Capitolo 1

Liam venne scaraventato contro il van e sentì una costola rompersi nettamente. Sbatté con la faccia sul pavimento umido e gelato del garage. Con la coda dell’occhio vide Jason volare verso la saracinesca e colpirla con la testa. Il collo si spezzò con rumore secco e il corpo precipitò al suolo senza vita.

Sotto il furgone qualcosa rifletteva fiocamente le scarse luci del locale. Liam allungò il braccio. Ogni movimento gli causava dolore e gli sfuggì un gemito. Il vampiro non parve accorgersene. Le urla di dolore gli suggerirono che era impegnato con qualcun altro. Maggie? Cindy?

Liam afferrò l’oggetto metallico: una grossa chiave inglese. Con un enorme sforzo si tirò in piedi appoggiandosi alla ruota del van. Una fitta lancinante al costato gli confermò che almeno una costola era rotta.

L’essere si girò verso di lui lasciando cadere il corpo esanime di Margaret. Liam fece appena in tempo a notare che la maglietta bianca che le aveva prestato lui stesso appena due giorni prima aveva ora un raccapricciante fiore rosso sangue che sbocciava dal suo collo squartato.

In una frazione di secondo il vampiro era a mezz’aria in volo verso di lui. Raccolse tutte le sue forze e con una flessione del bicipite poderoso colpì la bestia in pieno viso slogandogli la mascella e scaraventandola a terra.

Con la chiave inglese ancora gocciolante di sangue, Liam zoppicò fino al vampiro e nel suo sguardo pieno di odio colse per la prima volta una nuova emozione: la paura. Sollevò l’arma sopra la sua testa pronto a sferrare il colpo finale. Sentì ogni nervo del braccio essere percorso da un’energia elettrica a cui diede il nome di “vendetta”.

Qualcosa di gelido gli afferrò il polso da dietro stringendoglielo come una tenaglia. Liam diede

BZZZZZZZ

Ashley sollevò le dita dalla tastiera e cercò il cellulare con lo sguardo.

Nella stanza era calato il buio senza che lei se ne accorgesse. Dalla finestra filtrava solo la luce fioca delle insegne sulla strada e delle macchine che correvano veloci pochi piani più in basso.

Inarcò la schiena contro la sedia per sgranchirsi e sollevò le braccia stiracchiandosi e sbadigliando.

E anche oggi i vampiri di Silver Peak hanno avuto la meglio sullo studio, sospirò Ashley abbassando lo schermo del portatile.

La vibrazione del telefono l’aveva riportata improvvisamente alla realtà. Lo schermo del cellulare indicava le 19:34. La giornata, lì fuori nel mondo, era scivolata via veloce. Il suo nuovo racconto prometteva bene e i primi tre capitoli pubblicati sul suo blog avevano avuto una buona accoglienza da parte di suoi lettori. O almeno, era quello che sembrava dai cinque o sei commenti ricevuti. Certo, non aveva più avuto i picchi di visualizzazioni ottenuti con “Base 15”, ma era pur sempre qualcosa.

Il cellulare era appoggiato sul secondo volume del manuale di Storia dell’Occidente. Vederlo le provocò la solita fitta allo stomaco.

Un solo esame in un semestre, non ho mai aperto questo libro e non ricordo una sola parola di quello che c’è scritto nel primo volume.

Una voce dentro di lei voleva che prendesse il manuale, lo girasse e ne leggesse il prezzo,  così da sentire quella pugnalata nel costato che le dava la consapevolezza dei sacrifici che i suoi genitori stavano facendo per mantenerla a New York. Quel dolore era la punizione che sentiva di meritare.

Al centro dell’illustrazione fantasy di una torre nera che usava come sfondo del telefono campeggiava la notifica del messaggio ricevuto: “JINNY P.: Tesoro, è confermato per le nove! Dovrebbe esserci anche Sean! Ti aspetto xxx”.

Oh no! L’avevo del tutto dimenticato!

