Capitolo 10

Ashley si tuffò a terra. Non avrebbe neppure saputo dire se si era trattato di istinto o di una scivolata. Sbatté rumorosamente contro la parete d’acciaio del negozio che vendeva kebab dietro il cui bancone si era rifugiata. 

Un sibilo le passò sopra la testa e con uno schiocco metallico un secondo bisturi si conficcò in uno sportello a trenta centimetri dalla sua testa.

Si guardò incredula la spalla sinistra. Sul cappotto già lercio di sangue si stava allargando una macchia bruna sotto il bisturi piantato nell’omero.

Provò a muovere il braccio che non rispose. Pensava avrebbe fatto più male, aspettava una scarica di dolore lancinante, ma quello che provava al bacino, dopo l’ulteriore caduta, era più intenso.

Con la coda dell’occhio scorse un movimento riflesso sul panello di acciaio lucido di uno degli stipi più bassi della cucina. Attraverso un riflesso distorto e sfocato, intuì che la figura avvolta nel lungo camice bianco si stava avvicinando al negozio nel quale si nascondeva. Sembrava non avere fretta. Ad ogni passo i tacchi degli stivaletti rimbombavano nell’atrio ormai deserto.

Dietro l’uomo riflesso sul mobiletto la macchia sfocata grossa e bianca — la bestia — era immobile. Il nemico del nostro nemico diventa immediatamente il nostro miglior amico quando un maniaco vestito da medico inizia a usare i bisturi come proiettili di un fucile. Ma il mostro non si muoveva e sarebbe stato inutile sperare in uno dei suoi balzi da rana che lo portasse addosso all’uomo.

Ashley si guardò intorno. Il “negozio” era essenzialmente lo spazio stretto e lungo fra il bancone e una cucina a parete con un ripiano e il forno sul quale girava lo spiedo. Nessun retrobottega in cui scappare, nessuna stanza in cui nascondersi. In prossimità dello spiedo sporgeva dal bancone un manico in legno.

Ashley tese le gambe e strisciò verso l’altro lato della piccola cucina. Il manico era proprio sopra di lei. Allungando il braccio più rapidamente che potè afferrò l’attrezzo che sporgeva. Si ritrovò in mano una spatola.

Bella arma di merda, pensò.

Il rumore dei tacchi era cessato. Guardò nuovamente nello specchio improvvisato appena in tempo per vedere la figura spiccare un salto e atterrare pesantemente sul bancone un istante dopo. Ashley non prese neanche la mira, gli lanciò come potè la spatola e flesse le gambe usando i mobili come leva per spingersi verso lo spazio fra la parete e il bancone che fungeva da ingresso.

L’uomo fu più rapido di lei. Ashley aveva già piegato un ginocchio per tirarsi in piedi quando si sentì afferrare per i capelli. L’uomo le reggeva saldamente la testa con la mano sinistra. Nella destra  spuntava luccicando la lama del coltello chirurgico che rifletteva il blu elettrico dell’alone da cui era avvolta la mano. Si fissarono per un istante. Aveva davvero gli occhi di due colori innaturalmente diversi. Sulla guancia ossuta una ferita lunga e superficiale perdeva qualche goccia di sangue.

«Dov’è l’altra?», disse. Aveva un voce quasi robotica.

Ashley era impietrita.

Con la testa bloccata verso l’alto e la gola scoperta, Ashley notò che uno dei pannelli di vetro nella cupola che sovrastava l’androne del centro commerciale portandovi la luce del giorno era andato in frantumi. Stava per essere sgozzata da un tizio che era letteralmente piombato giù dal cielo.

L’uomo si voltò di scatto non appena sentì il grido.

«Fermo!»

