Capitolo 11

Quentin  seguì con lo sguardo il Dottor Malcolm che lasciava la stanza dopo aver salutato Ashley augurandole una pronta guarigione. Quando rimasero soli si avvicinò a passi lenti al letto. Ashley aspettò che dicesse qualcosa, ma vedendo che indugiava, intavolò lei l’argomento che aveva paura di affrontare.

«E poi cosa, Quentin?»

«Ehm, e poi cosa, cosa?»

«Mi accompagnate a casa. E poi? Devo aspettare un messaggio, una mail, vi presenterete di nuovo con il furgone sotto casa mia e mi porterete in un altro garage. Cosa?»

Lo sguardo di Doyle cercava di rimanere fisso negli occhi di Ashley ma continua a ricadergli sulla mano che stava tormentando un angolo delle lenzuola.

«Hm. Ecco. Foxx è un po’ nervoso per questa faccenda. Diciamo che…»

«Qualcuno con una levatura culturale inferiore alla mia», disse Beatrix entrando nella camera e chiudendosi dietro la porta, «direbbe che è incazzato nero. Non vorrei essere nei panni di Ricardo. Come ti senti, cherie?»

Beatrix buttò il pacco che aveva in mano sulla poltrona in pelle e andò a sedersi sul letto, ai piedi di Ashley. Si era cambiata e indossava un paio di pantaloni color carta da zucchero, un maglione in cachemire senape e delle ballerine dello stesso colore.

«A parte il fatto che non potrò sedermi su una sedia per un mese, penso benone. Sentite, se Foxx è arrabbiato con Ricardo perché non mi ha sorvegliato, ditegli che è tutta colpa mia. Lui ha cercato di trattenermi, ma io sono corsa via.»

Quentin e Beatrix si scambiarono uno sguardo ma non dissero nulla.

«Chiamatelo», insisté Ashley. «Ci penso io. Gli racconto tutto e sistemo la situazione, va bene? Gli dico che Ric…»

«Ashley», la interruppe Beatrix. «Una persona è morta. Un civile. Un ragazzo. Si chiamava Enrique De Silva, aveva ventiquattro anni, era diventato padre da due mesi. Lavorava lì come addetto al magazzino e alle pulizie. Non vuoi rivedere il filmato, ma lo abbiamo. Si è messo dietro di te, ti ha protetto. Terza vertebra cervicale staccata di netto. Ricordi cosa ti ho detto questa mattina? Capita.»

Ashley sentì un ronzio nascerle nelle orecchie e farsi sempre più rumoroso. La camicia da notte si alzava e abbassava sempre più rapidamente sotto il suo respiro che accelerava.

Non ci stava neanche pensando. Si era concentrata sulle lenzuola pulite, era stata felice perché quei ragazzi la chiamano per nome, si era sentita sollevata per non essersi fatta poi così male, e l’immagine di un ragazzo a cui aveva visto torcere il collo non era passata neanche nei suoi pensieri.

Quand’è che sono diventata un mostro…

Enrique. Ventiquattro anni. Era colpa sua. L’aveva ucciso lei e si stava “scordando” che fosse successo.

«Capita», continuò Beatrix, «ma il problema è che questo non sarebbe dovuto capitare. EC3-BR8 stava lì nel magazzino. Non sappiamo quello che avrebbe fatto, magari si sarebbe addormentato entro due minuti dando il tempo alle brigate d’intervento di arrivare. Ignoriamo ciò che sarebbe potuto succedere, ma sappiamo per certo quello che è successo. Ha sentito il caos nel mezzo del centro commerciale ed è corso lì, piombando sulle spalle di quel ragazzo.»

Ashley aveva le guance rigate di lacrime.

«Ma io volevo solamente…»

Quentin le prese la mano come aveva già fatto la notte precedente.

«Lo sappiamo Ashley, volevi salvare quelle persone mettendole in fuga. E ci sei riuscita, in tanti si sono allontanati dal centro commerciale. Sei stata ingegnosa e hai dimostrato molto coraggio.»

«Ma nessuno ti aveva chiesto di farlo», aggiunse Beatrix. «Abbiamo procedure, ruoli, attrezzatura, siamo coordinati e addestrati per gestire questo genere di emergenze. Noi. Tu no. Ma la colpa di quello che è successo, non è tua. Ricardo aveva l’ordine di riportati a casa e non l’ha fatto.»