Ashley pensava a Jinny Park come alla sua “ancora di normalità”. Era una dei pochi compagni di corso con cui si sforzava di mantenere rapporti. Aveva inventato scuse vagamente attendibili per rifiutare i suoi ultimi tre o quattro inviti, per cui, quando quella stessa mattina Jinny l’aveva invitata all’apertura di un nuovo club (“Credo facciano musica anni ’70 o ’90 o una cosa del genere e soprattutto immagino ci sia free bar”) non aveva avuto la prontezza di riflessi di dire di no.

Rispose al messaggio mentendo: “Mi sto già preparando, a fra poco!

Ashley si alzò dalla sedia e guardò sconfortata la pila di magliette nere che aveva lasciato accumulare ai piedi del letto.

L’appartamento che aveva in affitto consisteva nella piccola camera da letto, un bagno minuscolo e un angolo con un piccolo frigorifero e due fornelli che pagava come ”cucina”. Nei due anni nei quali aveva l’appartamento, non l’aveva mai usata se non per scaldare l’acqua con cui preparava il ramen istantaneo che costituiva buona parte della sua alimentazione.

Era il posto più economico che avesse trovato. All’inizio, quando si era trasferita a New York, alternava lo studio al lavoro in una tavola calda, ma questo rubava troppo tempo alla scrittura, e così aveva deciso di non lavorare, ridurre al massimo le sue spese e cercare di arrivare a fine mese con i soldi che le davano i genitori.

Guardò i poster che aveva in camera con quella sensazione malinconica delle cose che si posseggono ma che si stanno per perdere.

Non puoi essere così melodrammatica, Ash, si disse. Non stai andando in guerra. Si tratta di uscire con un’amica per andare in un club. Potrai considerarla una strana esperienza, ma è una cosa cosa che le altre ragazze di 21 anni fanno tutte le sere. I tuoi poster di Totoro e dei Dream Theater saranno ancora qui al tuo rientro. Uscire una volta al mese non ti ammazzerà.

O almeno spero, aggiunse rispondendo a se stessa.


Ashley uscì dalla doccia. Il piccolo specchio del bagno era appannato di umidità e della sua figura sfocata si intuivano solo le punte blu dei lunghi capelli neri. Tre anni prima li aveva tagliati corti e tinti di arancione, poi di rosso, li aveva avuti platino e infine, prima di decidere di smettere di torturarli e farli ricrescere, li aveva colorati di un turchese profondo che non era più sbiadito.

Sua madre, Dolores, aveva trovato quei cambi di colore “deliziosi, come le bambine di quei cartoni animati che ti piacciono tanto”. E ovviamente era stato inutile tentare di spiegarle che non erano cartoni animati ma anime, che non erano bambine e sopratutto che no, non aveva colorato i capelli per essere come le sue eroine disegnate.

In primo luogo non guardava praticamente più anime. Il suo interesse era gradualmente scivolato verso la lettura e la scrittura. Da quando aveva capito di voler diventare una scrittrice di romanzi horror aveva scoperto che il tempo da dover dedicare al suo sogno era parecchio superiore a quanto avesse immaginato.

Scrittura, riscrittura, ricerca, documentazione, studio della trama. Sua madre non avrebbe mai capito. Aveva passato gli ultimi dieci giorni a scegliere dove ambientare il suo nuovo racconto. I vampiri hanno sangue caldo o freddo? Soffrono il gelo? Se io fossi un vampiro, quale sarebbe il clima ideale in cui vorrei vivere? Ogni domanda richiedeva ore e ore di ricerche e apriva le porte ad altri dubbi ancora. E nel frattempo, cosa avrebbe dovuto dire alla povera, dolcissima, ingenua Dolores? «Mi spiace, mamma, non credo proprio che questo semestre riuscirò a dare l’esame di Storia Contemporanea perché sai, sto studiando la geografia di Silver Peak, un distretto minerario del Nevada. Ho scoperto che le cave abbandonate sarebbero un rifugio perfetto per una comunità di vampiri centenari. Certo, il grosso problema è capire come farebbero a cacciare per sfamarsi, considerando che stando all’ultimo censimento, nel 2010 la popolazione dell’area era di soli 107 abitanti. Quindi tranquilla mamma, niente esami per me, ma sento che questo racconto sarà un passo essenziale per la mia carriera di scrittrice.»


