Capitolo 21

Quentin parcheggiò l’automobile in una stradina di una zona periferica di New York che Ashely non conosceva. Davanti a loro campeggiava un edificio malmesso con le persiane alle finestre di legno marcio. Era una villetta a tre piani con un giardino nel quale le erbacce avevano inghiottito ciarpame arrugginito di ogni tipo. Tutta la facciata era ricoperta da graffiti colorati eseguiti sul cemento rovinato.

Ashley si girò verso la palazzina e abbassò un po’ il vetro dello sportello. «Quello è il primo edificio?»

«Sì, esatto.»

Quentin si girò e recuperò lo zaino appoggiato sul sedile posteriore. Ne estrasse un tablet e un paio di scatole grigie. Da una delle scatole tirò fuori un apparecchio nero opaco lungo un dito. Sembrava un insetto metallico. Se lo rigirò fra le mani passando un paio di volte lo sguardo dal congegno all’edificio.

«Cos’è quell’affare? Sembra uno scarafaggio.»

«È uno scarafaggio. Lo chiamiamo proprio così. Il nome tecnico sarebbe Bee-tee.»

«Ehm, ok. E cosa fa? Come ci aiuta a ritrovare Beatrix? Quentin, io non so niente, non mi è neanche chiaro esattamente cosa dobbiamo fare. Melanie Queen ha trovato i cento edifici in cui ritiene più probabile che ci sia Beatrix e noi dobbiamo controllarne cinquanta, giusto?»

«E la squadra di Felicia, intanto, sta controllando gli altri.»

«Ma… Se troviamo Beatrix non c’è la possibilità che ci sia anche Dottor Manhunter? Voglio dire…»

Doyle sospirò profondamente. Cercava le parole adatte.

«Hai paura ed è giusto che tu ne abbia. Quell’uomo è pericoloso. Dobbiamo solamente raccogliere informazioni per Melanie e inviargliele. Se dovessimo trovare qualcosa di anomalo, Foxx manderà immediatamente la brigata d’intervento.»

«Okay…» disse Ashley con voce titubante.

«Ma?»

«Non fraintendermi… Probabilmente non ho capito bene tutta la situazione. Per quanto ne sappiamo questo uomo letale che ammazza dodici persone in due secondi o qualcosa del genere, potrebbe essere in quell’edificio e… Insomma, com’è che si chiama, c’è la brigata, no? La brigata d’intervento, sono le persone di Felicia, Martin e gli altri che sono entrati a casa mia. Loro sono soldati, giusto? Mi è sembrato di capire così. Voglio impegnarmi, fare la mia parte e non c’è nulla che desideri di più di aiutare Beatrix, ma…»

«Ti stai chiedendo cosa ci fai qui?»

«Sì. Sì, esatto. Con tutto il rispetto, ma cosa possiamo fare io e te se lì dentro c’è davvero quel pazzo? Quentin… Io a che servo qui? Metti che entriamo nell’edificio, apriamo la porta e lì dentro c’è Ishigawa. Gli lancio dei fogli di carta con una mia storia sui vampiri scritta sopra?»

Doyle esitò. «Ok. È come dici tu. Se lì dentro c’è Ishigawa io e te siamo nei guai. Ma il punto è che noi non entreremo lì. Il tempo è un fattore chiave ed è per questo che ci siamo divisi in due squadre. Vedi lo scarafaggio?»

Quentin si posò l’apparecchio elettronico sul palmo della mano. «Dobbiamo solo piazzarlo e lasciargli fare il suo lavoro. Non so se hai presente quei robot casalinghi che girano, ruotano e spazzano i pavimenti. Gli scarafaggi fanno questo. Esplorano l’edificio per scovare tracce di quello che gli dici di cercare. Nel nostro caso, tracce biologiche. Persone. Se esplorando l’edificio avvertono calore o dei suoni, fanno scattare un allarme e lo comunicano a Queen.»

«Va bene. Quindi dobbiamo solo posare quei cosi vicino ai nostri cinquanta edifici?»

