Capitolo 28

Il primo senso di cui Ashley tornò in possesso fu l’olfatto. L’odore di pulito, una fragranza di fiori delicata come lavanda o mughetto, si unì a quello corroborante del caffè. Il tatto le suggerì una sensazione di benessere, morbidezza e calore che venne un po’ disturbata da un dolore — non forte, ma fastidioso — al costato, alla spalla e all’anca.

Aprì gli occhi e mise a fuoco la tazza di caffè che galleggiava davanti a lei nella penombra.

«Sono le sette, sono venuto a controllare che respirassi ancora.»

Quentin, vestito con una tuta scura, era in piedi affianco al suo letto. La camera nella quale si trovava ricordava vagamente, per lo stile, quella dell’ospedale dell’Alveare, ma il letto era una normale struttura a due piazze, ampia e confortevole. L’arredamento era minimale, ma elegante: due comodini ai lati del letto, un grosso armadio in un angolo, una scrivania con un paio di mensole e un computer portatile, una cassapanca e un tappeto dal pelo lungo e soffice fra l’ingresso e il letto. Tutti i mobili erano bianchi e le uniche note di colore erano date dal pavimento in legno lucido, dal tappeto e da una parete dipinta di un lilla tenue nella quale si apriva la porta che conduceva al bagno privato. Un lampadario di design proiettava dall’alto una luce delicata.

Ashley si passò la mano sugli occhi, le sembrava di aver dormito dieci giorni di seguito.

«È ora di cena?», chiese accettando il caffè.

«È ora di colazione. Hai dormito da mezzogiorno di ieri mattina ad ora.»

La parola “colazione” le fece borbottare lo stomaco. Adesso che il suo corpo aveva recuperato tutto il sonno perduto, mangiare era un’assoluta proprietà. Non faceva un pasto completo e decente da un secolo.

«Volevo chiederti scusa per ieri. Non avrei dovuto urlare, e Felicia…»

«Non chiedermi scusa, Quentin. Ho fatto una stupidaggine avventata dietro l’altra mettendo tutti in pericolo.»

«Hai davvero salvato la situazione con Beatrix, Ash. E quando è scoppiato l’incendio l’hai tirata fuori da lì.»

La memoria di Ashley iniziò a lavorare freneticamente per rimettere insieme i pezzi di quanto fosse accaduto il giorno prima. Non era certa di quali fossero ricordi veri e quali sogni fatti durante il lungo sonno agitato delle ultime ore.

«Non so neanche più quanti giorni fa era, ma la prima cosa che mi ha detto Foxx è che non si fidava di me e che avrei dovuto dimostrargli di essere degna di far parte della BEE. Da quel momento ho solo messo in fila una serie di cazzate. Non dire che non è vero, perché lo sai anche tu che è così.»

Il caffè era parecchio più zuccherato di quanto lo prendesse di solito, ma questo le diede una botta improvvisa d’energia.

«Ma dimmi, come sta Beatrix?»

Quentin scosse la testa. «Il dottor Malcolm non è in grado di dirlo. Quando l’abbiamo lasciata con te pensavo fosse solo svenuta.»

«Ho pensato la stessa cosa anche io. Che vuol dire che non sa cos’è? Non è svegliata?»

«No. Ma non è in coma, la TAC non rivela danni cerebrali e il dottore dice che è come se stesse dormendo. Solo che non riusciamo a svegliarla.»

Ashley provò una stretta al cuore.

«Posso vederla? L’ultima cosa che ricordo è di aver aiutato quei due ragazzi dell’autoambulanza dopo aver sbloccato la porta del palazzo. L’ho trascinata alla porta e… Oddio, la bambina!»

«Cosa?»

«È lei che ha dato fuoco alla palazzina! È tornata indietro mentre voi non c’eravate!»

Nella sua testa sentì scattare qualcosa, come se nel cervello avesse avuto un meccanismo che qualcuno aveva smontato e i cui ingranaggi fossero stati rimontati e rimessi in moto all’improvviso.

«Dici la figlia di Ishigawa? Clementine? Sei sicura?»

«O il Bronx pullula di bambine per metà robotiche, o sono abbastanza certa di aver parlato proprio con lei.»

«Avete parlato?! Cosa ti ha detto?»

«Mi ha fatto vedere i suoi disegni. Mi ha detto di sentirsi sola e che si vede come un mostro. Oh, e mi ha parlato di Beatrix! Credo che il padre volesse prenderle la faccia per trapiantarla su Clementine. Non so. Ha senso? Mi sembra una cosa mostruosa.»

«C’è qualcosa che non sia mostruoso in quell’uomo?»

«La figlia. È solo una bambina, Quentin, le piacciono le principesse della Disney, i cartoni animati e i libri di favole. Credevo di odiarlo per aver provato ad ammazzarmi, poi per quello che ha fatto a Beatrix, ma credo che la sua vera vittima sia Clementine.»

«In quel laboratorio avremmo potuto trovare di tutto, ma ora è un ammasso di cemento carbonizzato. Crediamo che la bambina abbia gli stessi impianti del padre, è un miracolo che non ti abbia fatto del male.»

«Ho pensato lo stesso anche io. Credo che lui stia facendo tutto questo per lei, per ridarle un corpo.»

«Se la sua idea era quella di renderla normale, si è decisamente fatto prendere un po’ troppo la mano. L’unica cosa positiva dell’incendio è che non abbiamo dovuto fare nulla per nascondere la nostra presenza lì. A proposito, Foxx sembrava molto soddisfatto del comunicato stampa che hai scritto. Quando hai trovato il tempo di farlo?»

«Quando la birra mi ha riportato qui, il dottor Malcolm ha voluto vedermi. Mi ha dato un’aspirina e ha detto che tutto quello di cui avevo bisogno era una buona dormita. Come si chiama quel ragazzo di tratti indiani? Oliver?»

«Oliver Chandran, è un medico.»

«Sì, lui. Mi ha accompagnato qui e mi ha detto che potevo considerarla camera mia. Non volevo mettermi a letto sporca com’ero, quindi ho fatto una doccia. Mi ha svegliato un po’. Ho visto il computer, sono riuscita a scrivere il pezzo e poi penso di essere entrata in coma fino ad ora. Avrò dormito venti ore di seguito!»

«Eravamo tutti stremati. Noi abbiamo seguito le tracce di Ishigawa per due ore fra cunicoli e fognature. Niente, è scomparso.»

«Siamo punto e da capo, ma almeno Beatrix è qui. Posso vederla?»

«Certo, ti accompagno subito da lei.»

Ashley rimase in silenzio. Si fissarono per qualche secondo, Quentin sempre in piedi vicino al suo letto.

«Quentin?»

«Sì?»

«Dovrei cambiarmi.»

Lui provò a dire qualcosa scusandosi e uscì dalla stanza. Ashley tirò un sospiro di sollievo nascosto da uno sbadiglio. Tornare a vedere Quentin imbarazzato era rassicurante rispetto alle grida colleriche con cui l’aveva investita l’ultima volta che si erano visti, la mattina precedente.

Nell’armadio trovò una serie di vestiti scuri un po’ anonimi. C’era anche un bel cappotto lungo e nuovo simile a quello che aveva visto addosso a Quentin a Foxx. Indossò una comoda tuta blu uguale a quella che aveva Quentin. C’erano anche delle scarpe della sua taglia. Ore prima, quando si era lavata, aveva buttato i suoi anfibi e i vestiti che le aveva dato Beatrix, ormai sporchi e laceri, sotto la scrivania.

Guardare quella montagna di panni le ricordò le due buste che aveva lasciato all’ingresso del suo appartamento. Vestiti sporchi di sangue in una casa con pareti sfondate e crivellate dai colpi. Voleva fidarsi ciecamente della BEE e della loro capacità di insabbiare qualunque evento — tenevano nascosto da quattrocento anni un calamaro di trenta metri! — ma l’idea che la camera che aveva in affitto fosse una scena del crimine le metteva addosso parecchia ansia.

Infilò un paio di sneaker della sua taglia che aveva trovato ordinate vicino alla cassapanca e accese il cellulare. Mercoledì 27 novembre. La sua mente si sforzò invano di suddividere in giornate la catena di eventi che l’avevano coinvolta. Aveva dormito poco e in modo irregolare, poi aveva passato un’intera giornata a letto. Le sembrava di aver vissuto un unico periodo, senza notte e senza giorno, lungo cento ore. Il calendario le diceva che sabato 23 novembre, la notte in cui era iniziato tutto, era solo quattro giorni prima, ma in quel lasso di tempo aveva vissuto più emozioni di quante ne avesse provate complessivamente negli ultimi dieci anni.

Quando le persone subiscono un trauma a volte dicono di aver “perso cinque anni della loro vita” a causa dello spavento. In quel momento le sembrava di capire a cosa si riferissero. Stava andando a trovare una ragazza che le faceva battere il cuore con la sua bellezza e i suoi rari sorrisi spocchiosi. Questa ragazza aveva il viso deturpato da un medico-genio-ninja e non sapevano come mai non si risvegliasse. L’ultima persona con cui aveva parlato era una bambina di undici anni senza gambe, un solo braccio, con il viso sfigurato e il corpo sostituito da parti bio-meccaniche degne di un anime di fantascienza. L’Ashley di quattro giorni prima, le cui massime preoccupazioni erano il senso di colpa per l’inconcludenza degli studi e come salvare Liam, il protagonista di un racconto idiota che stava scrivendo, le sembrava una persona lontana e sconosciuta, come quei parenti che vedi una sola volta da piccolo e di cui negli anni non rimane altro che un vago ricordo evanescente. Appena ebbe levato la modalità aereo, il tuo telefono fu bombardato da una raffica furiosa di notifiche perse e ignorate. Messaggi di fuoco da parte di sua madre, una serie infinita di chiamate perse di suo padre, Jinny che continuava a chiederle preoccupata cosa le fosse successo, Sean che la pregava di farsi viva perché Jinny stava andando fuori di testa.

Perché non mi lasciano in pace?, pensò provando un pizzico di vergogna per il suo egoismo. Decise di aprire un cassetto della sua mente, chiuderci dentro queste preoccupazioni e rimandare a più tardi messaggi e telefonate che non avrebbe potuto evitare.

Quentin l’aspettava in corridoio.

«La tuta d’ordinanza!», esclamò.

«Ho visto che l’avevi messa anche tu. E comunque i miei vestiti sono un disastro, se continuo a passare il tempo rotolandomi nel sangue o chiusa in edifici in fiamme, dovrete darmi dei buoni da spendere da H&M.»