Passi. Uomini che corrono. Uno sparo ovattato — quindi è questo il rumore che fanno i silenziatori — seguito da un crepitio che Ashley non riconobbe. Il camice che le schiaffeggia la faccia mentre l’uomo si gira verso il centro della piazzetta. Lancia il bisturi con il quale stava per reciderle la carotide verso qualcuno fuori dal suo raggio visivo. Il bisturi. Cazzo, ho un bisturi piantato nella spalla. Eccolo il dolore che aspettava, finalmente sta arrivando. Ashley scopre che il dolore è liquido. Un liquido bollente le sale dalla gamba, incendia il coccide e le infiamma la schiena. Un liquido ghiacciato le congela la spalla, scende fino al gomito, le immobilizza il braccio. L’uomo si tuffa a terra con una torsione del corpo, atterra elegantemente su una spalla e rotola vicino al corpo immobilmente del mostro che ora non è la cosa più spaventosa nel centro commerciale. Il camice sembra un ventaglio che danza fra i proiettili. L’uomo afferra lo scimpanzé per una gamba.

Davanti agli occhi di Ashley la scena è un film al rallentatore. Nel primo fotogramma l’uomo ha un ginocchio a terra, la tensione dei suoi muscoli si intravede anche attraverso il camice gonfio. Nel secondo fotogramma è a già a due metri da terra, dritto come una colonna bianca sospesa a mezz’aria. La bestia pende al suo fianco come un corpo morto che non sembra neanche sbilanciarlo. Nel terzo fotogramma l’uomo è fuori dal campo visivo di Ashley, scomparso chissà dove.

Il quarto fotogramma è occupato per intero dal volto di Doyle a pochi centimetri dal suo viso.

«Signorina Campbell! Sta bene?»

«Cosa?».

«Ashley? Stai bene?».

Doyle scandiva le parole passandole la mano davanti agli occhi.

«Io… Sì, credo di sì».

Gli occhi di Ashley vagavano lentamente dal volto del ragazzo ad una direzione indefinita e sfocata, chiudendosi per secondi sempre più lunghi nonostante lei lottasse per tenerli aperti.

La voce inconfondibile degli ordini gridati da Foxx le arrivata attenuata alle orecchie.

«Signor McAllister, le uscite e i feriti. Signorina Habib, perimetro, voglio quella cazzo di porta serrata. Signor Doyle, con Habib: stampa e sbirri. Datemi Queen al telefono, perché cazzo non risponde? Doyle, dove cazzo è?!»

«Ca… Campbell. Qui. È ferita» balbettò il ragazzo.

Il volto di Doyle si scurisce, i capelli si diradano. Muove le labbra ma non ne esce alcun suono. Aspetta, non è Doyle, è il tipo che urla. Come si chiama? Foxx?

«…faccia?»

«Faccia?»

«Lo hai visto in faccia? Lui ha visto te?»

Foxx parla lentamente. Per una volta non urla.

La scimmia? No, parla del dottore.

«Sì»

«Merda. Riesce a restare con noi? Non svenga. Ok? Ehi?»

Schiocca le dita. È divertente. Ha le dita grosse come salsicce. Due würstel neri che sbattono fra di loro davanti la sua faccia. Ashley ride. Ridere è doloroso, fa male alla spalla e alla schiena e allo stomaco.

«Signor Chandran, caricatela, lei viene con noi. Sandoval?»

Uh! Ricardo. Eccolo. C’è anche lui. È uno simpatico, no?

«Signore? Non…»

«Stia Zitto. Sandoval, lei è nella merda fino al collo. Questa cazzata me la paga. Prima mi raccoglie tutto, e intendo dire tutto quello che può aiutarci a capire chi è quel figlio di puttana, poi le consiglio di scomparire perché se mi capita sotto le mani le stacco la testa.»

È divertente perché potrebbe farlo davvero con quelle salsicce giganti. Quelle salsicce gonfie intorno al collo del povero Riccardo. Ashley ride di nuovo. Uoooooo, si vola! La stanno sollevando. Chi è?

Oh, ecco Beatrix. Si è sporcata di nuovo di sangue il vestito. Non è sangue suo, vero? Non si è fatta male, no? È davvero bellissima.

Forse è il sangue di quel figlio di puttana? È una buona domanda no?

«La paletta.»