«O lui, o le lucciole. Le lucciole sono simili agli scarafaggi ma volano. Sono dei micro-droni. Li facciamo entrare nell’edificio da una finestra e loro iniziano la ricerca. In macchina ne abbiamo abbastanza. Se dovessero servire, abbiamo anche un termoscanner e un microfono direzionale.»

«Mi sembra ancora di più di essere in un telefilm di fantascienza. Non abbiamo anche un robot corazzato che possa affrontare Dottor Manhunter sparando raggi laser dagli occhi?»

Quentin rimase serio. «No, quello è in uso esclusivo alla brigata d’intervento, ma è poco corazzato e non ha raggi laser. Si chiama Mickey. Ricordami di fartelo vedere.»

Ashley arricciò il naso. «Mi stai prendendo in giro, vero? Ok, non voglio saperlo. Non possiamo perdere tempo, piazziamo lo scarafaggio, va bene?»

Quentin annuì. Ripose la scatola vuota nello zaino e fece per uscire.

«Non affezionartici troppo a questi giochini, però. Costano un occhio della testa e sono fragili. Immagino che Foxx abbia fatto carte false per metterceli a disposizione. Ed è solo perché c’è Beatrix di mezzo.»

«Non mi sembra che la BEE abbia problemi di soldi»

«Non si tratta di soldi, è che da Boston hanno iniziato a fare le pulci su qualunque mossa o spesa del nostro Alveare qui a New York. Ci stanno col fiato sul collo. Si tratta di politica. Ti sembrerà assurdo, ma neanche una società come la nostra è immune dai giochetti di potere.»

Scesero dall’auto. Nella stradina passavano poche macchine. Un ragazzo in calzoncini, nonostante il freddo dell’inverno, passò facendo jogging. Fecero il giro della villetta cercando un ingresso. Il lato posteriore, chiuso da una cancellata, dava su un giardino che conduceva a una porta di servizio. Notarono che un paio di sbarre della grata era state piegate.

«Dici che ci passiamo?» chiese Ashley.

Quentin si guardò intorno. Il retro dell’edificio dava su una strada in cui in quel momento non passava nessuno. «C’è solo un modo per saperlo. Reggi.»

Doyle si levò il cappotto e lo passò ad Ashley. Era magro e alto solo pochi centimetri più di Ashley. Scivolò senza problemi fra le grate. «Aspettami qui, ok?»

Quentin si avviò attraverso le erbacce alte e umide verso una porticina di servizio in legno.

Ashley si guardò le gambe e il cappotto che si gonfiava dal seno. Non lo aveva mai avuto così grande. Si chiese quanti chili avesse preso negli ultimi mesi a forza di mangiare cibo spazzatura, pranzare quando le capitava e in generale vivendo senza orari. Era arrivata a New York piuttosto magra, come era sempre stata. Pensò al fatto che probabilmente Quentin le aveva detto di aspettare lì dov’era perché aveva intuito che lei, in quelle grate così strette, non ci sarebbe passata. In realtà, un po’ più in carne, si piaceva di più. Prima, nel bagno dell’Alveare, davanti allo specchio aveva pensato che il viso le era diventato più dolce e morbido. Sapeva di non essere bella quanto Beatrix, ma magari…

«… la scarafaggio, Ash!» Quentin la strappò ai pensieri nei quali si era abbandonata. Era tornato indietro. Parlava bisbigliando, ma quella zona sembrava davvero deserta. «L’ho scordato, è nella tasca del cappotto. Dovrei riuscire a infilarlo sotto quella porta. Ha tutte le assi sconnesse.»

«Sì, scusa.»

Ashley frugò nella tasca e gli passò l’apparecchio. Il ragazzo premette contemporaneamente un paio di pulsanti sui lati del dispositivo e spuntarono fuori sei esili zampette meccaniche che presero ad agitarsi.

«Che schifo… Sembra davvero uno scarafaggio. Non potevate dargli un’altra forma?»

