Capitolo 22

«No, vengo anche io» disse Ashley.

Stava mettendo il piccolo tablet nel giubbotto insieme a uno scarafaggio. Ormai sapeva come fare.

«Ashley, prima ti ho dato ragione quando dicevi di aver paura. È pericoloso. Mi stai aiutando tantissimo, giuro. Senza di te ci metterei molto più tempo. Ma abbiamo la certezza che lì dentro ci sia qualcuno.»

«E io vengo con te a vedere di chi si tratta.»

«Potrebbe essere Dottor Manhunter. Me l’hai riferito tu quello che ha detto Melanie: lo scarafaggio ha rilevato due persone prima di essere schiacciato. Per quello che ne sappiamo potrebbero essere…»

«Ishigawa e Beatrix. E se è Ishigawa tu sei nella merda sia che io ci sia, sia che io resti in macchina. E io sono inutile sia qui che dentro. Ma se c’è una possibilità su un milione che magari io possa distrarlo per un secondo mentre lo colpisci, o tirare fuori Beatrix o qualunque altra cosa, beh… Quando si combatte contro le probabilità è bene spostarle quanto più possiamo verso di noi.»

Quentin sospirò.

«Non sembri tu. Pensavo che Foxx ti avesse fatto una ramanzina solo perché non hai consegnato quello stupido articolo, non perché non cerchi di farti ammazzare in azione.»

«Se Beatrix è stata rapita è anche colpa mia. Stiamo perdendo tempo.»

«Colpa tua?! Ma tu che c’entri?»

Ashely scrollò le spalle e scese dalla macchina. Non aveva paura. Potrebbe essere lì dentro… Ma anche no, pensò. E si aggrappò fortissimo con la volontà a quel “anche no”.

«Questo non ti servirà», disse Quentin battendo con le nocche sulla tasca in cui Ashley aveva infilato il tablet. «E questo neanche, spero. Però prendilo.»

Le diede un apparecchio nero grande quanto un telecomando. Per non destare sospetti nella strada, sempre più animata, glielo fece scivolare in mano nascosto da una falda dell’ampio cappotto.

«Cos’è? Spara raggi al plasma? Una spada laser?»

«Un taser. È regolabile e fa un paio di altre cosette, ma lascialo così com’è. Se dovesse servirti, e Dio non voglia, premi forte, contemporaneamente, i due pulsanti ai lati.»

Ashley lo mise nella tasca del giubbotto in cui non aveva il tablet e sbirciò dentro. Sembrava proprio un telecomando. Sulla superficie piatta c’erano un pulsante e una rotella. Su uno dei due lati lunghi spuntavano due piccole antenne. Lateralmente i due bottoni a cui aveva accennato Quentin. Aveva immaginato che i taser fossero più grandi.

«Non mi servirà, vedrai.»

Non sapeva neanche lei da dove le derivasse quella sicurezza.

Come prima, fecero il giro dell’edificio e arrivarono alla cancellata sul retro. La stradina secondaria era sempre deserta e loro non parlavano, come se le orecchie di Ishigawa potessero nascondersi fra le sterpaglie del giardino abbandonato. Questa volta Quentin non si curò di rovinare il cappotto e scivolò fra le sbarre arrugginite.

Adesso vedremo il risultato di tutte quelle patatine fritte, signorina Campbell, si disse Ashley mentre si piegava per attraversare l’inferriata.

Quentin era girato di verso lei. Quando metà del corpo era già passato, sentì che il seno non sarebbe riuscito a passare e sarebbe rimasta bloccata lì. Il primo pensiero di Ashley, però, non fu la paura.

Che figura di merda…

Va bene morire durante un’azione, poteva capitare, ma così, con il corpo incastrato a metà fra due sbarre, sarebbe stato davvero ridicolo. Ma non si bloccò. Il giubbotto si sporcò di ruggine, però nel giro di un secondo Ashley era nel giardino. Quentin annuì e le indicò l’ingresso con un gesto del capo.

La porta posteriore della villetta, per quanto chiusa, era appoggiata solo leggermente ai cardini e a malapena chiudeva l’ingresso. Per Quentin, prima, non era stato un problema farci scivolare sotto lo scarafaggio. Si girò verso di lei, appoggiò un dito alle labbra e le fece cenno di fare silenzio.

Doyle lanciò un altro sguardo alla strada e appurato che fossero soli impugnò la pistola. Spinse la porta più piano che potè e questa ruotò sui cardini sbilenchi cigolando lievemente.