Foxx sta aiutando a sollevarla. È lui che mi regge? È comodo. Però fa anche male. Fa un male cane dappertutto.

Foxx. Gira la testa verso di lei.

«Cosa? Che paletta?»

«Il DNA. Quel figlio di puttana, no? Ah ah.»

«… raccogliete…»

Prima ancora di aprire gli occhi, Ashley fu invasa da una sensazione di benessere. Era stesa su un materasso morbido avvolta da coperte calde e soffici. Man mano che recuperava lucidità, però, i nervi iniziavano a portarle segni di disagio crescente, di un dolore diffuso che partendo dalla schiena e dalla spalla si irradiava in tutto il corpo.

Si guardò intorno. Era in una stanza accogliente dalle pareti verde pastello con qualche quadro naturalistico. Vicino a lei c’era un carrello con bende, medicinali e un monitor spento. Sulla poltrona in un angolo della camera, Doyle stava leggendo i fogli di un plico.

«Ehi? Dove sono?»

Doyle trasalì, posò il fascicolo sulla poltrona e si avvicinò a lei con il suo solito sorriso dolce.

«Ben svegliata! Come ti senti?»

«Credo bene. Un po’ di dolore qua e là.»

«Ci hai fatto preoccupare. Vuoi bere?»

Ashley fece cenno di sì con la testa e accettò il bicchiere che Quentin le aveva riempito.

«Dove mi avete portato? Da quanto sono qui?»

«Sei al sicuro, non devi preoccuparti. In realtà non hai dormito tanto, sono solo le sette di sera.

«Oh. Oddei, dov’è il telefono? Non sento mia madre da ieri, mi avrà cercato un milione di volte. Se non mi sente ogni giorno va giù di testa.»

«Solo sette chiamate. Poi le ho scritto che stavi studiando con un’amica e che ti saresti fatta sentire più tardi.» Fece una pausa, poi si continuò. «Sei… Sei stata molto… Impulsiva, stamattina, Ashley»

«Almeno non sono più la “signorina Campbell”. Così mi ci chiamano solo i professori dell’università.»

Doyle rise.

«Quando c’è Foxx nei paraggi sarai sempre la signorina Campbell per tutti, ma lontano dalle sue orecchie puoi chiamarmi Quentin. È piuttosto fissato con le formalità. Poteva andarti molto male lì nel centro commerciale. Sei stata fortunata. Non muoverti, vado a chiamare il dottor Malcolm.»

«Quentin?»

«Sì?»

«Grazie.»

Lui le sorrise e cercò di passarsi una mano fra i capelli, ma erano così compatti e pieni di gel che le dita ci si scontrarono come contro un muro di roccia nera e brillante.

Ashley rimase sola.

Quentin non le aveva detto dove l’avevano portata. Se era in una ”base segreta“ era più che comprensibile. Di contro, lei non gli aveva detto cosa le era saltato in mente e perché fosse stata così impulsiva, per dirla col termine usato da lui. Se fosse stato meno gentile, o più onesto, avrebbe detto “sciocca”. Non gli aveva risposto perché una motivazione non ce l’aveva neanche lei.

Voleva mettere in salvo quelle persone? Certo. L’avrebbe fatto a costo della sua stessa vita? Si sarebbe sacrificata per degli sconosciuti? Onestamente, non era da lei.

Quando aveva quattordici anni aveva partecipato ad un progetto della scuola chiamato “Una casa per caso”. Alle famiglie degli studenti che avevano preso parte all’iniziativa era stato assegnato, con un’estrazione, un senzatetto della città perché fosse loro ospite durante il pranzo natalizio. La mattina di Natale il padre di Ashley, Jeffrey, era andato a prendere l’uomo che avrebbe pranzato con loro. La loro casa era in campagna, fuori dalla città, circondata dai campi nei quali lavoravano i genitori e il senzatetto non avrebbe potuto raggiungerla da solo.

Quando il padre aveva aperto la porta di casa Ashley e la madre, che erano in attesa all’ingresso, erano state investite da un tanfo di sudore e urina.