L’ora successiva passò davanti agli Ashley come un film guardato distrattamente in televisione mentre si è impegnati a fare altro. Le parole le arrivavano alle orecchie ovattate, rispondeva a monosillabi. Il pensiero tornava a quel ragazzo, Enrique, alle mani della bestia che gli torcevano il collo con facilità come se fosse fatto di gomma.

Quentin era uscito dalla stanza, Beatrix aveva scartato la confezione di vestiti. C’erano anche calze e mutandine pulite.

«Ad occhio questi dovrebbero andarti bene.»

Era rimasta lì mentre Ashley si cambiava. L’occhio di Beatrix si era rivelato giusto, i vestiti calzavano perfettamente.

Si avviò zoppicando lievemente verso la porta seguita da Beatrix. Gettò un ultimo sguardo alla stanza, al letto comodo disfatto, al parquet lucido. Si ritrovò in un lungo corridoio illuminato da luci soffuse. Su entrambi i lati si aprivano numerose porte, ma a parte Quentin era deserto. Anche lì non c’erano finestre, probabilmente erano davvero in un piano interrato.

Il ragazzo aveva con sé una busta voluminosa che porse ad Ashley.

«Qui ci sono i tuoi vestiti. E il tuo cappotto. Mi spiace, sono, hm, sporchi.»

«Grazie», disse lei con un filo di voce.

Sfilò le ciabatte che aveva trovato ai piedi del letto e infilò i suoi anfibi che qualcuno avevano lasciato vicino all’uscio. Erano stati puliti rapidamente per levare il grosso del sangue. Una delle porte più vicine alla camera si rivelò essere l’ingresso di un ascensore.

Ashley vi entrò insieme a Quentin. Beatrix rimase sul corridoio. Non sapeva come salutarla. “Ci si vede?” “A presto”? Sollevò vagamente la mano. Quando le porte dell’ascensore erano già chiuse a metà, Beatrix le sorrise e disse:

«Le punte, cherie. Tagliale!»

Suonava come un addio.

Quentin si spostò nell’angolo opposto a quello occupato da Ashley. Aveva le labbra tese.

«Oh, il tuo telefono», disse tirando fuori il cellulare da una tasca. 

«Quentin?»

«Sì?»

Voleva chiedergli chi fosse l’uomo con il camice da medico che le aveva lanciato un bisturi nella spalla. Se c’erano altri feriti. Era così grave il casino in cui aveva messo Ricardo? Erano riusciti ad arginare la situazione? C’erano testimoni? Qualcuno aveva visto la scimmia? O quell’uomo?

Le domande, però, le morirono in gola.

Non erano più affari suoi. In realtà non erano mai stati affari suoi, la signorina Dubois glielo aveva fatto capire senza giri di parole. Loro sarebbero rimasti lì, insieme, e avrebbero pianificato le prossime azioni, si sarebbero coordinati per affrontare questa e altre emergenze, celando misteri, manipolando la percezione della realtà, travestendosi, infiltrandosi nei sistemi informatici, sparando, inseguendo… Lei sarebbe stata scaricata davanti casa e sarebbe tornata in quel tugurio a fissare i suoi poster.

«Ashley?» le chiese di nuovo Quentin.

«No, niente», sussurrò lei mentre le porte dell’ascensore si aprivano su un garage freddo pieno di mezzi di ogni tipo.


L’avevano fatta accomodare nell’abitacolo posteriore di una grossa berlina. I vetri erano neri e un pannello scuro la tenevano separata dall’autista che non ebbe neanche modo di vedere. Quentin l’aveva accompagnata fino all’auto, ma non era andata con lei. Le era parso che in un paio di occasioni lui fosse stato prossimo a dirle qualcosa, ma alla fine si erano salutati con un freddo “ciao”.

Le sembrava di aver passato ore ad essere scarrozzata dentro e fuori luoghi che non poteva sapere cosa fossero o dove si trovassero. Garage, corridoi, stanze. Sempre dietro, sempre vetri oscurati o nessun finestrino del tutto, sempre senza poter vedere dove la stessero portando. Era stanca.