«Ti assicuro che non è sempre così», disse Quentin incamminandosi. «Gli ultimi giorni sono stati frenetici, ma quando ti dicevo che correre dietro a gente come Dottor Manhunter non è quello che facciamo di solito, ti dicevo la verità.»

«Voglio crederci, sento di essere passata da ventuno a quarant’anni nel giro di due giorni. Quali sono le prossime mosse? Non avremo mica intenzione di lasciarlo libero di torturare in quel modo sua figlia.»

«Ovviamente no, ma abbiamo perso del tutto le sue tracce. Potrebbe essere ovunque. Melanie dice che non si è più connesso ai server che monitora di solito e il laboratorio è andato in fumo. Per quanto ne sappiamo, magari in questo momento non è più in città.»

«E il piano di attirarlo con quel cuore meccanico di cui parlavate ieri?»

«È un’idea sempre valida, ma se già prima Ishigawa era cauto, ora è altamente improbabile che cada in una trappola. Siamo ad un vicolo cieco, insomma.»

Ashley notò solo in quel momento che il corridoio nel quale stavano passando, quello su cui si affacciava la sua camera, era il primo distintamente riconoscibile che avesse visto all’interno dell’Alveare. Aveva un aspetto più “umano”. Le porte erano sempre tutte identiche, di legno lucido, ma molte di loro avevano qualche targhetta, un adesivo, o una pianta vicino all’ingresso. A tratti regolari erano accostati alle pareti dei divanetti e nei brevi corridoi laterali erano installati distributori di bevande, ghiaccio e snack. Fu certo di aver sentito, dietro una porta chiusa, il guaire di un cane.

«È qui che abitate tutti? Cioè, che abitiamo tutti? Insomma…»

«Sì e no. Non tutti viviamo nell’Alveare. Non so se la signora Apfel te ne ha parlato, ma la sede di New York era parecchio più grande di com’è ora. Ti parlo di centinaia di persone che si occupavano di tutta la costa orientale. I pezzi grossi non staccavano mai e dormivano qui dentro, ma non ci sarebbe mai stato spazio per tutti. Oggi siamo quattro gatti e anche chi possiede una casa ha comunque una stanza qui. È comodo, anche solo per riposare un’oretta. O per sicurezza in caso ce ne fosse bisogno. Per quello ti ho detto di non preoccuparti della sistemazione. Puoi scegliere se tornare nell’appartamento che avevi in affitto o se rimanere qui e stare con noi.»

«Tu vivi qui?»

«Non saprei dove altro andare», rispose Quentin scrollando le spalle.

«E Beatrix?»

«Oh, lei ha un suo appartamento nell’Upper East Side. Da casa sua vede Central Park.»

«Non mi meraviglia», rispose Ashley. Quella rivelazione le causò un certo fastidio. Azzardò: «E vive con qualcuno? Non so, i genitori o un fidanzato, magari?.»

«No, è sola. Anche lei non ha i genitori.»

«La signora Apfel mi ha detto che si prende cura di Foxx da quando era un ragazzo.»

«Capisco cosa vuoi dire, la BEE ti sembra un orfanotrofio.»

«Non intendevo dire questo, scusa. Mi sembra solo una coincidenza particolare.»

«Non devi scusarti. E non è una casualità. Ogni sede della Compagnia ha una filosofia differente, anche perché è calata nella realtà di una nazione diversa con la sua cultura e la sua mentalità. Anche i singoli Alveari sono gestiti in maniera più o meno autonoma. Qui a New York l’approccio è quello di “grande famiglia”. Le sorelle Apfel hanno mantenuto l’impostazione di chi le ha precedute.»

«La signora Apfel ha una sorella?! Anche lei nella BEE?»

«Oh, sì. La vediamo raramente, ma l’Ape Regina del nostro Alveare è la signorina Prudence Apfel, la sorella maggiore di Virginia, che è il vice direttore.»

«Sorella maggiore? Ma…» Ashley si guardò intorno e abbassò la voce. «Quanti anni hanno?!»

«Non ne ho idea, ma immagino ne abbiamo viste parecchie! Anche loro sono orfane e a loro volta sono state adottate dal direttore dell’epoca dell’Alveare di New York. Credo che sentano una sorta di debito nei suoi confronti che non hanno mai smesso di cercare di ripagare.»

«Siete un po’ come i bambini dell’Isola che non c’è!»

«È calzante. Puoi pensare alla signora Apfel come alla nostra Wendy, allora! La BEE è fatta di invisibili, e chi è più invisibile di chi non ha una famiglia? Quando compri un orologio scegli il cinturino, ti lasci convincere dalla forma della cassa, dal materiale o dalle rifiniture, e scordi che ciò che lo rende funzionante sono le dozzine di pezzi e ingranaggi che lo fanno muore e lo rendono vivo.»

«Noi siamo gli ingranaggi nascosti della società. Mi piace!»

Avevano preso la solita combinazione di ascensori, corridoi e svincoli labirintici tutti uguali. Ashley stava borbottando che servirebbe un’app per potersi orientare all’interno dell’Alveare, quando avvertì un odore differente. Non riusciva a capacitarsi di come un posto del tutto sotterraneo e senza finestre potesse avere sempre un’aria che sembrasse così buona, pulita e profumata. Nell’area nella quale erano appena entrati, però, il profumo di detergenti si era fatto all’improvviso più forte, meno naturale. Riconobbe l’odore che aveva sentito quando si era risvegliata nella zona medica della base.

Passarono davanti a una prima porta aperta. Sdraiato sul letto, intubato e a occhi chiusi, c’era Derek, l’uomo che sull’ingresso del suo appartamento si era beccato due bisturi in gola. Seduto al suo fianco c’era Felicia Miller che gli teneva la mano e bisbigliava qualcosa. La chioma rossa scintillava sotto le luci artificiali. Indossava un top sportivo e un paio di pantaloncini da corsa corti e aderenti. Il suo aspetto da statuaria guerriera teutonica non levava nulla all’intimità della scena.

Nella porta di fronte, un uomo sui cinquant’anni, ricciolino e con una grossa barba brizzolata e una pancia tonda e ampia come una botte tutta fasciata di garze, stava ridendo a crepapelle mentre parlava con una signora alta e distinta in piedi vicino al suo letto. La donna aveva un abito a fiori dai colori sgargianti, dei tacchi vertiginosi e quando Ashley passò davanti alla porta della camera venne investita da una zaffata di un profumo dolcissimo ai frutti esotici.

«Campbell!» si sentirà chiamare dopo qualche passo.

In un’ulteriore stanza, simile a quella nella quale avevano fatto riposare lei, era steso Martin Johnson, il ragazzo a cui Dottor Manhunter aveva spezzato il braccio attraverso la parete fra la sua camera e la cucina. Indossava solo dei boxer a righe e il torso nudo metteva in evidenza i pettorali gonfi e gli addominali scolpiti. Dal braccio, bloccato, spuntavano delle sbarre di metallo che lo tenevano ingabbiato.

«Sei passata a trovarmi?», chiese tutto allegro sfoderando un sorriso affascinante che gli mise in evidenza la cicatrice che gli attraversava metà del viso. «Sei davvero gentile!»

Ashley colse con la coda dell’occhio Quentin che sollevava gli occhi al cielo.

«Ciao», lo salutò entrando nella stanza. «Beh, mi sentivo un po’ in colpa perché quel casino al tuo braccio è successo proprio a casa mia. Come stai?»

«Oh, adesso che finalmente ho delle visite interessanti molto meglio! Il braccio temo di essermelo fottuto, ma ma quest’altro da solo vale comunque per tre», esclamò flettendo il braccio sinistro facendone gonfiare il bicipite poderoso.

Non si poteva non riconoscere a Martin la capacità di mettere una ragazza immediatamente in imbarazzo.

«Sono certa che te la caverai», balbettò Ashley provando a dare una risposta diplomatica.

«Se ti senti in colpa, comunque, mi vengono almeno un paio di idee su come potresti sdebita…»

«Martin!» urlò Quentin esasperato. «Diosanto. Vieni, Ash.»

L’afferrò per il braccio e la trascinò fuori dalla stanza.

«Ti rubi sempre le ragazze più carine, Doyle!»

La risata di Martin Johnson si perse mentre si allontanavano dalla sua stanza.

«Ma poverino!» protestò lei. «Non ha fatto nulla di male.»

«È un idiota. E un cafone. Uno scimmione volgare senza cervello.»

«A me è simpatico.»

«Non deve permettersi di dire…»

«Quentin, non ho bisogno della tua protezione. Me la cavo da sola. Se un ragazzo mi dà fastidio so come metterlo al suo posto. Direi che un ragazzo bloccato in un letto con il braccio maciullato è abbastanza inoffensivo e visto che quello che gli è successo è avvenuto a casa mia, può tranquillamente fare una battuta. Decido io se è inappropriata.»

Quentin non rispose. Forse Ashley aveva parlato con un tono più deciso di quello che avrebbe voluto o dovuto usare, ma l’atteggiamento paternalistico di Quentin iniziava davvero ad irritarla.

Senza parlare, arrivarono ad una doppia porta chiusa di quell’ala. Ashley ebbe l’impressione che l’ingresso separasse la prima parte dell’ospedale, con camere per la degenza e le prognosi non gravi, da un secondo settore per le operazioni e i casi peggiori. Il silenzio era interrotto solamente dal ronzare dall’aria condizionata. Nella prima stanza, sulla destra, il dottor Jacob Malcolm era steso in una posa plastica su un lettino bianco, il gomito sul letto e una cartellina in mano.

«Ehilà!», disse balzando già dal letto quando vide affacciarsi Ashley e Quentin. «Ashley, giusto? Lieve ematoma sul sedere e due punti sulla spalla sinistra. Ti avevo raccomandando una decina di giorni di assoluto riposo, ma le voci dicono che non vuoi darmi retta! Ah ah.»

Si avvicinò verso di loro sfoggiando il suo sorriso affascinante. Ashley confermò l’impressione di simpatia che ne aveva tratto quando aveva avuto a che fare con lui per pochi secondi. Era una bell’uomo alto, dal fisico asciutto, con la pelle abbronzata e i capelli nerissimi sui quali spiccava qualche raro capello candido sulle tempie. Aveva degli occhiali con le lenti leggermente scure che forse andavano molto di moda negli anni ’70. Si sfilò dalla bocca un rametto che stava succhiando.