Ashley notò una cosa che l’aveva già colpita la prima volta che aveva visto Quentin nel pub e durante lo scontro con Ishigawa nella sua casa: non appena impugnava la sua arma sembrava avvenire in lui una trasformazione. Non avrebbe saputo definirlo, ma quel ragazzino dalla voce insicura e dalla faccia liscia da bambino sembrava diventare improvvisamente un uomo. Lo stesso successe in quel momento.

Quentin esplorò con lo sguardo la stanza d’ingresso puntando la pistola davanti a sé con gesti metodici, studiati, ripetuti centinaia di volte. Sapeva esattamente dove guardare prima, quando avanzare, come esser certo che nessuno si nascondesse negli angoli, dove muoversi, quando aprire di più la porta con la spalla. La parola che le venne in mente fu “professionista”. Quando Ricardo aveva detto che Quentin era un tiratore formidabile, Ashley aveva pensato che lo prendesse in giro, uno scherzo fra amici. Ora non lo metteva più in dubbio, però. Quando le fece cenno di avanzare lei si sentì sicura.

Entrando nella casa dall’esterno, dove il gelo della mattinata le faceva bruciare il viso non appena usciva dalla macchina, Ashley avvertì un’ondata di calore. L’aria era pesante, però, sapeva di umido, di legno marcio e polvere. Le assi sconnesse con cui erano state sprangate le finestre proiettavano all’interno lame di luce nelle quali danzavano copiosi granelli di pulviscolo. Gli occhi di Ashley si adattarono subito alla penombra.

Per terra, su un pavimento in legno grezzo e irregolare coperto che gonfiato in più punti dall’umidità, era abbandonata ogni sorta di rifiuto: cocci di bottiglie, giornali lacerati, un pantalone strappato, una collezione di vassoi in alluminio che un tempo avevano contenuto del cibo che ma che ora ospitavano solamente dei grumi di muffa.

I vaghi rumori della strada scomparvero quasi non appena la porta si richiuse alle loro spalle cigolando vagamente. Le assi del pavimento scricchiolavano ad ogni loro passo, ma appena si fermavano scompariva ogni rumore.

Entrarono nella stanza successiva, più grande. Tre grosse finestre chiuse facevano filtrare abbastanza luce da illuminarla tutta. Un tempo doveva essere stato un salone. Anche quella stanza era infestata da ogni tipo di detrito e sporcizia. In un angolo era appoggiato un materasso sfondato basso e lercio su cui si allungava una lunga macchia bruna. Al centro della stanza era abbandonato il coperchio di un bidone dell’immondizia in metallo che ospitava un cono di cenere scura e pezzi di legno bruciato. Alla loro destra una scala portava sul ballatoio del piano superiore sul quale videro aprirsi tre porte.

Quentin avanzava sicuro spostando di continuo la pistola contro nemici invisibili. Ashley era pochi passi dietro di lui. Impugnava il taser con entrambe le mani. Ogni tanto doveva ricordarsi di respirare. La tensione e la necessità di non fare rumore le facevo trattenere il fiato più a lungo di quanto potesse.

Il pavimento di legno al piano superiore cigolò. Ashley non era certa di averlo sentito davvero o se il rumore proveniva dai passi di Quentin davanti a lei, ma il fatto che lui si fosse girato all’improvviso verso le scale puntando in alto la pistola le diede conferma che aveva intuito bene la direzione da cui proveniva il rumore.

Quentin si girò rapidamente verso di lei per indicarle con un gesto del capo il piano superiore. Ashley notò che aveva il viso completamente bagnato di sudore. L’aria nella casa era soffocante e anche lei sentiva ciocche di capelli che le si appiccicavano al volto.

Quindi c’era davvero qualcuno. Si chiese da dove le fosse arrivata quella sensazione idiota di sicurezza che aveva fino a prima di entrare in casa. Lo scarafaggio aveva rilevato due fonti di calore e una di esse aveva schiacciato il dispositivo. Due persone. Una poteva essere Beatrix. L’altra, un mostro che sarebbe potuto piombare su di loro in qualunque istante senza che se ne rendessero conto. Aveva visto Dottor Manhunter schivare le pallottole, non sarebbe stato fermato da un taser nelle mani di una persona che non era neanche certa di saperlo attivare correttamente.

Salirono le scale più lentamente che potessero per evitare di farle cigolare più di quanto non facessero. Quentin la precedeva di due scalini. Spostava velocemente la pistola da un ingresso all’altro di quelli che si aprivano sul ballatoio. Le porte di tutte e tre erano state rimosse, forse per accendere il fuoco di cui avevano visto i resti nel piano inferiore.