«Gli scarafaggi si sono evoluti nel corso di milioni di anni per essere rapidi, resistenti e capaci di infilarsi ovunque. È esattamente quello che ci serve che facciano i Bee-tee. La natura ha già fatto tutto il lavoro per noi, bastava copiarlo!»

Doyle si allontanò di nuovo, si inchinò nei pressi dell’ingresso sbilenco e dopo qualche secondo era di ritorno.

«Tutto qui?» si stupì Ashley.

Quentin si infilò di nuovo fra le sbarre e prese il cappotto.

«Mi spiace che tu sia delusa. Se vuoi bussiamo, magari salta fuori Ishigawa da una finestra e ci pianta un bisturi a testa nell’occhio.»

Ashey gli diede un pugno scherzoso sul braccio.

«Meno quarantanove, quindi?»

«Meno quarantanove.»

«Chissà se la squadra di Felicia sta procedendo più speditamente di noi. Mi stavo chiedendo: quante sono le persone della brigata d’intervento? Nell’Alveare di New York, dico. In tutto.»

«Hm, al momento una quindicina. Mi sembra quattordici, per la precisione.»

«E quanti sono nell’altra macchina in questo momento?»

«Sono in tre. Girano in un furgone.»

«Ok. Scusa se insisto, ma se la persona a cui stiamo dando la caccia è così pericolosa, non avrebbe avuto senso mandare due squadre di loro, dei soldati dico, a piazzare gli scarafaggi? Anzi, per fare prima, non avrebbero potuto mandare ancora più squadre e dividere i cento edifici in tre o quattro gruppi?»

Quentin la fissò negli occhi per un attimo senza parlare.

«Dei quattordici al momento tre sono feriti. Due non sono a New York, tre sono impegnati in un’altra operazione. E sì, i restanti si sarebbero potuti dividere in due squadre, ma… È stata la signora Apfel a volere così.»

«La signora Apfel?! È lei che ha chiesto che fossi qui? Ma se è lei stessa che voleva che…»

«Cosa voleva?»

Ashley sospirò. «Nulla.»

«Ash, non ne ho idea del perché abbia voluto che io e te ci occupassimo di metà degli edifici. So però che ho fiducia totale in lei. Se le avessi dato retta più volte nella mia vita mi sarei evitato un sacco di rogne. Andiamo.»


Procedevano speditamente. Quentin parcheggiava e dava un’occhiata all’edificio. In base alla struttura, e alle note di Melanie Queen riportate sul tablet, decideva come agire. Se era una palazzina indipendente e con un ingresso facilmente identificabile, Quentin si avvicinava alla porta, faceva finta di abbassarsi per allacciare una scarpa e lasciava scivolare lo scarafaggio sotto l’uscio. In altri casi programmava rapidamente la lucciola dal tablet inquadrando una finestra dai vetri sfondati con la telecamera e il minuscolo drone si allontanava ronzando verso la destinazione.

«Questa è una tecnologia della BEE? Non ci sono questi aggeggi sul mercato, vero?»

«Ce ne sono in varie forme e con diversi tipi di raffinatezza. Gli eserciti tutto il mondo, in un modo o nell’altro, hanno piccoli robot da usare nelle ricognizioni. Questi ce li fornisce la Bracia drewnianego krzyża, la divisione polacca della Compagnia del Sestante. Sono davvero dei maghi con questo tipo di dispositivi. Diciamo che rispetto al resto del mondo, come tecnologie siamo parecchio avanti»

«Ma sono affarini intelligenti? Rischiamo una rivolta degli scarafaggi che ci entrano nella gola mentre dormiamo per soffocarci e far sparire gli umani dalla terra?»

«Ah ah, dici una cosa tipo Terminator? Direi che puoi stare tranquilla.»

«Mi fanno impressione. Sembrano veri. Vivi.»