«Radice di eucalipto», spiegò. «Fa miracoli per smettere di fumare. Fumavo tre pacchetti al giorno e ora sono sceso a due. E per di più profumo come un koala! Se ne volete accomodatevi pure, ho anche stecche di liquirizia.»

Indicò un portapenne sulla scrivania dal quale spuntavano vari rametti di diverso spessore.

«Grazie dottore», disse Ashley prendendone uno.

«Grazie Jacob. Anche Colin sta cercando di smettere di fumare. L’hai conosciuto, Ashley? Capelli bianchi, non un gran chiacchierone. Gli ho suggerito di provare con le radici, ma niente. Mi ha detto: “Jacob, l’abitudine è troppo forte e l’accendino troppo veloce. L’altra sera mi sono ritrovato un eucalipto in fiamme fra le labbra”. Ah ah. Adesso passa le giornate a masticare gomme, qualche porcheria chimica alla nicotina, con il risultato che sembra un dromedario. Un koala e un dromedario all BEE. Ashley, mi spiace, sei finita in un caravanserraglio.»

«Beh, mi trovo in un Alveare, non mi aspettavo nulla di meno! Dottore, come sta Beatrix? È possibile vederla?»

Il dottor Malcolm saltò a sedere sul lettino lasciando penzolare le lunghe gambe sottili.

«Ovviamente sei qui per questo», disse con espressione improvvisamente seria. «Ha una costola incrinata e un taglio preciso e profondo dalla tempia alla mandibola. Resterà una brutta cicatrice. A parte queste cose, è sana come un pesce. E questo, naturalmente, è un enorme problema.»

Ashley aggrottò le sopracciglia. «È un problema che stia bene?»

«Il problema è che sembra in coma. Non si sveglia. È come se dormisse senza che noi riusciamo a svegliarla, e non abbiamo idea del perché, visto che, appunto, dal punto di vista fisiologico non c’è nulla che non vada in lei. TAC, risonanza, analisi. È tutto perfetto. Il ferro un po’ basso è la cosa più anomala che ha.»

Il viso di Ashley non riuscì a nascondere una fitta di dolore e frustrazione. Sembrava che qualunque cosa facessero non portasse mai a nulla.

«Posso vederla?»

Il dottor Jacob Malcolm la fissò per un secondo, poi le lanciò un sorriso che Ashley non fu in grado di interpretare.

«Certo. Certo che puoi vederla, vieni, seguimi.»

Beatrix era in una stanza di poco più interna. A parte una flebo, non era attaccata ad alcun macchinario. Respirava piano sollevando delicatamente il petto sotto le lenzuola. Sembrava davvero solo che dormisse. Era serena. L’avevano lavata e ora il viso e i capelli erano puliti e non presentavano più tracce di sangue. Il trucco delicata che portava era scomparso e Ashley la vede per la prima volta “acqua e sapone”. Sembrava più piccola. Il naso all’insù, gli occhi grandi, le sopracciglia lunghe e folte, le labbra come una rosa appena schiusa la facevano quasi sembrare una bambina.

La fasciatura che le correva sul lato del volto le fece pensare con un brivido a quello che avrebbe voluto farle Dottor Manhunter. Se non fossero intervenuti in tempo l’avrebbe sfigurata. Immaginò la pelle di quel viso perfetto e delicato, tesa e deformata orrendamente per coprire il volto di Clementine Ishigawa. Ricordò quello che aveva detto quella bambina sola e triste i cui unici amici erano online.

«Quentin? So cosa dobbiamo fare», disse sicura.

Capitolo 27

Quentin saltò per ultimo nel buco su un lato dello stanzone. Ashley sentì che borbottava qualcosa dopo aver toccato terra e poi l’eco dei suoi passi si allontanò nell’oscurità.

Intorno a lei scese un silenzio che aveva dell’innaturale. Il fragore degli spari che le aveva bucato le orecchie continuano a rimbombarle nel cervello e ora, nell’assenza di rumori, era ancora più evidente. Solo in un angolo, vicino al grosso letto da ospedale sotto il quale si era nascosta Clementine Ishigawa, una macchina medica ronzava ritmicamente. Nelle montagne russe di adrenalina alle quali era stata sottoposta, quello era un momento di tranquillità. Camminava barcollando e dovette stare attenta a non cadere per terra dalla stanchezza.

Si avvicinò a Beatrix e si sedette per terra vicino a lei. Appoggiò mollemente la testa alla spalla e rimase ad osservarla. Era pallida, ma le labbra carnose, socchiuse, conservavano la loro rosea bellezza. Respirava lentamente in maniera regolare. Con ogni probabilità era stata sedata. Dalla tempia destra fino a sotto il mento, Ishigawa aveva praticato un’incisione precisissima e profonda che  seguiva perfettamente la forma del viso. Nella parte superiore, vicino alla frangetta, un piccolo lembo di pelle pendeva floscio.

Eppure, anche così, per Ashley era bellissima. Provava una sensazione strana, come se la sua mente fosse scissa in due. Una parte osservava lo sfregio e il sangue senza provare alcuna emozione, in maniere quasi scientifica, provando un interesse “investigativo” per la questione. Un’altra parte guardava le ciglia lunghe e arricciate su quegli occhi penosamente chiusi. Le prese una mano e le accarezzò piano le dita, come per trasmetterle un po’ di calore.

Tornò a concentrarsi sulle ferite. Aveva letto troppi film horror e si era addentrata in così tanti siti internet morbosi in cerca di idee per le sue storie per non farsi l’idea che quello fosse l’inizio di uno scalpo o qualcosa del genere. Il tipo di taglio e la pelle sollevata la fecero pensare a quelle storie raccapriccianti di serial killer, alle maschere di pelle umana che Ed Gein realizzava scuoiando le sue vittime.

Ma lei si chiamava Ashley Campbell, non Clarice Starling e quella era la realtà, non Il silenzio degli innocenti o qualche altro macabro thriller. Ishigawa agiva da folle, ma era una mente geniale e l’apparizione della figlia aveva mutato del tutto la prospettiva con cui lei pensava a quell’uomo. Era una macchina omicida, ma il terrore che era apparso nei suoi occhi quando aveva minacciato sua figlia dimostrava che era molto di più. Era un padre. Aveva un cuore. Provava dei sentimenti.

Ecco il movente delle sue azioni, quello che non riuscivano a spiegarsi, il motore della sua furia, lo scopo dei suoi assalti. Salvare la figlia, quell’esserino gracile che aveva perso le gambe, un braccio, metà della faccia. Le biotecnologie che rubava non servivano a lui.

Quell’uomo aveva sfregiato Beatrix — forse irrimediabilmente — e aveva cercato di ammazzarla per ben due volte, eppure, seguendo il filo dei suoi pensieri, provava per lui una pena infinita. Non escludeva che quell’uomo avesse usato se stesso come cavia, il suo corpo come laboratorio per sperimentare le operazioni che aveva poi eseguito sulla figlia.

Sistemò delicatamente i capelli di Beatrix che si erano attaccati alla fronte con il sangue e il sudore, stando bene attenta a non toccare la ferita per evitare di infettarla, e si rimise in piedi. L’autoambulanza del finto ospedale della BEE, Saint Bernardine, avrebbe dovuto già essere lì.

Si guardò intorno. I lati dell’ampia stanza si perdevano nel buio e nel silenzio innaturale che era calato nell’ambiente. Dietro la struttura di metallo che reggeva la tenda, ormai per terra, c’era l’ampio letto di Clementine e due mobiletti da ospedale. Uno era caduto spargendo utensili di vario tipi. Alcune boccette di medicinali si erano spaccate creando piccole pozze di liquidi incolore. Dall’altro lato c’era un comodino bianco a due piani. Su quello inferiore erano impilate delle magliette da bambina. Su quello superiore una pila disordinata di libri, una scatola di colori a tempera. Una testa bionda di bambola spuntava da sotto un fumetto aperto a metà.

Ashley prese la bambola e si ritrovò in mano con una Barbie deturpata. Non aveva le gambe e le era rimasto solamente un braccio. La posò subito con un brivido.

Sbirciò i libri. C’era il primo volume di Harry Potter, una raccolta di favole di Andersen, un paio di vecchi numeri di Piccoli Brividi, un libro illustrato dal sapore vintage. La scritta in bassorilievo diceva: L’avventuroso libro per ragazze coraggiose.

Prese in mano il libro da colorare. Era una carrellata di principesse Disney. Nella prima pagina, Belle, l’eroina de La bella e la bestia, ballava con il suo principe mostruoso. Ashley rimase senza parole. La maestria con cui la bambina aveva colorato e modificato il disegno era sbalorditiva. A Belle aveva rimosso un braccio e aveva disegnato al suo posto un moncherino chiuso in un elegante sbuffo del vaporoso vestito giallo. La bestia, d’altro canto, aveva metà del viso animalesco, come nel cartone animato, mentre sull’altra metà aveva disegnato il volto di principe bellissimo, così realistico da sembrare una fotografia.

Attaccato con il nastro adesivo all’asta di una flebo, c’era il disegno di uno scoiattolo femmina con una gonnellina bianca, enormi ciglia arricciate, e un enorme cappello a forma di zucca. Anche quell’opera, colorata a tempera, esprimeva la stessa bravura, incredibile per una bambina così piccola. L’animaletto sorrideva felice con una rapa in mano davanti a una casa di legno. La scritta dai colori sgargianti in cima al disegno diceva: ZOO -FLOATING ISLAND

«Anche tu disegni?» chiese una voce alle sue spalle.

Ashley sussultò. Si girò piano, sapendo già a chi apparteneva quella voce. L’aveva sentita parlare in giapponese, ma quando parlava in inglese non aveva accento, come il padre.

Clementine era tornata senza fare alcun rumore. Si trovava sull’orlo del buco che lei stessa aveva causato sul pavimento. La guardava con i suoi occhi irregolari, un’espressione indefinibile sul viso. Il cuore di Ashley prese a pompare così veloce da farle girare la testa. Simulò quanta più calma le riuscì possibile.

«Qualche volta, quando ero più piccola. Ma non ero così brava. Tu sei bravissima.»

«Lo pensi davvero?

«Sì, hai molto gusto. Come hai imparato?»

La bambina non rispose, si limitò a fissarla.

«Perché mi volevi sparare?»

Ad Ashley si mozzò il respiro, poi il cuore prese a correre ancora più forte di prima.

«Non… Non sapevo che ci fossi tu dietro la tenda.»