In cima alle scale Ashley vide lo scarafaggio schiacciato. Chi l’aveva distrutto non si era neanche reso conto che si trattava di un insetto robotico e il congegno ad alta tecnologia era stato abbandonato lì con le zampette dritte e la testa metallica staccata di parecchi centimetri dal resto del corpo. Una delle zampe continuava a scattare ritmicamente in un pietoso spasmo meccanico.

Erano sul ballatoio. Quentin le fece cenno con la mano di stare ferma e si avviò verso la prima stanza. Lei sentiva i muscoli del collo farle male per la tensione. Continuava a spostare lo sguardo fra le spalle di Doyle e gli altri due ingressi temendo quello che sarebbe potuto uscirne all’improvviso. Si asciugò rapidamente la mano sul jeans perché il sudore le rendeva difficile impugnare saldamente il taser.

Con la coda dell’occhio vide Quentin scomparire. Si girò verso la porta che stava iniziando ad esaminare e per una sola frazione di secondo vide una figura passare davanti all’ingresso. Udì un tonfo e Quentin ansimare. Senza pensare si precipitò nella stanza girandosi immediatamente verso il lato dove aveva visto muoversi l’ombra.

Quentin era a terra con il cappotto che gli si allargava intorno. A cavalcioni su di lui vide un uomo dalle spalle secche con il braccio sollevato e la mano chiusa in un pugno. Aveva un maglione in lana logoro e stracciato e una grossa chiazza di alopecia fra i capelli già scarsi.

Decisamente non era Ludwig Ishigawa.

L’uomo di spalle abbassò il pugno per colpire Quentin, ma lui fu più rapido e gli bloccò il braccio con la mano sinistra soffocando un urlo. Nella destra impugnava ancora la pistola. Ashley puntò il taser verso la schiena dell’uomo a pochi passi da lui ma non fece in tempo a schiacciare i due bottini.

Sentì un urlo alla sua sinistra. Le assi del pavimento tremarono sono i pesanti passi che le si avvicinavano. L’istinto la fece girare verso l’origine del rumore. A un metro da lei un altro uomo, con la mano alzata chiusa a pugno intorno a qualcosa di luccicante, correva verso di lei pronto a colpirla.

Ashely cercò di saltare di lato, ma appena allungò il piede inciampò nella gamba di Quentin. Perse l’equilibrio e andò a sbattere contro lo stipite della porta. La mano dell’uomo passò a pochi centimetri dal suo occhio. Impugnava una siringa.

Dietro di lei sentì il rumore di un pugno e udì un grugnito. L’uomo che la stava assalendo, sbilanciato in avanti, non era riuscito a fermarsi in tempo e aveva attraversato la porta. Ashley strinse più forte che potè il taser, lo puntò davanti e sé e con un balzo si portò sul ballatoio. L’uomo era sbattuto contro la balaustra di legno marcio che si era piegata in avanti sotto il suo peso, ma non aveva ceduto. L’uomo fece un passo indietro e iniziò a girarsi. Alle spalle di Ashley avvertì un altro colpo e un urlo che non riuscì a distinguere.

L’uomo guardò Ashley da sopra le spalle con un’espressione feroce. Anche lui era magrissimo, gli occhi acquosi contornati da occhiaie profonde. «È nostra!» ringhiò.

Ashely non aveva idea di cosa parlasse, ma non le interessava scoprirlo. Si riferiva alla casa abbandonata? Potevano tenersela. Stava per sollevare una gamba per tirargli un calcio, ma si bloccò. Non era certa di arrivarci e se anche l’avesse colpito l’avrebbe mandato giù dalla balconata. Non era un’assassina. Piazzò meglio il piede per terra e premette con forza i due pulsanti ai lati del taser. Un scintilla saettò fuori dall’arma.

Il viso emaciato del ragazzo si illuminò per una frazione di secondo. Guardò stupito i due sottili cavi paralleli che gli erano passati affianco al viso. Si erano conficcati nel soffitto di legno, un metro sopra di lui. L’aveva mancato.

L’espressione con cui si rigirò verso Ashley era ancora più selvaggia. Sollevò nuovamente la siringa sopra la sua testa e si buttò in avanti per recuperare l’equilibrio e allontanarsi dalla balaustra. Ashley buttò in terrà il taser, ormai inutile, e provò a fare un passo indietro per rientrare nella stanza, ma si trovò con le spalle alla parete. Era del tutto disarmata.

Sono due drogati, pensò. Solo due drogati. Stava rischiando moltissimo, per poco non aveva perso un occhio o preso chissà quale malattia, ma era pronta ad essere uccisa da Ishigawa e invece si trovava davanti un “nemico” macilento ma pronto a scagliarsi contro di lei con una furia irrazionale. L’istinto le suggeriva di urlare qualcosa come «Tenetevela pure la vostra tana di merda! È un equivoco, non è voi che cercavamo!», ma il ragazzo stava flettendo gli scarsi muscoli pronto ad attaccarla.