Rimase a fissare la sua sagoma sfocata per qualche secondo. Avvicinò il dito tremante allo specchio e disegnò un sorriso eccessivo in corrispondenza della bocca. Le gocce di umidità lo sfigurarono subito in una sbavatura triste. Poi levò il resto dell’umidità con il palmo della mano.

Le sembrò che il suo viso fosse un po’ più tondo e pieno. Era sempre stata magra e il giorno in cui si era trasferita a New York la madre l’aveva salutata facendole milioni di raccomandazioni sul non scordarsi di mangiare e sul comprare tante verdure.

Ashley aveva così scoperto che gli ortaggi e la frutta, che in Georgia si ritrova tutti i giorni sulla tavola arrivate direttamente dal campo che il padre coltivava con dedizione, nei supermercati di New York avevano un costo esorbitante e così la vita sedentaria e il cibo economico le avevano inesorabilmente fatto prendere qualche chilo.

Dal sacco della lavanderia con i vestiti puliti prese a caso una delle felpe nere sgualcite, infilò il cappotto pesante e uscì di casa.


In una sola scena sono morti sia Jason che Maggie. Liam è ferito e immobilizzato, ma Cindy deve necessariamente salvarlo, altrimenti dovrò introdurre tutta una serie di nuovi personaggi, è un’ecatombe! Quello che non sanno è che il vampiro che stanno affrontando è solo un vassallo, il suo padrone è dieci volte più potete. Se un vampiro di basso livello riesce a fare questa strage che speranza potranno mai avere quando—

«… ricordi Ash? Era la sera in cui non riuscivamo a trovare un taxi per tornare a casa e quei due ragazzi francesi volevano darci un passaggio.»

Ashley sollevò lo sguardo dal bicchiere di birra ancora pieno che stava fissando e incrociò lo sguardo di Jinny che la guardava intensamente con i suoi occhi a mandorla nascosti dagli spessi occhiali rotondi. Alla fine l’ingresso all’inaugurazione del nuovo club si rivelato essere solo ad invito ed erano finiti nel primo bar semivuoto che avevano trovato in un vicolo anonimo di Manhattan.

«Scusa?»

«Il locale di quella sera! Com’è che si chiamava?»

«Quella sera? Hm…»

«Ash, sei con noi o cosa?» chiese Jinny strizzando gli occhi come per interrogarla. «Qui New York, anno del Signore 2024. Io Jinny, lui Sean, tu Ashley», disse scandendo bene le parole e indicando prima se stessa, poi il ragazzo dai capelli rossicci che le sedeva vicino e infine puntando il dito contro Ashley.

Sean rise e bevve un altro sorso di birra. A dire il vero, Ashley aveva notato come Sean ridesse a qualunque cosa diceva Jinny.

«No, è solo che, hm, non ricordo come si chiamava, ecco.»

«Ash, tesoro», la incalzò Jinny, noi siamo i tuoi amici, a noi puoi dirlo! Sei ancora preoccupata per l’esame? Te l’ho detto, io l’ho già dato l’anno scorso, l’esame di Storia è una stupidaggine. Ricordi qualche data…»

«E qualche nome», aggiunse Sean venendole dietro.

«E l’esame è fatto! Poi non ci resta che uscire a bere per festeggiare!»

Ashley espirò piano.

«Sì, stavo pensando a quello. Spero davvero che non avrò difficoltà a superarlo. Ma mi manca ancora tanto da studiare e magari dovrei tornare…»

«A casa?!» la interruppe Jinny alzando la voce. «Allora, signorina Ashley Campbell», disse tirandosi in piedi platealmente e aggiustandosi gli occhiali rotondi con un gesto esagerato del dito. «È sabato sera, hai studiato come una matta tutta la settimana, siamo arrivati qui da mezz’ora e ancora non hai preso neanche un sorso della tua birra. Questa serata te la ME-RI-TI e i tuoi amici Jinny e Sean faranno di tutto perché tu l’abbia!»