«Sì, lo sapevi. Hai detto “Se al mio tre non hai posato il machete, hai lasciato andare la mia amica e non sei in ginocchio, io le sparo”.»

«Ti chiami Clementine, vero?»

La bambina annuì muovendo la testa in maniera quasi impercettibile.

«Tuo padre voleva fare del male alla mia amica. Beatrix. Avevo paura per lei.»

Non rispose. La luci fredde si riflettevano sugli arti meccanici lucidi e sulla metà del volto coperta da una maschera.

«Scusami. Non avrei mai sparato, comunque. Spero che tu mi creda.»

Annuì di nuovo abbassando lievemente il capo.

«Non ho mai nessuno con cui disegnare. O giocare. Qualche volta gioco online, ma non è lo stesso. Sono brava a fare le cose del computer. Papà me ne ha messo uno in testa e a volte gli faccio dei servizi in rete. Nei libri i bambini hanno sempre tanti amici. L’hai letto “Annaluz e il circolo dei cappelli”?»

Ashely si rilassò un poco. Davanti a lei c’era una macchina da guerra micidiale — le aveva visto polverizzare la lucciola con un con un laser o qualcosa di simile e spaccare una botola di ferro con il braccio — con il cervello di una bambina. In quell’istante, sembrava davvero solo una bambina triste e sola.

«No. Non l’ho mai sentito nominare, mi spiace.»

«Annaluz ha tante amiche: Rubie, Tille, Willa. Willa è la mia preferita perché ha il cappello bianco e ha il potere di far nascere fiori bianchi quando tocca qualcosa con il dito. Il bianco è il mio colore preferito perché sono tutta bianca anche io. Papà dice che ho i superpoteri come Annaluz e le sue amiche. Tu ci credi?»

Quello che Ashley trovava più inquietante era il suo modo di stare ferma. Le persone non stanno mai davvero ferme, anche quando non si spostano fanno sempre dei piccoli movimenti. Quella bambina, invece, quando stava ferma sembrava una statua.

«Sì, Clementine. Penso proprio che tu abbia dei superpoteri.»

«Tu pensi solo che io sia un mostro.»

«Cosa? No, non è così! Non penso affatto che tu sia un mostro.»

«Tu sei molto bella. Mi piacciono le punte blu dei tuoi capelli. Per te sarei più carina con le punte blu?»

«Trovo che i tuoi capelli siano bellissimi», le rispose Ashley. Stava tornando ad agitarsi, ma doveva fare di tutto per non darlo a vedere. «Anche io vorrei i capelli così chiari. Magari quando sei più grande puoi colorarteli anche tu.»

«Non diventerò mai grande. Anche lei è bellissima.» Indicò in direzione di Beatrix. «Papà voleva farmi bella come lei, ma poi quei signori gli hanno fatto cambiare idea. Io però non lo volevo comunque. Nessuno deve essere brutto come me, e per farmi bella come lei, lei sarebbe dovuta diventare un mostro.»

Di cosa sta parlando? Davvero il piano di Ishigawa era trapiantare il viso di Beatrix sulla figlia?! 

«Chi sono “quei signori”?»

La bambina sollevò di nuovo le spalle di pochissimo, lasciando il resto del corpo immobile.

«Dei signori che sono venuti a trovare papà alle 7.18. Io facevo finta di dormire, ma li ho sentiti. Adesso devi andartene però. Non voglio farvi male.»

Si mosse di un passo verso Ashley che trasalì e si spostò indietro inciampando in cavo e andando a sbattere contro il letto da ospedale.

«Vedi che ti faccio paura? Ma non devi preoccuparti. Però prendi la tua amica e andate via.»

Ashley non riusciva a muoversi. Clementine le arrivò vicino e si abbassò ai suoi piedi. Da sotto il letto tirò fuori uno zainetto rosa delle Superchicche e iniziò a riempirlo con le magliette e i libri.

È solo una bambina… È solo una bambina… si ripeteva.

Ashley si mosse piano tenendola d’occhio, come se temesse che da un istante all’altro potesse cambiare idea e incenerirla come aveva fatto con il drone o innervosirsi e tirarle un pugno che le avrebbe sfondato il torace. Provava una pena infinita per quella bambina, avrebbe voluto rimanere lì a disegnare con lei, a farle sentire che, almeno per poco, poteva avere qualcuno con cui passare del tempo, ma ne era terrorizzata. Chiaramente Clementine aveva ragione. Aveva un aspetto inumano, la pelle cadente e scheletrica intorno all’occhio le metteva i brividi e il modo innaturale con cui si muoveva lo trovava rivoltante. E si sentiva orrendamente in colpa, per questo. Quella bambina era una vittima.

Cosa intendeva dire con quel “Non voglio farvi male? Di certo Ashley non voleva scoprirlo.

Prese il telo sul quale avevano avevano appoggiato Beatrix, si piegò e iniziò a trascinarlo faticosamente verso l’uscita.

Aveva percorso un paio di metri, era ancora nella sala grande, quando avvertì una vampata di calore alla sua destra. La tenda di plastica era andata a fuoco. Ashley sgranò gli occhi. Nel girò di un secondo le fiamme raggiunsero le lenzuola del letto. Non aveva idea che il fuoco potesse divampare e allargarsi così velocemente.

Clementine veniva verso di lei, lentamente. La sua espressione imperscrutabile. Il bianco del suo corpo meccanico rifletteva il bagliori rossi e arancioni delle fiamme che già ruggivano alle sue spalle. Il primo pensiero di Ashley andò alla pistola che aveva ridato a Colin. Se l’avesse avuta ancora con sé, probabilmente in quell’istante l’avrebbe usata.

La bambina le si mise al fianco. Il contatto con il suo corpo provocò ad Ashley un brivido.

«Ci penso io, sono più forte», disse. La sua voce era quasi indistinguibile nel crepitare del fuoco.

Qualcosa stava esplodendo, probabilmente uno dei macchinari medici. La temperatura si era alzata di parecchi gradi nel giro di pochi secondi.

Clementine afferrò con delicatezza due lembi del lenzuolo e trascinò Beatrix senza fatica alcuna attraverso la stanza d’ingresso, fino alla porta d’uscita.

«Mi spiace per la tua amica.»

Sfilò dalla spalla lo zainetto, ne pescò fuori un foglio ripiegato e lo passò ad Ashley che lo accettò cercando qualcosa da dire, ma non riuscì ad aprire bocca.

«Ciao», sussurrò Clementine.

Un istante dopo era scomparsa fra le fiamme.

Capitolo 26

«Tre.»

Ashley iniziò il suo breve conteggio con voce gelida.

Non sapeva neanche se quello che stava facendo era un bluff oppure no, ma in quelli che potevano essere i suoi ultimi istanti di vita, doveva sembrare convincente. Aveva la gola secca, ma le sue parole dovevano risultare stentoree. Il braccio le doleva e non avrebbe mai immaginato che una pistola potesse pesare così tanto, ma doveva evitare di tremare.

Entro pochi attimi avrebbe saputo se aveva condannato se stessa e Beatrix alla morte o se era riuscita a salvare quella ragazza che da tre giorni tormentava i suoi pensieri affacciandovisi con insistenza e riempiendole la mente con i suoi occhi occhi verdi enormi, con il profumo delle sue colonie costose, con le sue labbra rosa e gonfie, con il suo sorriso che, quando esplodeva sul suo visto austero, le faceva sentire lo stomaco bollente.

Avvertì un fruscio leggero alla sua destra, lì dove stava puntando l’arma. Per la prima volta sul viso di Ishigawa apparve un sentimento diverso dall’odio, dal disprezzo, dalla crudeltà: la paura.

«Due.»

Ishigawa lanciò uno sguardo colmo di panico verso la tendina opaca e Ashley seppe che le sue non erano state solamente farneticazioni. Stava puntando una pistola contro una bambina usandola come ricatto e questo la rendeva un mostro esattamente come la persona che aveva davanti.

Non farmi arrivare a tre…

Dottor Manhunter lanciò lontano il machete che cadde rumorosamente sulle mattonelle nell’ombra più lontana dell’ampia stanza. Si abbassò sulle ginocchia, appoggiò Beatrix sul pavimento senza troppa cura e incrociò le mani dietro la nuca.

Ashely sentì i passi dei compagni alle sue spalle. Con la coda dell’occhio vide due braccia armate dietro di lei che puntavano contro l’uomo inginocchiato.

Ce l’aveva fatta.

Voleva solamente che Felicia, Colin e gli altri prendessero in consegna Ishigawa e le dicessero che poteva rilassarsi, che era tutto a posto, che avrebbero pensato a tutto loro. E voleva correre da Beatrix e sincerarsi delle sue condizioni. E gettarsi sotto la doccia e piangere un po’ per sfogarsi e poi buttarsi su letto morbido e pulito e dormire per due giorni di seguito.

Fece per abbassare la pistola quando Ishigawa urlò a pieni polmoni con una violenza che le fece gelare il sangue nelle vene.

«Clem! Lauft!»

Il bracciò dell’uomo, con un movimento fulmineo, afferrò il letto da ospedale alle sue spalle e lo scagliò contro l’ingresso. Quentin fece fuoco e il fragore del colpo trafisse l’orecchio di Ashley come una pugnalata. Il suo colpo centrò il sottile materasso mentre era in volo verso di loro e fece nevicare fiocchi di imbottitura sintetica in tutta la stanza. Poi il letto si schiantò contro le porte in ferro e deflagrò in una gragnola di pezzi di metallo. L’ammasso di ferri rimbalzò e investì in pieno Ashley che si ritrovò per terra con una gabbia di spunzoni appuntiti che premevano contro ogni parte del suo corpo.

Ishigawa volò sopra di lei diretto verso la tenda. In qualche modo aveva perso il camice e la maglietta nera aderente metteva ulteriormente in risalto la muscolatura innaturale del suo corpo.

«Ora basta!» ruggì Felicia.

Scansò di Quentin con una spallata e fece fuoco.

«No!» urlò Ashley vedendo che aveva puntato nella direzione in cui ora sapeva esserci la figlia di Dottor Manhunter, ma si ritrovò a urlare nel vuoto. Il rumore provocato dall’arma di Felicia non fu quello di una normale pistola, come il fragore assordante di quella di Quentin. Un boato profondo, un WOOOOM baritonale si espanse nella stanza. Per un istante Ashley fu convinta che le fossero esplosi i timpani. Il suono ebbe un impatto fisico sull’ambiente. Ad Ashley sembrò che l’aria le venisse risucchiata fuori dai polmoni per poi tornare a invadere violentemente la stanza provocando un vento tempestoso che sembrava volesse strapparle la pelle di dosso. 