Qualcuno aveva guidato la macchina per un tempo che Ashley non avrebbe saputo quantificare. Avevano fatto una pausa che le era parsa interminabile. Non le importava. Tanto decidevano tutto loro. Se volevano aprire la portiera, che l’aprissero. Se volevano scaricarla per la strada, che facessero pure. Alla fine si erano riavviati e dopo una ventina di minuti la portiera si era aperta da sola lasciandola davanti al palazzo nel quale abitava .Non si era neanche disturbata a cercare di capire quanta strada avessero percorso o chi fosse l’autista.

Si sentiva svuotata.

A casa buttò il cappotto e la busta con i vestiti sporchi sopra il mucchio di abiti che aveva abbandonato la notte precedere. Si stava accumulando una pila di indumenti macchiati di sangue rinsecchito.

Iniziò a pensare a cosa fare di quei vestiti. Nei film disfarsi del sangue non era mai facile. Qualche sprovveduto li buttava nell’immondizia e nel giro di due scene la camicia sporca di sangue veniva usata contro di lui nell’aula di un tribunale. Chiuse tutto dentro due grosse buste di plastica.

Dovrei solo farne un falò.

«Brenda, lavami questi. Non fare domande» disse dopo essersi sfilata i pantaloni e averli tesi verso un’immaginaria cameriera personale.

Li lasciò cadere a terra e si buttò sul letto con le mani sulla faccia.

Non ho neanche un tozzo di pane in casa, altro che Brenda la colf.

Gli oggetti familiari nei quali si rifugiava di solito, i libri sulle mensole, i pupazzi Funko Pop! di Iron Man e Boba Fett sulla scrivania, la riproduzione dell’Unico Anello di Tolkien che pendeva da una catenina in finto oro da un chiodo sulla parete, non le davano alcun conforto. Per la prima volta non la rassicuravano facendole sentire che nel mondo fuori dalla porta non c’era nulla per lei e che tutto quello che voleva e di cui aveva bisogno era fra quelle pareti.

Rimase così per un po’ a osservare il soffitto. Ogni tanto le luci delle macchine illuminavano debolmente la camera immersa nella semi oscurità. Sentiva freddo alle gambe nude, ma non aveva voglia di muoversi. Affossò il naso nel maglione che le avevano dato. Era caldo. Se inspirava profondamente le sembrava di sentire l’odore del profumo di Beatrix.

Chissà cosa stavano facendo. Vivevano tutti lì dove l’avevano portata?

Ashley si figurò un grattacielo da centinaia di piani con uffici, sale riunioni, war room in cui gente in giacca e cravatta controllava senza sosta gli enormi schermi che mostravano su mappamondi digitali le emergenze più impellenti del pianeta evidenziandole con cerchi rossi che si accendevano a intermittenza in maniera minacciosa. “C’è un mostro enorme nelle paludi della Luisiana! Presto, mandate la squadra L-139!”. “Sta per scoppiare di nuovo una guerra al confine fra il Bribrikistan e il Sud-Laos occidentale, dobbiamo evitare che le bombe risveglino Cthulhu che sta dormendo proprio intrappolato nella catena montuosa di Frakh-maar!”.

Parecchi piani più sotto, in sale, corridoi e stanze che nella mente di Ashley avevano l’aspetto di un hotel lussuoso, immaginò che Beatrix e Ricardo avessero raggiunto Quentin nella sua stanza privata. Aveva un bel parquet e un grosso letto come quello nel quale avevano fatto riposare lei. Era una stanza calda e accogliente con un tappeto sul quale potersi sedere a chiacchierare. Stavano mangiando insieme una pizza seduti su un divano a tre piazze pieno di cuscini colorati. Il grosso televisore sulla parete trasmetteva un film di fantascienza a cui nessuno prestava particolare attenzione.

Nella fantasia di Ashley stavano parlando di lei.

Ricardo è un po’ mogio per i rimproveri di Foxx. Quentin gli dice di stare tranquillo, che non è colpa sua e che sì, lei è stata avventata ma è ammirato dal suo coraggio. È riuscita a mettere in salvo tante persone, sarebbe potuta essere una strage. Passa un bicchiere di soda a Beatrix che beve un sorso e dice: «Non me l’avevate detto che era così carina». Quentin, al solito, diventa rosso in faccia. Ricardo ride. «Dovrebbe essere qui con noi adesso, sembra anche un sacco simpatica». Sono tutti d’accordo.