Il signore che entrò in casa con Jeffrey si faceva chiamare Frankie F. Era un omone alto con i capelli lunghi e giallognoli che gli spuntavano da un berretto rosso sudicio. Si presentò un mazzo di fiori invernali chiaramente strappati da qualche aiuola e li porse a Dolores.

«Costolette al forno con albicocche», disse Frankie annusando rumorosamente l’aria.

Ashley e Dolores si scambiarono uno sguardo sorpreso.

«Esatto, signor Frankie. Spero siano buone!»

«Vedremo. In un’altra vita sono stato un cuoco. Ero il più bravo.»

Senza aggiungere altro si avviò in casa guardandosi intorno.

La madre di Ashley sventolò la mano davanti al naso. Il padre fece spallucce. Andarono dietro al signor Frankie e lo trovarono seduto al tavolo del salone già addobbato per il pranzo. Stava sbocconcellando del pane.

«Vino ce n’è?» chiese.

«Certo, signor Frankie», rispose Dolores.

«Magari aspettiamo di essere tutti seduti a tavola e di aver iniziato a mangiare, no?» si intromise Ashley.

Il signor Frankie sbuffò ma non replicò nulla. Il padre le lanciò uno sguardo di rimprovero.

Durante il pranzo Ashley non riuscì a toccare cibo. L’odore dell’uomo aveva invaso il salone. Mangiava con la bocca aperta lasciando cadere nel piatto pezzi di cibo semi-masticato che dopo recuperava. Lei era disgustava. Passò il pranzo a far finta di bere CocaCola perché così poteva affossare il naso nel bicchiere e tentare di isolarsi dalla puzza.

Jeffrey cercò più volte di intavolare una discussione parlando del tempo, della città, del Natale, ma ogni suo tentativo cadde nel vuoto.

Come dolce, Dolores aveva preparato le sopaipillas, un biscotto natalizio della tradizione messicana che preparava sempre in quel periodo seguendo la ricetta della nonna. Il commento di Frankie F., quando Dolores gli chiese se erano di suo gradimento e se li conoscesse già, fu «Hm.»

L’uomo finì tutto quello che aveva nel piatto, si alzò, prese la bottiglia di vino ancora piena a metà e disse a Joffrey: «Inizia a farsi tardi, andiamo?»

Il signor Frankie si alzò, andò alla porta e salutò con «Comunque le costolette erano troppo cotte.» Uscirono. 

Appena rimasero sole, Ashley corse a farsi una doccia. Sentiva che lo sporco la stava aggredendo e le penetrava sotto la pelle. Lasciarono le finestre del salotto aperte tutta la giornata nonostante il freddo pungente della campagna assalisse la casa.

Quella sera i genitori di Ashley erano contenti dell’esperienza. Il padre diceva che in quel povero uomo vedeva tanta sofferenza e si chiedeva cosa avesse dovuto passare in vita sua. Dolores si disse pentita per i commenti fatti sull’odore di Frankie.

«Un buon cristiano non dovrebbe giudicare le persone dal loro aspetto» disse. «Questo uomo ci è stato mando dal Signore per ricordarci di quanto siamo fortunati ad essere una famiglia unita con una bella casa e il cibo in tavola tutti i giorni.»

Ashley sapeva di dover dire che era d’accordo, ma dentro di sé provava solamente disgusto. Il ché, ovviamente, la faceva sentire in colpa. Sì, quell’uomo era un poveretto, la vita era stata ingiusta con lui e loro erano dei privilegiati baciati dalla sorte il cui dovere morale era quello di aiutare i meno fortunati. Ma era forse colpa sua se quell’uomo non aveva una casa? La povertà gli impediva in qualche modo di essere gentile e riconoscente per il cibo che gli veniva offerto?

Si era sentita una “cattiva persona”. Per fare ammenda con la sua coscienza aveva trasformato Frankie F. in Patrick P., un eroico personaggio secondario della fanfiction che stava scrivendo su The Vampire Diaries. Patrick P. era un potete vampiro centenario che celava la sua identità sotto l’aspetto di un affascinante clochard che vegliava di nascosto su Elena Gilbert.