Era come se un uomo invisibile le stesse premendo i pollici nelle orbite degli occhi provocandole un dolore lancinante. Rovesciò come potè la testa all’indietro terrorizzata dall’idea che il colpo avesse potuto cogliere la bambina, ma non era pronta a quello che le si presentò alla vista. Lì dove le normali pallottole non erano mai riuscite neanche a sfiorare l’uomo, il tiro di Felicia aveva centrato in pieno un braccio.

Per un istante Ashley immaginò che il dolore bruciante che provava agli occhi le stesse impedendo di vedere correttamente. Il braccio dell’uomo diventò istantaneamente bruno, completamente ricoperto di chiazze livide come se una banda di pugili si fosse sfogata su di esso. Poi avvizzì. Non avrebbe saputo descrivere meglio quello che vide: il gigantesco arto di Ishigawa si restrinse, i muscoli si sgonfiarono come se fossero palloni bucati diventando una massa di pelle livida che cadeva penosamente sull’osso.

Ishigawa gridò di dolore. La violenza dell’onda che lo aveva travolto lo sbilanciò. Aveva posato il piede per terra dopo il suo balzo inumano. Incespicò in avanti per un paio di metri e d’istinto cercò di mantenere l’equilibrio appoggiandosi alla prima cosa che aveva davanti: la tenda di plastica opaca. Nella sua caduta il dottore portò con sé in telo e la struttura a cui era attaccata.

Ashley, sempre incastrata sotto il letto deformato e con spuntoni di stecche d’acciaio che le premevano contro tutto il corpo era riuscita a girarsi. Quello che vide la lasciò a bocca aperta.

Raggomitolata ai piedi di un letto da ospedale grande il doppio rispetto a quello su cui era stata distesa Beatrix, una bambina di circa dieci anni, gracile e pallida, si guardava intorno con occhi giganti terrorizzati.

Ho puntato una pistola contro quell’esserino, fu il primo pensiero di Ashley.

Poi i suoi occhi lacrimosi riuscirono a mettere meglio a fuoco l’immagine della bambina nascosta nell’ombra che il freddo neon sopra di lei proiettava illuminando dall’alto il letto.

Dal lato sinistro della testa cadeva una massa di capelli lunghi e sottilissimi, di un biondo così chiaro da essere quasi bianco come i capelli candidi del padre. Su quel lato il viso era orrendamente deturpato, la pelle diafana composta da un patchwork di chiazze di colori leggermente diversi, come se fosse stata rattoppata. L’occhio, enorme e di azzurro chiarissimo, sembrava navigare al centro di un’orbita cadente. Sul cranio, dal lato opposto, non crescevano capelli. Presentava la stessa distesa di pelle non uniforme della parte sinistra del viso. La metà destra del volto era occupata da una maschera bianca, lucida, che rifletteva la poca luce che le arrivata. Il naso era costituito da tre fori verticali. L’occhio, che inizialmente ad Ashley era sembrato gigante, era lo stesso congegno biomeccanico che aveva installato il padre, un cerchio nero e lucido che nonostante la natura artificiale riusciva, sul volto della bambina, ad essere tristemente espressivo: mostrava sgomento e paura.

Averla davanti agli occhi fece tornare in mente ad Ashley i particolari che le avevano svelato durante la riunione nell’Alveare: Clementine Ishigawa, malata di un cancro incurabile dall’età di quattro anni. Il cadavere carbonizzato della madre era stato recuperato dalle lamiere dell’auto con cui tutta la famiglia aveva avuto un incidente. Ludwig Ishigawa non era stato l’unico a salvarsi. 

La bambina si girò preoccupata verso il padre cercando una guida.

«Das Mannloch!» urlò nuovamente l’uomo. Cercava di liberarsi dalla struttura che lo aveva imprigionato, ma con il solo braccio destro — quello sinistro era ridotto a un pendulo brandello di pelle e ossa — il suo era un tentativo che, se non fosse per l’odio che Ashley provava per lui, avrebbe definito patetico.

Clementine si mise in piedi con uno scatto che Ashley non avrebbe sospettato, dato l’aspetto emaciato che emanava tutta la figura della bambina. Fu allora che notò il resto del corpo. Entrambe le gambe erano realizzate in una lega metallica bianca e lucida, la stessa della mezza maschera che le copriva il lato non ustionato del viso. Avevano una forma elegante, rotondeggiante e affusolata, ma qualcosa di sbagliato che Ashley non riusciva a inquadrare le faceva sembrare aberranti. Poi capì: si piegavano al contrario, come quelle di una gazzella, e non in avanti, come le gambe degli uomini.

La bambina indossava una maglietta azzurra con stampata sopra la principessa Elsa di Fronzen. Un braccio e parte del busto gracile erano gli unici elementi umani che fossero rimasti intatti. Dalla maglietta spuntava un braccio realizzato nella stessa forma elegante delle gambe. Ashley notò che vi aveva appicciato sopra un adesivo delle Superchicche.

Ishigawa era riuscito a mettersi in piedi. Urlò rabbiosamente qualcosa in giapponese e gonfiò il corpo quanto potè frapponendosi fra le pistole che continuavano ad essere puntate contro di lui e la bambina che era scappata alle sue spalle.

Ashley, dalla sua posizione abbassata, poteva guardargli fra le gambe. Vide la bambina inchinarsi in un punto del pavimento sul quale si apriva una botola, sollevare il braccio robotico dietro la testa e farlo poi scattare con velocità portentosa contro la piastra che esplose sotto la furia del colpo mandando in aria spessi pezzi di ferro contro di lei che parve non accorgersene neanche.

«Otoosan?» piagnucolò girandosi verso il padre.

«Lauft, Clem! Lauft!»

Piangendo la bambina si lasciò cadere nel buco buio e scomparve.

Ashley avvertì l’esitazione nei suoi compagni. Lei era rimasta sconvolta dalla visione della bambina, eppure sapeva già, in qualche modo, che fosse lì. Naturalmente non si aspettava che fosse così orrendamente deturpata e con più di metà del corpo costituita da parti meccaniche. Quentin, Felicia e gli altri, però, non avevano assolutamente idea del fatto che la figlia di Ishigawa fosse sopravvissuta all’incidente nel quale aveva perso la vita la madre, né tantomeno del fatto che fosse lì, a pochi metri dalle pallottole che stavano sparando.

Nelle due occasioni in cui si erano incrociati, Ashely non aveva mai visto un’espressione differente dall’odio o dalla gelida indifferenza negli occhi di Dottor Manhunter. Quell’uomo, ora, davanti alla prospettiva di mettere a repentaglio la figlia, sembrava spaventato come il maschio alpha di un branco di lupi il cui vigore si fosse immediatamente affievolito nel vedere il suo cucciolo ghermito da una tagliola.

Scomparve.

Ishigawa approfittò dell’attimo di esitazione delle persone che lo tenevano sotto tiro e con un salto aggraziato all’indietro, nel giro di un battere di ciglia, aveva lasciato la stanza ed era stato inghiottito dall’oscurità del buco.

«Merda», sospirò Felicia.

Appena l’uomo fu sparito, le spalle di Quentin e Felicia si rilassarono un poco e abbassarono le armi dirigendosi verso Beatrix. Colin, il cui naso continuava a grondare copiosamente sangue, passò loro davanti tenendo il fucile d’assalto puntato verso il foro che Clementine aveva aperto sul pavimento. Sepideh si precipitò da Ashley per liberarla dalla gabbia costituita dalle sbarre contorte del letto.

Negli attimi di silenzio che seguirono tornarono a sentire le urla dei poliziotti che, chiusi fuori dalla porta, stavano cercando di sfondarla. Di certo Ishigawa aveva fatto qualcosa per rinforzare l’ingresso, altrimenti non si poteva spiegare come mai non fossero ancora riusciti a sfondarla. Di certo tutte le grida e i colpi di pistola che avevano sentito dall’interno li avrebbe autorizzati ad un celere intervento.

«Beatrix è viva, ma non risponde», disse agitato Quentin all’auricolare. «Abbiamo urgente bisogno di un’autoambulanza. Non lo so, Mel, scaricateli a bordo strada, non mi importa! Dobbiamo portare via Beatrix da qui! E ci sono quei due poliziotti all’ingresso. Va bene, connettimi. Dammi un luogo… Ok.»

Prese il telefono dalla tasca e lo passò a Felicia.

«Liz, Manda un dispaccio per una sparatoria con feriti in Rosedale Avenue»

Lei afferrò il telefono. Parlò con voce autoritaria e professionale.

«A tutte le unità in zona, 10-10 in Rosedale Avenue, un agente ferito. Ripeto un agente ferito.»

Ashley immaginò che la strada fosse vicina a quella a quella in cui si trovavano. Sentì crepitare i ricevitori dei due agenti all’ingresso.

«Qui Smith, siamo in zona ma impegnati in un possibile 10-10S, abbiamo chiesto rinforzi.»

La voce del poliziotto arrivava ovattata da fuori la porta e un poco più chiara dal cellulare che Quentin aveva passato a Felicia.

«I rinforzi arriveranno fra pochi istanti, agente, lasciate subito la vostra posizione e raggiungete immediatamente Rosedale Avenue.

«Ricevuto», confermò l’agente.

La radio dei poliziotti scricchiolò mentre si allontanavano borbottando qualcosa di incomprensibile.

Quentin aiutò Felicia a stendere Beatrix su una coperta e si concessero tutti un sospiro di sollievo che durò un attimo.

«E quella chi era?», chiese Felicia. «La figlia di Ishigawa? Non era morta nell’incidente sul lago?»

«Evidentemente è sopravvissuta sia all’incidente che al tumore, ma è rimasta orrendamente mutilata, poverina», disse Sepideh. Il suo viso dolce esprimeva dolore sincero mentre aiutava Ashley a sollevarsi. Le faceva male dappertutto e non riusciva a stare dritta senza avvertire fitte di dolore alla parte sinistra del costato.

«Ashley?», la chiamò Quentin che fino ad allora non aveva aperto bocca. «Come facevi a sapere…»

«Stavo solo osservando le immagini della lucciola», disse rapidamente scrollando le spalle, «e ho notato qualcosa che si muoveva dietro la tenda. Così ho azzardato.»

Felicia, Sepideh e Colin si guardarono per un attimo.

«Hai azzardato?», scandì lui.