Sean guardò l’amica ammirato e applaudì alzando il bicchiere. Ashley mandò giù un sorso di birra che aveva il sapore aspro del fallimento e della menzogna.


«Heartcrushers?!» ripetè Jinny alzando la voce. Aveva le lacrime agli occhi e quasi non riusciva a parlare per le risate.

Sean aveva il viso rosso quanto i capelli.

«Non ci posso credere», aggiunse Ashley, anche lei in preda alle risate. «Dimmi che hai delle fotografie di quegli anni!»

Sean bevve un altro sorso.

«E pensare che avevamo messo su il gruppo solo per rimorchiare», continuò asciugandosi la barba rada con il dorso della mano. «Elvis è il mito sexy per eccellenza, ma le ragazze delle scuole superiori ascoltavano per lo più rock. Il nostro piano era quello di conquistare tutte le tipe della scuola con la nostre versioni metal di Blue Suede Shoes e Always on my mind.»

«E il piano ha funzionato?» chiese Ashley.

«Quando abbiamo iniziato a suonare, solo il chitarrista era fidanzato. Alla fine dell’ultimo anno eravamo tutti single.»

«Oh. Mio. Dio», scandì Jinny alzando la voce oltre il livello consentito dall’educazione. Scoppiò di nuovo in una risata incontrollabile e appoggiò gli occhiali sul tavolo per asciugarsi gli occhi.

Per fortuna il bar era vuoto. Il proprietario, un tizio grosso e barbuto, stava finendo di pulire il bancone e sebbene ogni tanto lanciasse loro un’occhiata di sbieco, non si era mai lamentato della confusione. D’altro canto, a parte un altro gruppetto che aveva consumato rapidamente qualche cocktail ed era andato via da un pezzo, erano stati gli unici avventori della serata.

«Non avevo neanche idea che suonassi il basso», disse Ashley.

«I ragazzi che suonano il basso sono così sexy», aggiunge Jinny abbracciandolo.

Sean sorrideva beato.

«Agli Heartbreakers, allora!» propose Jinny alzando il bicchiere di birra

«Heartcrush …» provò a correggerla Sean, ma cambiò subito idea e si unì al brindisi.


Venti minuti dopo, quando uscirono dal locale barcollando, si ritrovarono sotto una pioggia torrenziale. 

La stradina senza uscita nella quale si trovavano era illuminata fiocamente solo da un lampione sospeso parecchi metri sopra di loro. Aveva nevicato tutta la settimana e l’aria era ancora gelida. La pioggia stava sciogliendo i cumuli di neve creando rivoli gonfi che facevano gorgogliare gli scarichi ai bordi dei marciapiedi. L’acqua e la neve brillavano del tenue bagliore giallognolo del lampione.

«Dove sono i francesi che vogliono accompagnarci a casa?» urlò Jinny per farsi sentire sopra il frastuono della pioggia. Ashley e Sean scoppiarono a ridere e si tirarono il cappotto sulla testa per ripararsi. Il vicolo era deserto se non per il proprietario del bar che stava tirando giù la serranda.

Un rumore metallico invase la via. Ashley si girò d’istinto verso l’origine del frastuono e si ritrovò confusa nel constatare che era girata verso il lato senza uscita della strada, alla sua destra, mentre il bar, e quindi la serranda che immaginava fosse stata abbassata con forza, era pochi passi alla sua sinistra.

Anche Jinny e Sean si erano girati. La luce arrivava a stento fino al fondo della strada. Il coperchio di un bidone dell’immondizia roteava su stesso come una rumorosa trottola di latta. Ashley tese le orecchie e cercò di penetrare l’oscurità concentrando la vista verso l’origine del rumore.

Ebbe l’impressione che le pesanti gocce di pioggia rallentassero fino quasi ad arrivare a interrompere la loro caduta dal cielo. Il tempo intorno a lei parve congelarsi per un istante, le gocce fluttuarono davanti ai suoi occhi avvolte dal vapore che le saliva lentamente dalla bocca. Sean e Jinny erano immobili al suo fianco e per quanto non potesse vederlo, avvertì la presenza del barista alle sue spalle, anche lui bloccato come una statua di ghiaccio. Il coperchio, a una decina di metri davanti a lei, compiva una rotazione lentissima nel tempo dilatato.

