle parole pensa che probabilmente chiunque sia quella persona alla sua destra è nella sua stessa condizione. Dottor Manhunter. Cazzo. Ricorda tutto. L’adrenalina monta nel suo corpo, non riesce a ragionare lucidamente. Perché mi ha preso? Che vuole? Chi è la persona al suo fianco? Un’altra vittima di Manhunter. Ma cosa vuole da lei? Da quello che sanno rapisce persone con impianti ultratecnologici per aumentare le potenzialità del suo corpo. Non hanno mai ritrovato nessuna delle vittime. Ma lei cosa c’entra? È merce di scambio. Non è riuscito a rapire Ashley e ha preso lei perché l’ha trovata davanti al suo cammino durante la fuga.

TIC TIC TIC.

È ancora voltata verso il telo. Questa volta le è sembrato di vedere un movimento. Uno prima lentissimo, poi veloce rapido. Prova a mettere a fuoco per vedere meglio. Sì, è una figura umana. C’è qualcuno steso su quel letto al di là del telo. Ci sono anche dei tentacoli, però, che escono dal suo corpo. O tubi, fili, cavi. C’è un groviglio di appendici che partono dal corpo della persona stesa a quattro metri da lei e si diramano in tutte le direzioni intrecciandosi e proiettando un’ombra grottesca. Sembra un disegno in bianco e nero fatto da un pittore folle e maledetto, un Pollock satanico.

«Ehi», chiama Beatrix misurando la voce per sembrare calma. Lei e quella persona lì dietro sono nella stessa situazione. È un suo alleato. Probabilmente quella persona è stata ferita, smembrata. È una nemica del suo nemico e quindi una sua amica.

«Ehi», ripete. «Come ti chiami?»

Cerca di ricordare e seguire tutto quello che imparato alla BEE, sul campo e nei manuali. Psicologia di base, come affrontare i traumi, come trattare con sequestratori. Le chiede il nome, per prima cosa. I nomi sono potenti, i nomi rappresentano l’identità di una persona, la sua essenza, e uno dei primi effetti dei traumi è la spersonalizzazione. Cerca di ricordare tutta la teoria e di applicarla a una situazione dannatamente pratica di cui suo malgrado è protagonista diretta.

TIC.

Questa volta il movimento al di là del telo è più ampio. Un tubo grosso quasi sfiora il telo proiettando un’ora più scura delle altre. Dietro di esso cavi più sottili danzano come sbuffi di fumo

«C.. rol.. n…»

Le risponde una voce flebile e spettrale. O meglio, le rispondono due voci. Sembra il sussurro di una bambina intrecciato ad una fredda voce robotica simile a quella dei dispositivi per la domotica che tanto vanno di moda.

«Crol?» chiede Beatrix. «Ti chiami Crol?»

«Ca… rol… n»

«Caroline? Ciao Caroline, io mi chiamo Beatrix. Stai bene Caroline?»

Ripetere il nome per creare un legame. Dire il proprio nome per non creare distacco. Spostare il discorso sull’altra persona per metterla al centro dell’interesse.

TIC TIC TIC TIC.

Altri cavi che si intrecciano. Il telo inizia a spostarsi all’indietro con una lentezza snervante.

Beatrix strizza gli occhi per mettere a fuoco quello che avviene in prossimità del letto da ospedale, ma chiudere quello destro, ferito, le provoca un brivido di dolore.

A tirare il telo all’indietro sembra un gancio sottile di metallo scintillante. Ai piedi del letto vede una gamba. Sembra la gamba di una bambina. È innaturalmente sottile, però, e pallida. Il piede è immobile, le punte delle dita sembrano scure, violacee. Tutta la gamba è punteggiata di lividi bruni. Non vede l’altra gamba. Forse non riesce a scorgerla da dove si trova. Tende la testa per guardare meglio. Il laccio le sega il collo, ma non le importa. Non c’è alcuna gamba destra.

Il telo continua a scorrere piano. Vede la parte terminale di una sottoveste rosa leggera.

Lei come c’è arrivata lì? Stava parlando con Queen all’auricolare, le stava dicendo che sentiva degli spari dall’interno dell’appartamento di Ashley Campbell e le chiedeva se la squadra Athurium fosse in posizione. Foxx sbraitava al suo fianco. Una finestra era esplosa e Dottor Manhunter si era buttato di sotto. Aveva volteggiato un paio di volte nell’aria elegantemente. Il camice lo aveva fatto sembrare una sfera bianca nella notte, una palla di neve enorme e mortale. Era atterrato pesantemente sul marciapiede con un ginocchio piegato in terra.