«No, ho solo… Beh, dalle ombre mi è sembrato…»

«Ti è sembrato?» urlò. «Avresti potuto far ammazzare te e Beatrix!»

Prima, in seguito alla colluttazione con i due drogati, l’aveva visto arrabbiato e nervoso, ma quella che aveva davanti era un’altra persona. Questa volta il rosso del viso non era dato dall’imbarazzo, ma  dalla collera. Tacque.

Fu Felicia, a sorpresa, a intercedere per lei. 

«Però non è morta e la testa di Bea è ancora attaccata al suo corpo», disse con nonchalance.

«È un caso! È un fottuto caso che non si sia fatta ammazzare nello scontro che abbiamo avuto prima e che non abbia fatto ammazzare tutti adesso! Felicia, noi non lavoriamo così, e tu lo sai. Non è un lavoro basato sul caso e sull’azzardo!»

«Ah no? E da quando? A me pare che voi tiriate fuori dal cilindro delle ipotesi e poi mandiate noi a controllare e a prenderci le pallottole. Chi ha partorito la brillante idea di usare Ashley come esca, l’altra notte? Il risultato è stato che Derek è attaccato a un respiratore e Martin potrebbe perdere un braccio. Ma io non mi lamento, Quentin, perché so che questo è il nostro lavoro e che il rischio è quello di tornare da una missione in un cappotto di legno. E mi sa che questo lei l’ha capito prima e meglio di te, quindi grazie Ashley di averci tirato fuori dalla situazione di stallo in cui eravamo. Non ho idea di come tu abbia avuto l’intuizione di quella ragazzina, ma hai fatto la cosa giusta.»

Ashley era imbarazzata, non sapeva come comportarsi davanti a quel litigio sorto dal nulla. Sospettò che fosse uno sfogo dovuto alla tensione o l’esternazione di un’acredine di più vecchia e profonda.

Quentin provò a replicare: «Lix, non puoi dire che è la cosa giusta se…»

«Quentin», lo interruppe lei glaciale, «in tutta franchezza? Mi hai rotto i coglioni. Non vuoi più partecipare alle missioni? Non vuoi più toccare un pistola? Bene. Meglio. Vedi di tirare fuori le palle e parlane con Foxx così puoi passare le tue giornate davanti al computer con Sandoval. Fino a che non lo fai, tu sei del reparto investigazioni, lavori sul campo, spari quando c’è da sparare e mandi noi delle brigate in avanscoperta. Se non vuoi questa responsabilità, dillo a chi di dovere. Ma se vuoi un consiglio: cresci. Mentre tu piagnucoli c’è chi si prende le pallottole per te. Detto questo, io scendo in quel cazzo di buco. Colin, ce la fai?»

L’uomo dai capelli candidi sputò per terra una gomma da masticare ricoperta di sangue. La linea sottile dei baffi era ora una striscia resa rossa dal sangue che continuava a colargli dal naso rotto. Afferrò dei fogli di carta assorbente caduti per terra, ci si pulì il viso e ne appallottolò dei pezzetti nelle narici. Annuì in direzione di Felicia, infilò in bocca un’altra gomma e raccolse il fucile e il machete che pulì con la carta. Ashley non aveva ancora mai sentito la sua voce.

Quentin era fermo in un angolo con le narici dilatate e gli occhi lucidi.

«Felicia, quello che Quentin voleva dire…», intervenne Sepideh.

«Sepideh, lascia stare, per favore», la interruppe Felicia. «Non abbiamo tempo per queste stronzate. Ti occupi tu di far sparire l’auto che abbiamo lasciato qui fuori? Non vorrei avere altri problemi con gli sbirri.»

La ragazza annuì. Mentre Felicia e Quentin litigavano, Sepideh aveva avvolto la ferita al braccio con delle garze. Sciolse la selva di capelli castani che aveva legati con l’hijab, lo rimise in testa e si avviò all’uscita.

Ashley notò solo in quell’istante che Felicia non aveva più il seghetto piantato nel costato. Nonostante la violenza del corpo che l’aveva fatta volare contro la parete, il corpetto che evidentemente portava doveva aver impedito del tutto alla lama di toccarle il corpo.

I due della brigata d’intervento era già intorno al foro e stavano controllando le armi. Colin aveva tirato fuori una torcia da una delle mille tasche del suo giubbotto militare. Quentin si avvicinò ad Ashley.

«Saranno qui fra pochi istanti. Resta con Beatrix. Non toccare nulla.»

Ashley fu colpita dalla sua freddezza, ma era contenta che Felicia l’avesse difesa. Aveva davvero salvato lei la situazione, e anche se non poteva dir loro come, sapeva quello che stava facendo.

Più o meno.

«Signor Foxx? Queen?» chiamò Quentin all’auricolare. «Stiamo scendendo. La lucciola trasmette? Bene.»

Ashley rimase sola.

Capitolo 25

Il buio si impadronì nuovamente della stanza d’ingresso quando Ashley chiuse la porta dietro di sé. Appena lo spiraglio di luce scomparve, qualcosa la colpì violentemente sulla sinistra.

Ecco, questa volta ci siamo davvero. Sapeva che entrando si sarebbe trovata esattamente davanti ad Ishigawa che tramite la porta sfondata avrebbe avuto una linea di tiro perfetta verso di lei. Ma non era un coltello quello che l’aveva colpita. Era grande, caldo e pesante. Quentin si era tuffato fuori dal suo nascondiglio su di lei e l’aveva gettata a terra sul lato opposto della camera, dietro l’alta pila di scatoloni dove era apposta Sepideh. Si ritrovò schiacciata sotto il corpo del ragazzo, i loro nasi quasi a contatto.

«È la terza volta in tre giorni, Quentin», disse con il poco fiato che aveva nei polmoni, «inizio a pensare che ci stai prendendo gusto.»

«Per cambiare potresti provare a non farti colpire in ogni modo possibile da Manhunter. Che ci fai qui?»

«Due poliziotti. Dobbiamo bloccare la porta.»

Sepideh scattò in avanti mettendosi dietro lo stipite, lasciando Ashley e Quentin nascosti nello spazio fra la colonna di casse e il muro.

Ashley gettò uno sguardo alla porta tagliafuoco dalla quale era entrata  e vide il maniglione antipanico  orizzontale che ne prendeva tutta la larghezza. Doveva trovare il modo di bloccarlo. Pensò all’esplosione di legno che aveva causato Colin quando aveva sfondando la copertura di una cassa e si guardò intorno. Le schegge erano troppo piccole, ma il colpo aveva quasi scardinato una delle tavole di legno di cui era costruita la cassa che gli forniva copertura. 

Una lama di luce alle loro spalle iniziò ad allargarsi fendendo la semi-oscurità.

«Quentin, la porta!» disse Ashley.

Lui afferrò il maniglione con entrambe le mani e, cercando di non uscire troppo allo scoperto, lo tirò verso di sé chiudendolo violentemente. Con il viso contratto dallo sforzo iniziò a tenerlo bloccato verso l’alto.

«Resisti solo un attimo», gli sussurrò Ashley con la voce rotta dallo sforzo.

Stava tirando la tavola di legno sconnessa cercando di romperla. Puntò un piede contro la cassa e con uno schiocco riuscì a staccarla. La dimensione era più o meno giusta e la incastrò sotto il maniglione che Quentin stava reggendo verso l’alto contrastando lo sforzo dei poliziotti dall’altro lato della porta. Aveva le vene nel collo gonfie per lo sforzo. Si assicurò che l’asse di legno reggesse e lasciò andare la maniglia. Si appoggiarono alla parete per riprendere fiato.

Quando Quentin l’aveva buttata in terra, ad Ashley era caduto il tablet di mano.

Se mi dessero uno stipendio avrei paura che mi sottraessero il costo di questi cosi. Mi sa che ho rotto il secondo, pensò.

Provò a cercarlo in terra con lo sguardo, ma nel buio di quell’angolo riusciva a malapena a vedersi i piedi. Prese il cellulare per usarlo come torcia. Appena lo sbloccò vide che era rimasto sulla pagina della ricerca che stava facendo quando aveva sentito il rumore del primo colpo di pistola: “otoosan”. Il suo sguardo cadde sui risultati. Il primo: “Differenza fra Otoosan e Chichi”. Non aveva idea di cosa significasse. Il secondo risultato: “Dizionario giapponese online – Otoosan: Papà”.

Non è possibile…

«Non muoverti» le disse Quentin uscendo dal nascondiglio e portandosi sul lato sinistro della porta d’accesso all’altra stanza dove fino a pochi istanti prima c’era Felicia.

Ashley recuperò da terra il tablet miracolosamente intatto. Era caduto nella fodera della valigia da cui Colin aveva estratto il suo fucile. Dentro c’era ancora una pistola e vari accessori che Ashley non sarebbe stata in grado di distinguere. Si acquattò fra le casse e la parete. Il drone continuava imperterrito a riprendere il combattimento che sembrava ancora più concitato ora che si erano aggiunti i colpi ritmati dei poliziotti che cercando di abbattere la porta intimando ad alta voce di aprirla e comunicando che c’erano altre pattuglie in arrivo. Si stava mettendo male.

Colin, sempre inginocchiato ai piedi di Ishigawa e con la tavola di legno che lo parava dai suoi colpi, aveva perso il fucile d’assalto senza essere stato in grado di esplodere un singolo colpo. Recuperato l’enorme machete, l’aveva piantato con forza nella gamba di Manhunter. Felicia ne aveva approfittato per uscire dalla copertura dietro la porta ed entrare nella stanza, portarsi fra Ishigawa e il letto con su Beatrix che Colin aveva calciato verso un lato, e prendere l’uomo sotto tiro. Anche Sepideh e Quentin, riparati dietro la porta, avevano le pistole puntate verso di lui.

«Metti giù quei bisturi» ordinò Felicia. «Lentamente. È finita, Ishigawa.»

L’uomo sembrava congelato nella sua posizione. Nella enorme mano sinistra stringeva una decina di strumenti chirurgici, nella destra una sega da ossa. Il machete piantato nello stinco sembrava non causargli nessun dolore, nel suo sguardo si vedeva solo furore. Fissò negli occhi Sepideh e Quentin, nascosti dalla porta davanti a lui, poi spostò lo sguardo verso Felicia.

Avvenne tutto contemporaneamente nella frazione di un secondo. Un lampo blu emanò dal taglio sulla gamba di Ishigawa dove era piantato il machete di Colin. La lama tremò leggermente, poi schizzò fuori dalla coscia accompagnata da un fiotto di sangue.