Ma Ashley non era lì con loro. Stava gelando nella sua stanza senza tappeti e televisori giganti. Sola. Si tirò le coperte sul corpo e si strinse nel maglione.

Sotto le lenzuola controllò il cellulare. Si era praticamente scordata di averne uno. La madre aveva continuato a cercarla e le aveva inviato un numero spropositato di messaggi sempre più preoccupati. Le scrisse che dopo aver studiato non si era sentita bene, si era messa a letto e si era svegliata solo in quel momento, che stava bene e l’avrebbe chiamata il mattino successivo. Ashley pensò, come faceva spesso, che il modo con cui Dolores le dimostrava il suo amore risiedeva sulla linea di confine con lo stalking.

C’erano altri quattro messaggi. Sperò in un numero sconosciuto. “Fatti trovare domani sotto casa alle 9 – Quentin”, o qualcosa del genere. Ma era Jinny.

JINNY P: Ash! Sto tornando a casa! Mia madre ti ha trovato SIMPATICISSIMA. Devi venire a cena nel nostro ristorante, stasera. Sean ha già detto di sì. Ricordi dov’è?

JINNY P: Ehi? Allora? Facciamo 19.30? Ti mando la posizione. Non sei allergica a nulla, no? Stanno preparando l’haemuljeon WOOO VOLOOOO!!”

“JINNY P: Ash, tutto ok?”

“JINNY P: Guarda cosa ti stai perdendo! Sean con il braccio ingessato se n’è buttato metà sulla maglia! Ah ah ah PS: Devo preoccuparmi?”

All’ultimo messaggio era allegato un selfie di Jinny e Sean. Ridevano. In primo piano lei reggeva un pezzo di frittata fra le bacchette. Ad Ashley borbottò lo stomaco, non toccava cibo dalla colazione. No, dai biscotti che le aveva offerto la madre di Jinny, mezz’ora prima che la facessero salire sul furgoncino.

Per la centesima volta la sua mente tornò a rimuginare su tutto quello che era successo come se fosse un puzzle da risolvere, una serie di scene slegate che ormai conosceva a memoria e che aveva imparato a mettere in sequenza senza che però avessero un senso complessivo. Se le faceva scorrere davanti in un’ordinata fila cronologica.

Si stava facendo i fatti suoi con i suoi amici e si era ritrovata in un film horror. Ma era la realtà. Una bestia assassina, un morto e il sangue vero, non come quello delle serie tv o dei libri. Non era l’idea del sangue evocata da sei caratteri opportunamente ordinati e stampati nero su bianco su un foglio: “s”, “a”, “n”, “g”, “u”, “e”. Non era il sangue posticcio fatto di pixel rossi che si illuminano sul monitor di un computer. Era il sangue che macchia e puzza di ferro e si secca e incrosta e non verrà mai via dai vestiti, quello per il quale possono incriminarti e sbatterti una prigione concreta, non una appartenente al mondo della fantasia popolata da topi magici come ne Il miglio verde.

E questo tizio giovane, timido, carino, più pieno di gel di una foglia d’aloe, spunta fuori dal nulla, mi tira dentro il bar e mi riconosce. Ma che coincidenza è? Mi leggono quattro sfigati in giro per gli Stati Uniti e guarda caso uno di questi è appostato dietro la serranda di un club nel quale io stavo bevendo una birra due minuti prima. E salva una persona a caso non si sa perché e non è Jinny né Sean, ma sono io. Certo. E perché mi riconosce? Perché i super computer o che cazzo ne so io della sua organizzazione governativa così segreta che neanche il governo sa che esiste sono andati in allarme perché il nome scelto a caso di un personaggio di un racconto che ho scritto ricorda quello di una persona vera di una base militare nascosta vera che si trova veramente dove l’ho collocata io in quella storia di merda. Ma dai.

Si fregano i cellulari dei miei amici, mi sorvegliano, trovano casa mia, il mio numero, mi lasciano i loro telefoni nella cassette delle lettere. Perché? E chi lo sa. Per farmi sorgere domande a cui dicono di voler rispondere e non hanno risposto a niente. Poi questo mezzo rapimento, «No, ma ti diciamo tutto, tranquilla, fidati, basta che chiedi». Col cazzo.