Beatrix ricorda che con la coda dell’occhio ha visto Foxx aprire il cappotto e allungare la mano verso la fondina. Un paio di balzi. Tanti sono bastati a Dottor Manhunter per raggiungerli. Non ricorda alcun colpo esploso, forse Foxx non ha fatto in tempo. Il Dottore ha piroettato nello stretto spazio fra lei e Foxx, forse per evitare un eventuale proiettile. Beatrix ha sentito la spalla dell’uomo che le colpiva violentemente la pancia facendola sbattere con la schiena contro il furgone nero con il quale erano arrivati sulla scena. Le era mancato il fiato. Un attimo dopo si è ritrovata in aria. Era sulla spalla di Manhunter, la reggeva con un solo braccio. Vedeva i tetti delle auto avvicinarci e allontanarsi dalla sua vista ritmicamente. Stavano soltanto di automobile in automobile. Le era sembrato di sentire Foxx che imprecava, ormai lontanissimo.

In un vicolo buio come pece l’aveva posata sulla strada bagnata. Era stati quasi delicato. Si era accovacciato davanti a lei per riprendere fiato. Sudava, aveva i capelli corti e argentati attaccati al viso. Non aveva espressione, la osservava con gli occhi di colore diverso completamente inespressivi. Dal nulla le aveva dato uno schiaffo violento con il dorso della mano. Era l’ultima cosa che ricordava. Poi il buio.

TIC TIC.

Sì, era una bambina quella stesa sul letto alla sua destra. Lo capiva dalle proporzioni della gamba esile. Il telo la scopriva un millimetro alla volta. Cos’era il gancio che lo tirava?

No, non era stato tutto buio dopo lo schiaffo. Aveva ripreso coscienza per un qualche secondo. Erano davanti a un ospedale. Una clinica, forse, più piccola di un ospedale. Una clinica per animali, ecco l’immagine che aveva in mente. Una scritta verde con carattere antiquato. Una clinica veterinaria. Una bassa palazzina in mattoni grigi. Il Dottore si era guardato intorno, ma la strada era deserta. Era passato davanti all’ingresso della clinica e si era infilato nel vicolo che costeggiava l’edificio. Erano entrati da un porta laterale minuscola. Non sembrava neanche in grado di permettere alle spalle larghissime di Dottor Manhunter di poter passare, ma poi il buio li aveva avvolti. Quella è davvero l’ultima cosa che ricorda.

«Caroline?» prova nuovamente a chiedere al telo su cui ondeggiano con movimenti impercettibili le ombre dei tubi.

Un cigolio alle sue spalle. Passi rapidi e pesanti si avvicinano. Rimbombano sulle pareti più lontane, quelle avvolte nell’oscurità. Beatrix tende il collo.

Il Dottor Manhunter. Tira il telo con un gesto rabbioso verso la fine del letto. Non si nota neanche più il piede della bambina. Le ombre dei cavi tremano impaurite.

«Nein», dice l’uomo. Sembra un rimprovero sussurrato.

«Otoosan…», bisbiglia lei.

Gira dietro la tenda. Il suo aspetto è imponente anche quando è solo un’ombra sfocata. Sistema alcuni dei cavi. Si piega sulla ragazzina. Forse le bisbiglia qualcosa.

Passi. Si muove. Supera oltre il letto. Ora la tenda è alle sue spalle. La luce bianca che lo illumina da dietro gli fa brillare i contorni del corpo lasciandogli in ombra tutto il viso. A parte l’occhio più chiaro. Quel puntino di azzurro glaciale punta su Beatrix. Sembra furente. Le si avvicina.

Il telefono squillò facendo sobbalzare Ashley sulla sedia. Lasciò andare la penna e scosse la mano indolenzita. Ripescò il cellulare dalla tasca del cappotto che aveva appoggiato allo schienale della sedia. Sua madre. Buttò un occhio al quaderno rosso e alle pagine che scrivendo aveva stropicciato. Non avrebbe saputo dire da quanto tempo stava scrivendo. Come le accadeva spesso, non si era neanche resa conto delle parole che produceva e del viaggio che la sua immaginazione le aveva fatto fare. Avrebbe dovuto rileggere tutto per controllare di non aver scritto qualcosa di incoerente e pieno di errori. Notò che non scriveva a mano da una vita.

«Mamma?»

Dall’altro capo del telefono Dolores attese un secondo prima di rispondere. Ashley sentì la madre che respirava rumorosamente. Sapeva cosa volesse dire.

«Ashley. Voglio sapere che fine hai fatto.»

«Mamma… Sono le…» scostò il cellulare dall’orecchio per controllare l’orario. «Sette di mattina!»