La sensazione durò  un solo solo istante.

Poi, l’inferno.


I cassonetti esplosero nell’aria schiantandosi contro le pareti della stretta stradina. Una granata di rifiuti si alzò in volo verso Ashley e contro il muro di mattoni che chiudeva l’accesso alla via. Un’ombra possente spiccò un balzo dall’oscurità e passò sopra di loro oscurando per un istante la luce del lampione.

Il rumore che seguì scivolò dentro le ossa di Ashley come un fluido vischioso, sporco e caldo. Era il suono dei pomodori troppo maturi schiacciati da sua madre con il cucchiaio per fare la salsa. Il rumore della polpa di maiale compressa dal tritacarne.

Si girò di scatto verso il barista, dove credeva che fosse il barista, e quindi abbassò lo sguardo. Vide una schiena nuda innaturalmente larga e muscolosa, pallida nella luce fioca del lampione. La pelle era sottile e attraversata da un reticolo fitto di vene violacee, alcune sottili come capelli, altre spesse come dita. Le vene più grosse pulsavano seguendo il sospiro affannato che faceva sollevare ritmicamente la schiena dell’essere a pochi passi da loro.

Jill si era stretta alla schiena di Ashley. Vedevano la bestia di spalle. Sotto di lei, nascosto quasi completamente dalla sua mole, giaceva il corpo del barista di cui si intravedeva solo una gamba scossa da fremiti sempre più deboli.

Con un movimento insopportabilmente lento, la testa dell’essere spuntò dalle spalle. Era una massa di capelli lunghi e neri grondanti di pioggia e sangue. Iniziò a ruotare verso di loro.

Quando l’occhio piccolo, nero e maligno della bestia si posò su Sean, lui lasciò andare un urlo stridulo. Un istante dopo, correndo verso l’imbocco del vicolo che dava sulla strada principale, urtò il braccio di Ashley scuotendola dal torpore terrorizzato nel quale era piombata.

L’occhio dell’essere si spostò con uno scatto seguendo il movimento di Sean.

«Nooo!» urlo Ashley.

Cercò di afferrare l’amico per bloccarlo, ma l’essere fu più veloce. La sua lunga mano dalle dita robuste e nodose comparve come dal nulla e colpì Sean al bacino mandandolo a sbattere contro il muro opposto della strada. Sean rimbalzò sulla parete e cadde di faccia per terra.

La bestia, che sembrava enorme e possente anche se era accucciata, era ora girata verso di loro. Ashley era pietrificata. Cos’aveva davanti?

Poi, l’intuizione. Era ovvio. Un sogno. Perché no? Nelle storie che scriveva esplorava gli anfratti più oscuri della società. Sette di vampiri che dimorano nei palazzi abbandonati delle città, massonerie aliene che infiltrano la politica, zombie senzienti che costruiscono comunità tribali nei corridoi abbandonati dei sistemi fognari nelle metropoli.

Era un sogno particolarmente vivido dal quale si sarebbe svegliata con un’idea discretamente interessante per un nuovo mostro che avrebbe potuto utilizzare in un racconto.

La pioggia ghiacciata che le penetrava sotto i vestiti, però, era troppo reale. E anche il terrore che stava provando era troppo reale, e così i singhiozzi di Jinny che tremava alle sue spalle.

«A… Ash…» balbettava

L’enorme schiena ingobbita dell’essere ora si alzava e abbassava più freneticamente. Attaccata a un collo tozzo e muscolare, un viso largo e ossuto con una mascella prominente sulla quale colavano rivoli di sangue e bava. I capelli arrivavano fin quasi a terra. Gli occhi sembravano umani, ma era impossibile scorgervi tracce di intelligenza. Le braccia, sproporzionatamente lunghe terminavano in mani enormi dalle dita affusolate come artigli.

Se questo non è un sogno, pensò Ashley, ecco i miei ultimi istanti di vita, senza che io sappia perché e per mano di chi sono morta.