Si buttò di lato. La siringa si schiantò contro il muro nel punto esatto in cui c’era la sua testa pochi istanti prima. Con la coda dell’occhio vide l’ago saltare e brillare nella luce polverosa della casa. Spostandosi aveva sentito qualcosa nella tasca del suo giubbotto strusciare contro il muro. Il tablet.

Lo tirò fuori e cercò di tenerlo stretto quanto più poteva. Era liscio e lei aveva le mani sudate per l’aria soffocante e l’adrenalina che le correva in circolo. Lo afferrò con entrambe le mani e lo sbatté con tutte le sue forze contro la testa del ragazzo. Lo prese di taglio con il lato del dispositivo.

Sentì il rumore di qualcosa che si frantumava. Per un istante pensò che fossero le ossa del drogato, ma poi il vetro il tablet esplose in una pioggia di frammenti. Le dita scivolarono e sentì distintamente le lame di vetro che le entravano nella mano. Al ragazzo, però, era andata peggio. Il colpo gli aveva fatto sbattere il naso contro la parete. Sulla tempia, dove era stato colpito, si era aperta una ferita sottile dalla quale usciva copiosamente un rivolo di sangue. Stava scivolando a terra, privo di sensi.

«Siamo della polizia, idiota!» urlò Quentin ansimando nell’altra stanza.

Ashley boccheggiava cercando di riempirsi i polmoni dell’irrespirabile aria rarefatta della casa. Lasciò andare il tablet sporco di sangue a terra.

«Quentin?» chiamò con un filo di voce.

«Stai a terra!» urlò lui con un’autorità di cui Ashley non lo credeva capace. «Se vedo muovere un muscolo giuro che faccio fuoco.»

Ashley lo vide arrivare nel ballatoio mantenendo la pistola puntata verso l’uomo che immaginò essere sdraiato a terra.

«Quentin… L’ho ucciso?»

Lui si abbassò in ginocchio e, senza spostare la pistola tastò il collo dell’uomo.

«No, è vivo. Devo ricordarmi di non farti mai arrabbiare, però. Di’ a Queen di mandarci un’ambulanza. Subito.»

Ashley rifiatò. «Il tablet è andato, temo.»

«Hm. Raccogli tutto, tablet, scarafaggio. Non lasciamo nulla.» Tornò nell’altra stanza.

Lei portò due dita all’orecchio, ma l’auricolare era andato. Doveva averlo perso durante la colluttazione.  Si guardò intorno senza individuarlo. Diede un occhio alla stanza nella quale erano stati aggrediti per controllare se le fosse caduto lì. L’odore di rancido e di fumo l’aggredì. In un angolo c’era un fornellino da campo acceso fra un materasso e una pila di cenci. Quentin teneva fermo l’uomo con la faccia a terra e gli stava legando le braccia dietro la schiena con la cintura del suo trench. L’auricolare non era neanche lì.

Uscita dalla stanza si sporse verso il piano di sotto e la sua attenzione venne catturata da una luce blu intermittente. Recuperò taser, tablet rotto e i pezzi dello scarafaggio e scese per andare a prendere l’auricolare. Si attivò immediatamente non appena lo infilò nell’orecchio, evidentemente la luce significava “chiamata in entrata”.

«Campbell? Non riuscivamo a metterci in contatto con te e Doyle.» Era Melanie Queen.

«Ci hanno aggredito. Due sbandati. Li abbiamo messi fuori combattimento. C’è bisogno della Birra, però.»

«La birra? Non credo che in questo momento la cosa più opportuna…»

E questo è quello che succede a voler far vedere che sei integrata nel gruppo più di quanto tu sia. Con Melanie, poi che deve avere il senso dell’umorismo di un frigorifero. Brava Ashley, bella figura di merda.

«Un’autoambulanza. Uno è messo male. Non erano Beatrix e Ishigawa, comunque.»

«Lo sappiamo. Li ha appena individuati FF-98. La squadra Anthurium è già diretta lì. È nella vostra zona, però.»

«L’abbiamo trovata?! Andiamo. Passo e chiudo. Quentin!»

«Questo idiota non ci darà più fastidio», urlò affacciandosi dal piano di sopra. «Che succede?»

«Beatrix. L’ha trovata… FF-98?»

«FireFly-98. L’abbiamo posizionata poco fa. Corriamo.»

«Qual era?»

«La clinica veterinaria.»

Oh…

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