«Lo siento, non ricordo quali sono gli orari precisi in cui è permesso a una madre preoccuparsi per sua figlia.»

«Mamma… Lo so, hai ragione, scusa. Volevo scriverti, ma sto studiando fino a tardi in questi giorni, ieri non sono stata bene e…»

«E ti sei scordata di tua madre. Hai studiato così tanto da non aver avuto tempo per una pausa. Non hai alzato la testa dai libri per un minuto nel quale avresti potuto chiamarmi. Pero no te preocupes.  Tua madre non è stata in pensiero. E se è stata in pensiero a te che importa, niña

La odiava quando faceva così.

«No, mamma, non mi sono scordata di te. Scusa se sto studiando.»

La madre non rispose. Ashley chiuse gli occhi ed espirò piano.

«Scusa, mamma, avrei dovuto chiamarti. Come state? Papà?»

«Estamos bien. Tuo padre ha iniziato a raccogliere la verza. Quest’anno per fortuna ne avremo tantissima. Dice Alfred Dillon che se…»

Gli aggiornamenti sul lavoro in fattoria di Dolores Acosta Campbell scivolarono in sottofondo. Ecco un’altra cosa che in un modo e nell’altro, se quella fosse stata la sua vita da quel momento in poi, avrebbe dovuto capire come gestire. Mentire alla madre dicendole che stava studiando quando aveva passato la giornata a scrivere era più facile che farlo se doveva nasconderle di aver sfidato la morte un paio di volte nelle ultime quarantotto ore. “No, mamma, non è una vera sparatoria quella senti alle mie spalle, sto solo guardando un film a volume estremamente alto”.

La porta si aprì ed entrò Quentin. Le fece cenno di seguirlo.

«… perché da gennaio alzeranno di nuovo i prezzi dei d’affitto degli spazi al mercato. Tu papá ha chiesto ad Alain se potevamo…»

«Mamma? Mamma? Scusami, devo prepararmi perché più tardi ho appuntamento con Jinny, andiamo presto in biblioteca a studiare insieme. Va bene. Un bacio, mamma, scusa. Salutami papà. Sì, ci sentiamo dopo. No, promesso.»

«Finalmente è riuscita a beccarti», disse Quentin sorridendo.

«Credo che il termino giusto sia “braccarmi”. Ci sono novità su Beatrix?»

«Purtroppo no. Però Ricardo e io abbiamo trovato una possibile esca per la nostra trappola. Intanto Melanie dice che i suoi algoritmi iniziano a sputare fuori qualcosa. Sono venuto a chiamarti, ci ha convocato Foxx per una riunione.»

Non appena Ashley fu in piedi il peso della stanchezza le crollò sulle spalle. Di pomeriggio l’avevano fatta dormire in quella specie di comodissima stanza d’ospedale, ma da allora non aveva avuto un istante per riposarsi e dallo scontro nella sua camera non aveva avuto un momento di tregua. Prima la riunione in cui aveva appreso di Dottor Manhunter, poi il giro nel Mausoleo con Virginia Apfel e ora aveva perso la cognizione del tempo scrivendo. Notò che anche Doyle aveva la faccia distrutta.

«Da quando non riposi, Quentin?»

Lui si passò una mano sul viso.

«Le occhiaie? Ne ho sempre un po’. Beatrix per il compleanno mi ha regalato una crema contorno occhi. Dice che quella contro le rughe è una battaglia che va combattuta giorno dopo giorno perché quando iniziano a vincere loro non c’è modo per riguadagnare terreno.» Arrossì come suo solito. «Però hai ragione, non dormo da un po’. Sono riuscito a chiudere un po’ gli occhi mentre dormivi anche tu, nel pomeriggio. Sei stanca?»

«No, solo… Un po’. Immagino che dormiremo tutti quando saremo riusciti a portare Beatrix a casa.»

Quentin strinse le labbra e annuì. Non fece nulla per nascondere la sua preoccupazione. L’occhio gli cadde sul taccuino rosso.

«Stavi scrivendo lì?», chiese stupido. «Credevo scrivessi al computer.»

«Lì? Dici… No, è solo… Sono solo appunti.»

Le diede fastidio dover mentire a Quentin, ma Virginia Apfel era stata categorica nella sua richiesta di non parlare a nessuno del racconto che le aveva chiesto di scrivere. Un’altra delle stranezze che non avevano senso, ma le sue intemperanze avevano già causato troppi danni. Ripensò per un istante al ragazzo che le aveva protetto le spalle quella mattina. Quel ragazzo che era morto. Per colpa sua.