Ovviamente a scuola parlò dell’esperienza in termini entusiastici: era stato meraviglioso, formativo, le aveva aperto la mente e il cuore e non veda l’ora di prendere nuovamente parte a iniziative simili.

L’anno successivo non partecipò al progetto “Una casa per caso”. L’episodio mise a tacere per sempre ogni sua pulsione per il volontariato.

No, non era stata così stupidamente avventata per via della sua indole altruistica.

La catena di eventi che aveva innescato, però, l’aveva portata dove era in quel momento. Lì, in quella stanza probabilmente più grande di tutto l’appartamento che aveva in affitto e di certo più pulita, calda e nuova, non si sentiva a disagio. Il dolore che provava le sembrava irrilevante. Stava bene. Lei un letto così comodo non l’aveva mai avuto. E quando Doyle l’aveva invitata a chiamarlo Quentin era stata invasa da una sensazione di pace che non provava da tempo.

Si controllò i capelli. In qualche modo avevano trovato il modo di lavarla. Prima di svenire era certa di avere incrostazioni di sangue ovunque. Ora profumava. Controllò sotto le lenzuola: indossava una camicia da notte larga e candida. Sotto era nuda.

Oddei, chi mi ha visto?

Probabilmente, pensò, un’infermiera. Era in un’ospedale, no? Ripensò alla camera in cui aveva trovato Jinny e Sean quella mattina — sembrava fosse passata un’eternità. Per terra c’era un vecchio linoleum, nel corridoio un continuo andirivieni di infermieri e visitatori, l’odore di disinfettanti economici era onnipresente. In quel momento, invece, intorno a lei c’era una stanza profumata con un bel parquet lucido e una poltrona che sembrava essere in vera pelle. Da quando Quentin aveva chiuso la porta non aveva sentito alcun rumore. L’unica cosa sorprendete era la mancanza di una finestra.

Aveva appena deciso di provare ad alzarsi quando entrò Doyle e si fermò all’ingresso tenendo la porta aperta. Fece l’ingresso un uomo alto, magro, sui quarantacinque anni con i capelli nerissimi e gli occhiali dalle lenti vagamente scure. Indossava un camice bianco.

«Bene, bene», disse sfoggiando un sorriso accattivante, «la mia splendida addormentata nel bosco si è risvegliata. Ashley, fare da puntaspilli per i bisturi è un tuo hobby o una passione improvvisata di oggi?»

«Solitamente mi piace farmi infilzare con delle katane finché non sembro un riccio giapponese, ma oggi ho deciso di provare qualcosa di diverso, dottore», rispose lei prontamente.

«Ah ah, è davvero adorabile proprio come avevi detto tu, Quentin.»

Il viso di Doyle si incendiò.

«Io sono il Dottor Malcolm. Puoi chiamarmi Jacob. Dunque, sulla spalla ti ho messo un paio di punti. Disinfetta la ferita una volta al giorno e cambia il bendaggio. Per il resto, hai fatto una brutta caduta dalla quale ti riprenderai senza problemi, non si è rotto nulla. Cerca di evitare sforzi per una decina di giorni. Presumo che il tuo sedere abbia visto giorni migliori ma il livido scomparirà e tornerà come nuovo.»

Toccò ad Ashley arrossire. Con la coda dell’occhio vide Quentin girarsi verso la parete, improvvisamente interessatissimo al quadro che vi era appeso.

«Detto questo, splendore», proseguì il dottor Malcolm girandosi verso la porta d’ingresso, «io qui ho finito.»

Sull’uscio c’era Foxx a braccia conserte. Ashley non lo aveva notato.

«Meglio così», disse Foxx. «Signorina Campbell, sta arrivando Dubois con dei vestiti puliti per lei. Si prepari, il signor Doyle la riaccompagnerà a casa.»

«A… casa?» sussurrò Ashley.

Una sensazione improvvisa di vuoto si impadronì di lei.