Una sfilza di pensieri ridicolmente pratici le affollarono la mente. Chi avrebbe avvertito i genitori? Se le avesse morso la faccia, sarebbe stata riconoscibile? Nel portafogli aveva un qualche documento di riconoscimento? La tessera dell’università, forse. Oddio, mamma avrebbe scoperto che in due anni aveva superato solamente tre esami.

Poi, un rumore inatteso interruppe il fragore della pioggia. Alle spalle dell’essere vide spuntare una intensa luce bianca che inondò buona parte del vicolo. Un furgone giallo era entrato di sbieco nella strada a tutta velocità e si era schiantato contro la parete bloccando l’accesso.

La bestia ruotò di scatto il busto verso il rumore e contemporaneamente flesse le gambe. Ad Ashley sembrò una oscena rana ipertrofica pronta a spiccare un balzo. Un balzo che l’avrebbe investita.

D’istinto si gettò a terra girandosi. Aveva allargato il braccio per cingere Jinny e trascinarla con sé. Prima che la rotazione fosse completa, con la coda dell’occhio scorse la portiera laterale del furgone che si spalancava.

Mentre cadeva, qualcosa di tagliente le colpì una spalla. Le narici furono invase da un afrore ferino quando il piede della creatura le sfiorò la guancia. 

È troppo doloroso per essere un sogno, pensò mentre toccava maldestramente il terreno sbattendo con violenza il ginocchio. La testa di Jinny le colpì la mascella provocando un dolore che istantaneamente si diffuse in tutta la testa.

Come sta Sean? È vivo? Ma certo che è vivo, la gente muore per davvero solamente nei libri e nei film, non nella realtà.

Ashley non considerava Sean un amico. In effetti non sapeva neanche com’era entrato nella sua vita. Tramite Jinny, chiaramente, ma quando?

Come aveva conosciuto Jinny, invece, lo ricordava bene. Erano subito diventate amiche. O meglio, Jinny aveva voluto conoscere lei e Jinny aveva deciso che sarebbero diventate amiche. Era autunno e Ashley stava studiando — all’epoca ci provava ancora e credeva davvero che sarebbe riuscita a combinare qualcosa — su una panchina nel parchetto dell’università. Una ragazza  bassina, vestita con una salopette tremendamente retrò e una camicia vaporosa a fiori, si era seduta vicino a lei, si era presentata, aveva parlato per la mezz’ora successiva di sé, della città, dell’università, del ristorante coreano dei suoi genitori e aveva deciso che quella sera sarebbero andate a vedere insieme un film. Ashley si era limitata a sorridere educatamente, annuire, e ritrovarsi in un cinema davanti ad una commedia romantica che non avrebbe mai scelto di vedere.

Quella sera, al telefono, sua madre era felice.

«Vedi? Bastava provarci, è facile conoscere gente nuova, ti riempirai di amici!»

Ovviamente Ashley aveva dimenticato di dire che la sua parte nel “fare nuove amicizie” era stata pronunciare una serie di «Sì», «Ok» e «Va bene».

Sean si era limitato a spuntare in maniera così discreta che lei non aveva idea di come fosse successo. Conoscendo Jinny, probabilmente non c’era stata neanche una presentazione ufficiale. Aveva deciso che lei e Sean erano amici, che in tre erano un gruppo e si era limitata a dare per scontato che così andasse bene a tutti. Di conseguenza, Ashley non si era mai neanche interrogata realmente su chi fosse Sean o se le piacesse. Era lì, era una presenza rassicurante e faceva parte della sua routine di fuga nella realtà.

Vederlo con la testa immobile riversa nell’acqua e le braccia in una posizione innaturale, le fece rendere conto che si era affezionata anche a lui.

Jinny, sotto di lei, la fissava terrorizzata. La creatura era a pochi passi davanti a loro, ma ne vedeva solamente un piede nudo, affusolato e glabro che terminava con dita sproporzionatamente lunghe e unghie massicce e acuminate.