«Chi siete?» «La BEE, significa questo, ma anche quest’altro, è antica bla bla bla.» «Sì, ok, ma che fate?» «Mah, mille cose, manipolano, gestiamo, sorvegliamo, l’inganno, la realtà, altre stronzate. Vuoi lavorare con noi?» «Oh, wow, beh, io…» «No, scusa, come non detto, scherzavamo, non ne hai i titoli. Ora scusa, ma abbiamo un’emergenza, vattene a casa.»

«Ma che cazzo volete da me?! Mi avete cercato voi!»

L’urlo di Ashley squarciò il silenzio della stanza. Si spaventò da sola. Aveva il fiato corto. L’aria sotto le coperta sembrava finita, era diventata calda. Si sentì soffocare. Tirò fuori la testa e prese una profonda boccata d’aria fredda.

«Che volete da me?», ripetè sussurrando.

Si asciugò gli occhi con le lenzuola.

Avete detto che non volete avere più niente a che fare con me? Bene. Benissimo. Non avevo idea di chi foste questa mattina, andrò avanti con la mia vita lo stesso da domani. Ricardo, se ti faccio una domanda non devi spiegarmi come operate, gli hacker, le reti e tutte quelle altre cose lì. Scaricami per strada, ma non portarmi vicino a quella bestia. Ho fatto una cazzata, enorme. Ho ucciso una persona. Anzi, non ho ucciso nessuno, ho salvato decine di vite, checché ne dicano. E comunque non è colpa mia. Non dovevo essere lì e voi mi ci avete portato. Voi mi avete caricato continuamente su furgoni e van e macchine e mi avete portato qua e là. Non io. Io mi stavo facendo i fatti miei. Mi stavo bevendo una birra, ecco tutto. «Ashley, tesoro, ma perché non esci più spesso?» «Indovina, mamma? Perché una cazzo di volta che metto il naso fuori casa quasi rischio di morire e mi ritrovo ad essere la protagonista di Mission Impossible XVI solo che dopo cinque minuti dall’inizio del film non gli interesso più , hanno cambiato attrice. Ecco perché voglio stare in camera mia, mamma, con i miei libri e i miei racconti e i miei film e i miei fumetti.»

«E l’hanno fatto di nuovo», disse fra i denti con rabbia.

«Bella questa stanza eh? Visto com’è grande? Pulita, no? Ti sono simpatici questi ragazzi? Che cose interessanti facciamo, sapessi. Quanto è forte Ricardo? Pensa solo alle ore che potreste trascorrete insieme parlando delle teorie dei fan su Twin Peaks. Gli sarà piaciuta la terza stagione di sei anni fa? È convinto come te che Maddy non sia la cugina di Laura Palmer ma il suo doppelganger? E Quentin? Non riesce a guardarti negli occhi per più di due secondi senza diventare rosso. Adorabile. E Beatrix… Beh, eccoti i vestiti. Vattene. Di nuovo. Guardare, ma non toccare. C’è un altro mezzo con degli altri vetri oscuri pronto a portarti dove noi decidiamo che devi essere. Tranquilla, ti aspetta la tua vita eccitante di sempre con Jinny e i suoi inviti a vedere le commedie romantiche e i suoi gruppi k-pop di merda che ti costringe ad ascoltare. Buona vita.»

Com’è che ha detto Doyle? “Puoi chiamarmi Quentin”. Ottimo. Che bello. Ma quando? Quand’è che posso chiamarti “Quentin”, se due minuti dopo mi avete dato un calcio nel sedere e mi avete sbattuto via? Scacciata come un cane a cui avete fatto odorare la bistecca sul barbecue ma poi, indovina, non è per me quella carne, ve la mangiate voi e se sto troppo lì vicino a scodinzolare vi do fastidio e magari mi prendere a bastonate per mandarmi lontano. Sciò, vattene, abbiamo cambiato idea. Capita.

Ma vaffanculo.

Ashley sentiva il cuore martellarle nelle orecchie, le bruciavano gli occhi e la gola. Si accorse del dolore che provava alle mani e aprì i pugni dove le unghie si erano conficcate nei palmi. Recuperò le cuffie dal comodino e cercò di sovrastare le voce dei suoi pensieri mettendo Sol Invictus dei Faith no more a volume assordate.

Non si accorse neanche della porta di casa che veniva aperta.