Un bagliore azzurro illuminò la mano destra del dottore e i muscoli del suo braccio scattarono come molle d’acciaio verso Felicia. La sega la colpì in pieno petto mandandola a sbattere rumorosamente contro un armadietto appoggiato alla parete. Dalla pistola di Felicia partì un colpo, ma troppo tardi, quando era già sbilanciata. Un cascata di scintille piovvero dal soffitto e una delle poche luce al neon esplose.

Il machete di Colin, prima ancora che avesse potuto toccare terra, venne attratto dalla forza magnetica del corpo di Manhunter e gli schizzò nella mano ora libera dalla sega. Con una ginocchiata poderosa colpì in pieno il viso di Colin. Sepideh e Quentin fecero fuoco, ma i loro proiettili riuscirono solo a bucare il camice di Ishigawa che con un balzo felino era già scomparso dalla posizione che occupava un attimo prima. In volo, con il corpo allungato a mezz’aria, l’uomo scagliò tutti i bisturi che aveva ancora nella mano sinistra verso l’ingresso che forniva loro copertura, una salva di proiettili mortali che brillarono per un istante sotto le fredde luci prima di schiantarsi rumorosamente nella porta di ferro, nei suoi cardini, nelle casse dell’altra stanza.

Sepideh cacciò un urlo e si accasciò perdendo la pistola. Uno dei coltelli le aveva preso il braccio. 

Ashley aspettò con apprensione che la lucciola si riposizionasse in modo da inquadrare tutta la scena. Felicia stava recuperando le sue pistole e cercava di rimettersi in piedi. La sega da ossa era piantata all’altezza dello sterno, ma nella camicia aderente non si vedeva sangue: probabilmente indossava una copertura antiproiettile che seguiva e accentuava le forme sinuose del suo corpo. Quentin si era ritirato dietro la porta e si stava informando sulle condizioni di Sepideh che provava a sfilarsi da sola il bisturi dall’avambraccio.

Ludwig Ishigawa, intanto, era atterrato di fianco al lettino occupato da Beatrix e l’aveva sollevata. Le cingeva il busto nella morsa del suo braccio tenendola stretta davanti a sé. Il viso della ragazza, ancora inerme, era sollevato dalla lama del machete. Il sangue che prese a scorrerle dal collo si unì a quello che già sgorgava dalla profonda ferita che le scendeva dall’attaccatura dei capelli fin sotto al mento. 

Manhunter parlò lentamente con voce metallica. Non aveva alcun accento e nessuna inflessione. I suoi occhi dardeggiarono intorno a lui colmi di collera fino a fermarsi in quelli di Felicia, ma la voce non lasciava trasparire alcuna emozione.

«Il vostro disturbo termina qui. Conterò fino a quindici. Se al termine del mio conteggio non avrò sentito la porta d’accesso all’edificio chiudersi dietro di voi, reciderò il collo della vostra amica. Questa lama è abbastanza lunga da permettermi il taglio contemporaneo di carotide e laringe. Il suo corpo sarà morto entro tre secondi, ma l’ossigeno nel suo cervello le consentirà di provare panico per almeno due minuti. Se nella prossima mezz’ora dovessi avere il solo sospetto della vostra presenza a meno di un chilometro da qui, passerete il prossimo mese a cercare il suo corpo in qualche discarica. Uno, due…»

«Aspetta…» provò a dire Sepideh, ma Quentin era già piegato verso di lei e la stava tirando su. Ashley si tirò in piedi e si affacciò dietro la cassa. Sul volto di Quentin era dipinto il panico più selvaggio.

All’interno della stanza calò il silenzio interrotto solamente dalla conta di Ishigawa e dai colpi che la polizia continuava a dare alla porta d’ingresso minacciando di sfondarla.

«Quattro…»

Gli occhi azzurri di Felicia si fissarono per un attimo con odio bruciante in quelli di Manhunter, poi, con la sega ancora piantata al centro del petto, mormorò una minaccia e si rimise faticosamente in piedi. Colin era una maschera di sangue. La ginocchiata gli aveva massacrato il naso. Arrancava verso l’uscita trascinando il grosso fucile automatico in una mano, mentre l’altro braccio gli pendeva al fianco con il pugnale ancora conficcato nei muscoli attraverso lo scudo di legno improvvisato. Rivoli di sangue sgorgavano dalla ferita creando un motivo astratto cremisi che terminata sulle dita gocciolanti.

«Sette…»

L’istinto di Ashley fu quello di lanciarsi fuori dalla porta come stavano per fare gli altri, ma l’immagine di quello che sarebbe accaduto la congelò all’istante: lei che tira un calcio all’asse di legno per sbloccare la maniglia, i poliziotti che fanno interruzione, una baraonda di persone in quello spazio angusto che si scontrano correndo in direzioni opposte, Ishigawa che fa scorrere la lama sul collo di Beatrix. La sola immagine fu come un cazzotto nello stomaco, sentì la nausea chiuderle la gola.

«Otto…»

In quell’istante seppe cosa fare. Dottor Manhunter era un colosso di muscoli avviluppati in modo innaturale intorno a tecnologie da film di fantascienza, ma lei dalla sua parte aveva la magia che Virginia Apfel le aveva affidato. Ora sapeva perché.

«Undici…»

Ashley incrociò Colin sulla porta e gli occhi lacrimosi di lui si riempirono di stupore quando la vide arrivare contro di sé. Lei sgattaiolò al suo fianco e gli passò sotto il braccio.

«Quattor…»

Il dottore lasciò la parola a metà.

«Ora conto io.» Ashley diede uno sguardo fugace a Beatrix, poi fissò gli occhi in quelli di Ishigawa. «Se al mio tre non hai posato il machete, hai lasciato andare la mia amica e non sei in ginocchio, io le sparo.»

Il braccio destro di Ashely era teso verso la tenda alla sua destra. In mano impugnava la grossa pistola che aveva recuperato dalla valigia di Colin. Non aveva idea di come usarla. Non sapeva se fosse carica. Non era certa che non avesse una sicura inserita.

Nell’istante di silenzio che seguì, un gelido torrente di razionalità le scrosciò addosso all’improvviso risvegliandola dal sogno illusorio nel quale le sue fantasie l’avevano fatta piombare. C’era sul serio in ballo la sua vita e quella di Beatrix. Aveva davvero in mano una pistola che non sapeva usare. Quell’uomo, davanti a lei, impugnava un machete fin troppo reale.

E tutto il suo gioco si basava su due righe che aveva scritto di getto nel pomeriggio e che si era convinta fossero “magiche”.

Capitolo 24

Uno sparo.

Ashley buttò un altro sguardo alla strada per vedere se Felicia stesse arrivando, ma non vide altro che poche utilitarie che passavano pigramente. Mise a tacere la parte più coscienziosa del suo cervello prima che potesse intervenire sconsigliandole di agire in modo avventato e corse nel vicolo.

La porta in ferro era socchiusa. Ashley tirò a sé più lentamente che poteva. Per quello che sapeva, dietro l’ingresso avrebbe potuto esserci Dottor Manhunter armato di un bisturi o quella stessa cosa che in una frazione di secondo aveva notato la presenza della lucciola e l’aveva incenerita istantaneamente.

La porta si mosse e un alito di aria fresca le investì la faccia. Era ancora viva, nessun laser le aveva perforato il cranio e nessun bisturi aveva scavato dentro di lei. Buon segno. Diede ancora uno sguardo alla strada sperando in ogni modo di vedere Felicia, ma l’unico essere umano nei paraggi era un anziano con la testa infossata nel suo cappotto pesante. Passò davanti all’imbocco del vicolo senza neanche notarlo e scomparve.

Non sapeva se lo sparo che aveva sentito era della pistola di Quentin o rivolto contro di lui. Prese il cellulare, avviò la registrazione di un video e, aperta la porta quanto bastava per farcelo passare dentro, effettuò una ripresa di qualche secondo muovendo il telefono in su e in giù cercando di inquadrare quanto più possibile.

Ecco la mia lucciola da duecento dollari, pensò. Se mi evita una pallottola in testa sarà valsa più di quella degli amici polacchi. Al peggio ci rimetto una mano.

Ritirò il braccio e controllò rapidamente il video. La luce scarsa nel vano della porta non aiutava la qualità delle immagini. Da quello che riusciva a intuire, la porta dava in una piccola stanza quadrata. Sulle pareti alla destra e alla sinistra erano impilate delle casse, esattamente come avevano visto al piano di sopra. Dietro la colonna di casse sulla sinistra, con un ginocchio in terra, le spalle appoggiate alla cassa e le mani sulla pistola pronto a sparare, c’era Quentin. Guardava fisso verso il cellulare scuotendo la testa. Ashley tirò un sospiro di sollievo. Sembrava stesse bene.

La parete di fronte all’ingresso era occupata quasi completamente da una grossa porta rossa a due battenti. Uno dei due era socchiuso.

Il rumore di una frenata improvvisa fece alzare lo sguardo di Ashley dal cellulare. All’imbocco del vicolo si era fermata una grossa berlina blu scuro. Felicia balzò fuori dall’auto quasi prima che si arrestasse del tutto. Indossava la stessa divisa da poliziotto che le aveva visto addosso la prima volta che l’aveva vista. Levò gli occhiali da sole a specchio e i suoi occhi di un azzurro intenso individuarono immediatamente Ashley. Sistemò la coda di capelli rossi sotto il berretto e si avviò a passi veloci verso di lei portando già la mano alla fondina.

Nella luce del giorno, Ashley capì cosa le era sembrato strano della divisa di Felicia anche l’altra volta. A nessuna vera poliziotta sarebbe stato concesso di indossare una camicia e dei pantaloni così aderenti che sembravano fossero tagliati apposta per far risaltare un corpo mozzafiato. Immaginò che sacrificasse a un vezzo la perfezione della copertura.

Un secondo dopo scese dalla macchina, dalla parte del guidatore, un’altra ragazza. Anche lei era alta, ma non quanto Felicia. Aveva i tratti mediorientali, un naso sottile e le labbra larghe e carnose. I suoi occhi erano di un colore nocciola chiarissimo, la luce sembrava danzarvi dentro creando dei riflessi dorati. La ragazza aveva in testa un hijab e indossava una gonna lunga e larga. Ashley ebbe l’impressione di averla già vista, forse durante lo scontro nel centro commerciale, prima di svenire.