«Non ricordo chi diceva che qualunque tecnologia sufficientemente avanzata è indistinguibile dalla magia. Se ti fai un’idea di come funzionano, ti rendi conto che, sebbene simulino esseri viventi e siano incredibilmente efficaci a prendere da soli le decisioni per esplorare gli edifici, di fatto sono dispositivi intelligenti quanto un tostapane.»

«Credo che la citazione sia di Arthur Clarke. Ok, mi fido, non controllerò che ce ne siano sotto il letto prima di addormentarmi. A proposito… Ehm… Ricordi il fatto che mi avete rapito un paio di volte e avete distrutto l’appartamento?»

Quentin sorrise.

«Per quello non devi preoccuparti. La signora Apfel ha fatto una ramanzina a Foxx che non finiva più. Hai già una tua camera nell’Alveare e un’azienda che usiamo per le ristrutturazioni sistemerà quella casa. Quando vuoi puoi lasciarla, comunque. Non vorremmo destare sospetti, però.»

«Vuoi dire che posso dormire nel quartier generale della BEE?! Tipo hotel di lusso? Ma anche voi dormite lì? Oddei, ma come faccio con… Cioè, i miei genitori sanno che sono lì e mi danno i soldi per pagare quell’appartamento.»

«Ash, calma. Una cosa per volta. Sono le sette di mattina. Voglio solo dirti che non devi preoccuparti su dove dormire questa notte né su chi e come riparerà i danni al tuo appartamento. Ci sono tante cose da sistemare. Siamo in grado di non far sapere a mezza New York che ci sono due scimpanzé assassini liberi per la città, possiamo anche riuscire a sistemare due buchi nelle pareti del tuo appartamento senza creare eccessivo clamore. Per ora pensiamo a Beatrix.»

«Va bene. Giusto.»

«Ottimo. Stiamo per arrivare all’ottavo obbiettivo. Scarafaggi?»

«Pronti, signore!» scherzò Ashley.

Per procedere più speditamente, mentre Quentin piazzava i dispositivi Ashley ne prendeva un paio dagli zaini sui sedili posteriori. Si accertava di avere sempre a portata di mano uno scarafaggio e una lucciola. Quentin valutava la logistica, decideva quale usare, e Ashley aveva imparato ad attivarli a registrarli al volo sul tablet.

Mentre si avvicinavano all’ottavo indirizzo affidato a loro, Ashely iniziò ad avvertire una sensazione di disagio indefinito che non riusciva a mettere a fuoco.

Si era rilassata. Era una circostanza tragica, ovvio, e il motivo per erano lì era perché Beatrix era stata rapita, ma la situazione in sé le piaceva. Le piaceva un sacco. Quentin era adorabile, le raccontava con naturalezza vicende pazzesche. Si stava sentendo utile e, per gli dei, stava giocando con dei robot che sembravo usciti direttamente da un anime di fantascienza!

Eppure, appena girato l’angolo della stradina periferica che era il loro obbiettivo, un formicolio fastidioso aveva iniziato a brulicarle nello stomaco, una vaga ansia senza motivazioni accompagnata da una impressione di déjà-vu, un ricordo fumoso.

Quentin rallentò. Sul lato opposto della strada c’era una palazzina a due piani grigia. Su un lato c’era una panetteria con la vetrina abitata da poche pagnotte dall’aspetto triste. Un’insegna polverosa informava che quella era la BENNY’S FINE BAKERY. All’altro angolo dell’edificio una targa verde, in un elegante carattere gotico, ridicolo per la zona, indicava una clinica veterinaria.

Ad Ashley girò la testa. L’aveva già vista, quella scritta. Quell’edificio. Quella clinica abbandonata dalle serrande abbassate coperte di graffiti. L’aveva descritta nel taccuino della signora Apfel. Quel luogo usciva direttamente dal suo racconto.

No, non è possibile. È un caso, si disse rifiutando quello che aveva davanti.