Il primo sparo la assordò. Nei film accadeva di continuo che intere squadre di soldati sparassero contemporaneamente con grossi mitra verso nemici che assorbivano i colpi come fossero lanci di acini d’uva. Anche Ashley aveva scritto decine di scene d’azione in cui pistole e fucili rubavano la scena ai dialoghi scaraventando i protagonisti nell’azione più furiosa.

In quell’istante si rese conto di come non avesse mai avuto la minima idea di quello che stava scrivendo.

Il fragore del fucile a pompa inondò il vicolo rimbombando nello spazio angusto. Il piede della bestia scomparve dal suo campo visivo. Una frazione di secondo dopo, il corpo pallido e muscoloso ripiombò pesantemente sull’asfalto, un paio di metri più dietro. L’essere roteò su se stesso e recuperò la posizione accucciata. Era ancora di spalle, rivolto verso il lato cieco della strada. Un cratere rosso gli era spuntato al centro della schiena.

Adesso o mai più, decise Ashley.

Afferrò il braccio di Jinny, bloccata dal panico, e cercò di tirarsi in piedi. Una fitta lancinante le ricordò del ginocchio che aveva sbattuto per terra pochi secondi prima.

Vennero esplosi altri due colpi di fucile in rapida sequenza. Qualcuno urlava ordini, degli stivali schizzavano nell’acqua. Ashley era carponi, ancora rivolta verso la creatura. Mi colpiranno, devo levarmi da qui. Mi colpiranno di sicuro.

Il secondo colpo centrò nuovamente la schiena enorme, ma a differenza della rosa di sangue che aveva causato il primo proiettile, questo sollevò una nuvola di schegge bianche.

Ossa?

Il terzo colpo arrivò a pochi centimetri dal primo e rimbalzò su una placca bianca.

Ashley pensò che non fosse possibile, che quella armatura o piastra o qualunque cosa fosse non era lì pochi istanti prima.

Era riuscita a tirarsi in piedi, piegata a metà, stava trascinando per il braccio Jinny che la seguiva camminando carponi, senza volontà propria. Per tirare l’amica doveva camminare zoppicando all’indietro.

Sono solo pochi passi.

Ad Ashley venne il dubbio che il proprietario del club avesse chiuso tutta la serranda. No, sono sicura che la serranda fosse ancora aperta. Si girò per controllare. L’ingresso del club era solo un metro dietro lei. Dalla serranda abbassata a metà gocciolavano rivoli di sangue denso.

Il piede destro incontrò qualcosa di viscido. Ashley scivolò e si ritrovò di nuovo a terra, con una mano ancora aggrappata alla giacca di Jinny e l’altra nella faccia spappolata del barista. Era calda.

Davanti a lei la creatura guardava in maniera inespressiva verso l’imbocco della strada. Sul muro dietro di lei esplosero schegge di mattoni. Un colpo non andato a segno. La bestia saltò contro la parete alla sua destra, la usò come sponda per lanciarsi contro la parete sulla sinistra e da qui, salita ancora più in alto, spiccò un balzo verso il centro della strada, dove si trova Ashley.

Qualcosa la afferrò per il cappottò e la trascinò violentemente indietro. La giacca le salì contro la gola, quasi soffocandola. Davanti a lei la serranda del locale si abbatté verso il suolo come una ghigliottina, ma non riuscì a chiudersi del tutto per via del braccio del barista rimasto proprio sull’uscio.

Era dentro il club

«Jinny!» urlò Ashley quando si rese conto di aver lasciato la presa dell’amica.

Tentò di rimettersi in piedi, ma la persona che continuava a trattenerla le mise una mano sulla bocca. L’insegna di sicurezza “EXIT” sull’ingresso proiettava una tenue luce verdognola all’interno del locale. Nella penombra vide che a bloccarla era un ragazzo dal viso pulito e spaventato, non avrà avuto più di venti anni.

Aveva ancora la mano sinistra sulla bocca di Ashley, ma lasciò andare il suo cappotto e si avvicinò un dito alle labbra, lentamente.

«Shhhhh», sussurrò fissandola da vicino.

Poi  sgranò gli occhi stupito.

«Ashley Campbell?!»