Non fece in tempo a pensare che quell’abbigliamento dovesse essere assolutamente poco pratico per un’azione militare, che la ragazza, con un gesto rapido ed elegante, sfilò il velo e lo fece volteggiare nell’aria. Una massa di capelli lunghissimi dai ricci minuscoli le esplose sulla schiena e con un movimento fulmineo li legò con un nodo dell’hijab in una spessa coda che le arrivava fin sotto la schiena. Con l’altra mano tirò un laccio della gonna-pantalone e questa le si strinse alle gambe.

Contemporaneamente, dallo sportello posteriore, spuntò un enorme anfibio nero. Uscì dall’auto un uomo sulla quarantina che Ashley era certa di non aver ancora mai visto. Aveva i corti capelli completamente bianchi e un filo di baffi, sottilissimi e curati, ugualmente candidi. Portava un gilet militare verde con mille tasche aperto su una maglia senza maniche che lasciava scoperti i bicipiti gonfi e abbronzati. Attaccato ai pantaloni, anch’essi pieni di tasche, pendeva un machete dalla dimensione probabilmente illegale in ogni paese del mondo. Appena sceso dalla macchina sputò per terra una gomma da masticare, prese dal sedile una valigia metallica dall’aspetto pesante e si avviò verso Ashley. Dopo qualche passo recuperò un’altra chewing-gum da una delle infinite tasche del gilet e ricominciò a masticare.

«Sepideh Habib, Colin Riffenburgh, Ashley Campbell. Quentin è dentro?» chiese Felicia nel suo modo sbrigativo.

La ragazza, Sepideh, le sorrise. Colin si limitò a salutarla con un cenno della testa sottolineato da un morso alla gomma.

«Sì», rispose Ashley passandole il cellulare e avviando il video che aveva appena girato. «È proprio dietro l’ingresso, a sinistra, dietro una colonna di scatoloni.»

Felicia finì di guardare il breve filmato.

«Ishigawa è dietro la porta rossa di fronte a questo ingresso. Quentin ha sparato sulla serratura per aprirla. Colin, Sep, voi sulla destra, io a sinistra con Quentin. Apro io, non escludo che ci attacchi immediatamente. La priorità è Beatrix, poi fermare lui. Colin, cerca di tenere i tuoi cannoni a bada. Lo spazio è piccolo e non vogliamo rischiare di colpire Beatrix per errore.»

L’uomo grugnì e la sottile linea dei suoi baffi bianchi disegnò un sorriso compiaciuto.

«Felicia», la interruppe Ashley. «Non sono soli.»

«C’è un sistema di sicurezza, abbiamo visto il filmato di Melanie.»

«Non credo sia un sistema. È una persona.»

Felicia alzò il sopracciglio rosso.

«La visione termoscopica non mostrava un terzo corpo.» Il suo modo di parlare autoritario non ammetteva repliche. «Questi li hai visti?» chiese tirando fuori da una tasca una lucciola.

Ashley annuì. Sepideh finì di digitare qualcosa su un piccolo tablet uguale a quello che Ashley aveva usato come arma. Il drone si alzò in volo dalla mano di Felicia e Habib passò il tablet ad Ashely con un ampio sorriso dolce.

«Così all’Alveare possono seguire l’azione», le disse.

Colin e Sepideh si misero ai lati della porta. Felicia buttò un occhio all’imboccatura della strada e appurato che non stesse passando nessuno estrasse due pistole dalle fondine che aveva sotto le ascelle e aprì la porta. Nel giro di un secondo erano dentro anche gli altri. La lucciola, evidentemente programmata per seguire l’azione, si infilò nel vano e scomparve dalla vista di Ashley che chiuse l’ingresso e si concentrò sul tablet. La visione dall’alto della stanza era perfetta.

Quentin, con la pistola stretta nelle mani, si era schiacciato contro la parete per fare spazio a Felicia dietro la colonna sinistra di scatoloni. Sulla destra, Colin aveva aperto la sua valigia con un colpo secco della mano e senza che Ashley potesse vedere come avesse fatto si era ritrovato in mano un enorme fucile d’assalto. Sepideh era entrata nella stanza un attimo dopo di lui e aveva piroettato fino al suo fianco estraendo contemporaneamente una pistola dagli ampi pantaloni. Ashley notò che una delle pistole di Felicia non era affatto convenzionale, sembrava l’incrocio fra un giocattolo e un aggeggio uscito da un film di fantascienza degli anni ’70.

«Ludwig Ishigawa!», urlò Quentin. «Sappiamo chi sei, sei circondato e stanno arrivando rinforzi. Non rendere questa situazione più complessa di quella che è. Lascia andare la ragazza e possiamo trattare la…»

Non fece in tempo a finire la frase. La lucciola si era spostata vicino all’ingresso dall’ampio garage che Dottor Manhunter aveva trasformato in laboratorio e sala operatoria. Al di là della porta socchiusa Ashley vide l’uomo, in un vestito aderente nero che sembrava esplodere sotto i suoi muscoli, vicino ad un lettino da ospedale sul quale era stesa Beatrix. Non si vedeva chiaramente se fosse cosciente o meno, ma sul cuscino sotto la sua testa si allargava un’ampia macchia scura di sangue.

Ishigawa strinse nel pugno la cintura di cuoio con la quale aveva bloccato il busto di Beatrix al letto. Ashley vide il bicipite gonfiarsi e strappare la spessa cinghia come fosse un filo di cotone. Stava per prenderla e sollevarla con un solo braccio, quando Ashley sentì Felicia urlare qualcosa.

Lei e Quentin si scambiarono i posti ruotando l’uno sull’altra. Con due colpi in sequenza, di precisione millimetrica, Doyle fece saltare in aria i cardini della porta socchiusa che iniziò a cadere lentamente verso la stanza dove si trovata Ishigawa. Contemporaneamente Colin impugnò il fucile con entrambe le mani e lo usò per far saltare il coperchio della cassa in legno dietro la quale era al riparo. Il pezzo di legno saltò in aria in una pioggia di schegge e lui lo afferrò a volo impugnandolo davanti a sé come uno scudo. Scattò in avanti.

Sepideh prese il suo posto e puntò la pistola in avanti per offrire fuoco di copertura. Lo stesso fecero Felicia, inginocchiata e con entrambe le armi puntate davanti a sé, e Quentin che si sporse sopra di lei. Il grandangolo della telecamera della libellula consentiva ad Ashley di guardare quello che accadeva da entrambe le parti della porta che stava cadendo. Trattenne il fiato. Beatrix, inerme, sembrava ancora più delicata vicino ad Ishigawa, gli sarebbe bastato un colpo del braccio per ucciderla. Invece avvicinò la mano al tavolino da ospedale di fianco al letto di Beatrix e tutti gli utensili medici gli schizzarono in pugno.

Colin raggiunse l’uscio con due balzi e spiccò un salto contro la porta colpendola con la spalla. Questa accelerò la caduta sotto la spinta del suo peso e lui ne accompagnò il movimento con una capriola. Si ritrovò inginocchiato a mezzo metro da Ishigawa. Colin allungò gamba e diede un calcio al letto su cui giaceva Beatrix e le rotelle lo portarono lontano dalla scena dello scontro.

Con uno scatto del polso, Ishigawa fece schizzare un scalpello medico che aveva raccolto dal tavolino dalla mano sinistra a quella destra e abbatté il braccio contro la testa di Riffenburgh che fu rapido a sollevare su di sé il coperchio della cassa. Si piegò completamente sotto la potenza del colpo, la lama superò il legnò e si piantò nel braccio di Colin che però era riuscito ad evitare un coltello nel cranio. Emise un gemito di dolore.

Felicia, intanto, era scattata in avanti e si era spostata dietro porta che era rimasta in piedi.

«Non hai possibilità di uscire vivo di qui, Ishigawa», urlò. «Puoi solo scegliere se uscirne vivo o avvolto in telo che butteremo in un inceneritore.»

Sepideh, da dietro la sua copertura, lo teneva sotto tiro sfruttando lo stipite abbattuto che le dava un visuale aperta sull’uomo.

Ashley seguiva la scena con apprensione. Un fiume di sangue stava sgorgando dal braccio di Colin Riffenburgh e gli colava su tutto il corpo. Il lettino di Beatrix, però, era fuori dalla visuale di quanto inquadrato dalla lucciola, nella parte più ombra. Se aveva capito bene come era strutturato l’edificio, doveva esser vicino all’ingresso coperto da un telo di plastica dal quale era entrata FF-98. Guardò in alto verso la finestra dalla quale il drone si era infilato nella palazzina. Se fosse riuscita ad arrivare là su, le sarebbe bastato scendere le scale e tirare Beatrix fuori dalla scena dello scontro, lontana da eventuali pallottole vaganti. Si guardò intorno sperando nel miracolo di una scala abbandonata, o qualcosa del genere, ma quello che vide fu altro.

I rinforzi fu la prima cosa pensò. Una coppia di poliziotti stavano passando faticosamente nello stretto spazio che l’auto aveva lasciato all’imbocco del vicolo. Uno era un uomo di colore sulla cinquantina con un enorme ventre rotondo che gli ballava davanti ad ogni passo e che gli stava impedendo di superare la macchina. L’altro era un ragazzo parecchio giovane, secco e un po’ ingobbito, che stava chiamando la centrale con la radio.

Ashley pensò al travestimento che usava Felicia e capì immediatamente che quei due erano poliziotti veri.

«Che succede qui?», chiese quello più anziano. «È tua quest’auto? Abbiamo sentito degli spari.»

Ashley si congelò. Si era chiesta più volte come la BEE potesse, in concreto, girare armata, fare sparatorie, vestirsi da forze dell’ordine senza destare sospetti e senza che la polizia li fermasse o controllasse. Avevano sicuramente agganci, protocolli e chissà cos’altro, ma lei, ovviamente, non ne aveva idea. Agì d’istinto.

«Buongiorno agenti. No, credo che l’auto sia sua», rispose indicando in direzione della macchina, alle spalle dei due poliziotti.

Gli uomini si voltarono appena per un secondo, il tempo che Ashley impiegò per aprire la porta e infilarsi nella casa.

Quello che non le aveva trasmesso la telecamera del drone era l’odore di polvere da sparo che i colpi esplosi in luogo così piccolo e chiuso avevano lasciato nell’aria. Gli occhi e la gola presero a bruciarle non appena fu dentro. Era anche molto più scuro di quanto gli aggiustamento automatici dell’obbiettivo non le avessero fatto intuire.

Chiuse la porta dietro di sé e qualcosa la colpì immediatamente sulla sinistra.