Sì, doveva trattarsi di una casualità. Avrebbe dovuto controllare bene quello che aveva scritto, non lo ricordava neanche con chiarezza. Aveva immaginato un luogo casuale nel quale Dottor Manhunter avesse potuto portare Beatrix. Era ovvio che si sarebbe trattato di un edificio abbandonato di qualche tipo. Melanie Queen ne aveva individuati cento, tutti diversi. Villette dimenticate, garage, negozi di scarpe chiusi, cliniche fallite, autorimesse in disuso. Nella lista c’era di tutto e sì, anche una clinica veterinaria.

Con una insegna gotica verde, ricordò

Continuò a ripetersi un paio di volte che era una casualità. Si chiese se avrebbe dovuto dirlo a Quentin, ma dirgli cosa? Che aveva scritto un racconto — o meglio, una bozza, una descrizione — in cui aveva descritto qualcosa che poteva essere simile a quello che avevano davanti? E quindi? Ridicolo. E la signora Apfel era sta molto chiara sul fatto che non avrebbe dovuto parlarne con nessuno.

Decise di scendere anche lei dalla macchina. Iniziava a non essere più così presto e per strada si vedeva un po’ più di movimento. La panetteria aveva già alzato le serrande e un uomo corpulento vestito con una t-shirt bianca, nonostante il gelo, stava fumando una sigaretta all’ingresso.

«Tutto ok, Ash? Sembri soprappensiero.»

«Sì, tutto ok. Stavo solo pensando che magari dovremmo usare una lucciola. Non credo che lo scarafaggio possa entrare sotto quella serranda. È vecchia, ma non mi sembra di vedere fessure, da qui.»

«Hai deciso proprio di rubarmi il lavoro allora? Sì, pensavo la stessa cosa.»

«A meno che non ci sia un accesso laterale. In quella stradina.» Ashley indicò la stradina che all’angolo dell’edificio dal lato della clinica.

«Ha senso controllare. Portiamo sia uno scarafaggio che una lucciola.»

Si fermarono casualmente di fronte alla serranda della clinica. Sembravano una coppia d’amici che chiacchierava del più e del meno. Quentin usò lo stesso trucco usato le altre volte e si inginiocchiò facendo finta di dover allacciare una scarpa. Sfiorò con il dito la parte terminale della serranda. Ashley notò che il panettiere li fissava.

«Michael,» gli disse «forse non era questa, ricordo male. Fammi solo controllare di dietro, magari mi torna alla mente. Non ci vengo da anni. C’era da aspettarselo che fosse chiusa.»

Svoltarono l’angolo. La sensazione di disagio crebbe ulteriormente. Molti quartieri, compreso quello in cui abitava lei, avevano strade fatto in quel modo, con basse palazzine divise da vie di servizio che portavano ai garage o semplicemente permettevano di raggiungere le parallele. Nel taccuino aveva aveva immaginato una stradina simile. Con una porta laterale come quella che avevano davanti. Era in metallo grigio, piccola e semplice.

«Avevi ragione sull’ingresso laterale. Ma anche qui, nessuna possibilità di farci scivolare sotto lo scarafaggio. Mi passi la lucciola?»

Ashely passò il drone a Quentin. Lui inquadrò una finestra al primo piano con la fotocamera del piccolo tablet e l’insetto robotico si alzò in volo. Doyle le aveva spiegato che, fra i vari strumenti dei quali era dotato quel giochino ipertecnologico, c’era una punta di diamante montata su una delle zampe con la quali poteva praticare facilmente dei fori in vetri di vario spessore e infilarsi ovunque.

«Quentin? Non dovremmo controllare meglio? Questa porta, voglio dire, magari sai scassinarla. Così possiamo dare un’occhiata dentro.»

Quentin posò il tablet nell’ampia tasca del cappotto e la fissò perplesso.

«Ehm, perché? E perché proprio qui? Lo scopo dei nostri animaletti è proprio quello di fare il lavoro sporco per noi. E poi non eri tu quella che aveva paura di veder spuntare fuori all’improvviso Manhunter?»

«Sì, è solo che… Hai ragione. È uno stupido scrupolo. Quando sapremo i risultati delle loro esplorazioni?»

«Li monitora Melanie. Se spunta fuori qualcosa che non le piace, ci avvisa al volo.»

Si avviarono verso la macchina.

«Ma controlla tutto lei? Sembra un computer!»

«Ah ah, sì, Melanie è incredibile. Vederla al lavoro è pazzesco. Ha una memoria da macchina e quando è davanti a un computer diventa un tutt’uno con esso.»

Si risedettero nell’auto.

«A proposito di Melanie. Lì nel cassetto c’è un auricolare. Puoi prendilo, piacere? Per accenderlo tieni premuto il bottoncino blu.»

Ashley cercò nel portaoggetti mentre Quentin guidava. Trovò l’auricolare, lo attivò e lo sistemò nell’orecchio.

Che figata, pensò. «Fatto.»

«Ok. Ora appoggia delicatamente un dito sulla parte esterna e di’ “Queen”»

Ashley si sentì catapultata completamente in un film d’azione. Nonostante nelle ultime quarantotto ore le fosse accaduto di tutto, con gente che le sparava in casa e la accoltellava, il gesto di mettere le dita su un auricolare in un momento di relativa quiete la fece sentire sentire per la prima volta davvero parte di quel gruppo. Era assurdo. Decise che era meglio non pensarci se voleva evitare nuovamente di cadere nella trappola mentale del “tutto troppo incredibile, tutto troppo in fretta”.

«Queen» disse con decisione.

Per qualche istante non sentì nulla. Poi un un fruscio precedette la voce frettolosa di Melanie.

«Campbell, giusto? Ho dato questo auricolare a Doyle per te. Ho visto che avete che avete già piazzato cinque scarafaggi e due lucciole. Per ora non hanno rilevato ancora nulla. Beet-78 sembra essersi incagliato però. FF-32 ha già finito il giro di ricognizione dell’appartamento di Stratford Avenue. La brigata Anthurium…»

Ashley guardò Quentin e mimò con la mano una bocca che parla. «Non sta zitta» disse muovendo solamente le labbra. Doyle sorrise.

«Chiedile se vuole che andiamo subito nei due appartamenti di Taylor Avenue. Lei sa quali sono.»

Melanie stava continuando a parlare: «… ma l’hanno già ritrovato. Voi dovreste…»

«Queen? Scusa. Vuoi che controlliamo subito i due appartamenti di Taylor Avenue?»

«Sì, meglio, vedo che siete lì vicino. Un attimo, c’è qui il signor Foxx.»

Ops…

La voce di Foxx giunse nell’auricolare bassa, pacata e spaventosa.

«Signorina Campbell. Mi piace immaginare che un’universitaria ventunenne che viva nel 2024 abbia fra le sue competenze l’uso del mezzo di comunicazione elettronica noto come “email”. Usiamo un server privato per le comunicazioni interne alla BEE, ma non immaginavo trovasse difficoltà ad usarlo.»

«Sì, Signor Foxx. Sono in grado di utilizzare un’email.»

Quentin levò un attimo lo sguardo dalla strada per rivolgersi verso Ashley con aria interrogativa.

«Quindi, se lei sa inviare un’email, ma io non ho ricevuto l’email con il testo che le ho chiesto di inviarmi, mi rimane da pensare che o i nostri sistemi non funzionino, cosa che non mi risulta sia mai successa fino ad oggi, o che lei se ne sia fottuta di quello che le ho chiesto di fare.»

«N… No Signor Foxx, non me ne sono f… Non ho ignorato quello che mi ha chiesto di fare, signore. È solo che non avevo mai… Non ho avuto troppo tempo per scrivere un comunicato stampa convincente che…»

«Signorina Campbell», tuonò. «Iniziamo malissimo! Se tutto quello che sa fare è scrivere cazzate sui vampiri mi toccherà ricredermi sul giudizio del signor Doyle e del signor Sandoval! Sono le sue prime ore qui, è il primo compito che le ho dato, e lei mi sta dicendo che in un’ora e mezza non è stata grado di mettere insieme due paragrafi da dare alla stampa inventando qualche cazzata credibile per spiegare il casino che lei ha contribuito a creare stamattina?!»

«No, io…»

Le urla di Foxx nell’auricolare quasi facevano dolere l’orecchio di Ashley.

«Se lo ficchi bene in testa, Campbell. Lei non è un cazzo di fiocco di neve speciale, chiaro? Non si faccia illusioni a riguardo. Nessuno di noi lo è. Siamo solo persone che lavorano duro e dormono quando possono. Prima si decide di superare la fase “oh mio dio come sono traumatizzata, come non capisco quello che mi sta accadendo intorno” e inizia a rendersi utile, prima mi lascerò convincere che lei non sia un cazzo di peso morto e un errore di giudizio. Ce la fa a dare assistenza a Doyle o gli farà perdere tempo? Forse è troppo stanca? Vuole farsi accompagnare a fare colazione in una caffetteria carina? Vuole chiedergli di fare un giretto al parco per riprendersi dallo shock mentre noi facciamo di tutto per riportare Dubois a casa?»

Ashley era impietrita, ma Foxx aveva ragione. Aveva avuto mezz’ora a disposizione, avrebbe potuto scrivere una cosa qualunque e consegnarla. Al massimo le avrebbero detto che non andava bene, che avrebbe dovuto lavorarci, che aveva tanto da imparare. Invece, al solito, si era persa nelle sue incertezze e le sue paure l’avevano bloccata.

Magari, Ashley, è ora di crescere, si disse, e di farlo in fretta.

«Le chiedo scusa signor Foxx», disse risoluta. «Cercherò di non deluderla di nuovo e di rimediare. Scriverò dalla macchina, sul cellulare, e le farò arrivare il pezzo al più presto. Non ho mai scritto una rassegna stampa, ma voglio imparare per aiutare quanto più posso la BEE. E darò tutto il supporto richiesto al signor Doyle, signore, non gli sarà d’intralcio.»

Foxx grugnì. «Hm. La mia speranza di non essere deluso è la sua di non deludermi. Aspetto la sua mail.»

La comunicazione si interruppe. Ashley sospirò rumorosamente. Quentin stava posteggiando.

«Problemi?»

«Ho fatto un po’ un casino.»

«Il pezzo che ti aveva chiesto Foxx?»

«Ecco, non l’avevo proprio finito “finito”.»

«Pensavo gliel’avessi inviato.»

«Diciamo che non ho neanche iniziato a scriverlo. Onestamente, non ho un’idea precisa di cosa dover fare. Non mi è stato detto. Ma non voglio lamentarmi, credimi. Inventerò qualcosa. Cerco di scriverlo nel tragitto.»

«Lo facciamo insieme, ok? Ci pensiamo mentre guido. Alla fine è quello che vorrei fare anche io e che sto cercando di fare sempre più spesso.»

«Credevo che volessi fare il pistolero, il grilletto più veloce di New York!» Ashley mimò con le dita una pistola e sparò vero Quentin che sorrise.

«È quello che credevo anche io. La verità è che non fa per me. Mi dà molta più soddisfazione stare sveglio fino all’alba a scrivere per unaltered-news.net, la rivista che ha ideato Ricardo.»

«È quello che mi dicevi prima? Il fatto che avresti dovuto dar retta alla signora Apfel?»

«Sì. È successo dopo la morte dei miei genitori. Finisco di raccontartelo dopo. Andiamo, Felicia e i suoi hanno già piazzato dieci scarafaggi.»

Ashley aveva appena aperto la portiera quando sentì un leggero “bip” nell’auricolare. Lo toccò delicatamente.

«Signorina Campbell» disse la voce di Queen. «Il primo Bea-tee che avete piazzato, Beet-78. Le avevo detto che si era incastrato in qualcosa. Ha rilevato due persone, poi ho perso il contatto. Siete i più vicini. Dovete andare a controllare.»

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *