Capitolo 13

«Ludwig Ishigawa», disse Foxx buttando un fascicolo sulla scrivania.

Erano seduti intorno a un tavolo ovale di legno in un ufficio con una delle pareti di vetro opaco. Oltre ad Ashley e Foxx, nella stanza c’erano Ricardo, Quentin a cui avevano applicato un rapido bendaggio alla faccia e al braccio, Felicia Miller e una ragazza su una sedia a rotelle che era stata presentata ad Ashley come Melanie Queen. Aveva i capelli corti e ricci e due occhi nocciola che, dietro un paio di occhiali dalle lenti spesse, sembrano due puntini che si muovevamo di continuo da un viso all’altro.

Ad Ashley non sembrava vero di essere lì. Qualche ora prima stava immaginavo quel luogo sotto le sue coperte e alla fine in quegli uffici ci si era ritrovata davvero.


Con Quentin avevano aspettato che i colleghi infermieri (o medici, non aveva capito bene) uscissero da casa sua con il ragazzo ferito alla gola e ad una gamba, Martin Johnson. Erano riusciti ad arginare le ferite. Anche l’altro ragazzo, a cui il Dottore aveva spezzato un braccio sfondando la parete fra la sua camera e la cucina come fosse fatta di carta, riusciva a camminare da solo. Se ricordava bene, si chiamava Derek McAllister.

Erano saliti insieme su un’autoambulanza della BEE che sembrava in tutto e per tutto la normale autoambulanza di un ospedale. Sulla fiancata riportava la scritta “Saint Bernard Hospital”. Probabilmente un ospedale inesistente, ma Ashley aveva iniziato a capire che il modus operandi della BEE era quello di nascondersi in piena vista. Lei, per esempio, non si era mai soffermata a prestare particolare attenzione alle scritte sulle autoambulanze che le passano davanti e se l’avesse fatto non avrebbe messo in discussione l’effettiva esistenza dell’ospedale a cui facevano riferimento.

Sul mezzo, per la prima volta, la città non le era stata celata da una portiera o un finestrino annerito. Aveva potuto guardare di fuori e farsi un’idea di dove stessero andando. Non avevano parlato molto. La rossa, Felicia, aveva tenuto per mano tutto il tempo Martin sebbene lui fosse incosciente. Dal suo viso severo, però, non traspariva nessuna emozione.

«Per fortuna c’è la birra», aveva detto a un certo punto Derek, il ragazzo con il braccio spezzato a cui la pillola pac-man e l’iniezione di morfina che gli avevano somministrato sembra aver fatto passare qualunque dolore.

«La birra?» aveva chiesto Ashley.

«Le nostre autoambulanze, qui negli Stati Uniti, sono tutte del Saint Bernard Hospital. Non esiste nessun ospedale che si chiami così. Noi lo chiamiamo Saint BEErnard. O, in breve, Saint Beer. La birra santa. Se in missione vieni ferito, puoi sempre contare sulla birra che ti rimette in sesto. Detto questo, se quando torniamo all’Alveare qualcuno avesse la gentilezza di stapparmi una birra vera, ché con un braccio solo non riesco, gli sarei molto grato.»

«Derek, devi sempre parlare?» lo aveva interrotto Felicia.

«Ehi, bellezza, è la morfina, non è colpa mia!»

«Domattina controllerò se è morfina anche quella in cui metti i cereali a colazione, visto che tutti i giorni inizi a parlare dall’alba e probabilmente vai avanti anche mentre dormi.»

«C’è solo un modo in cui potresti verificare questa tua affermazione», aveva risposto Derek facendole l’occhiolino.

Lei gli aveva tirato un pugno sul braccio ferito ed era tornata a reggere la mano di Martin Johnson.

Erano arrivati a Chinatown. Ashley cercava con lo sguardo un palazzo imponente con grosse vetrate che riflettessero le luci della notte. Invece erano entrati in una serie di vicoli anonimi ed erano scesi in un garage. Ashley lo riconobbe come quello nel quale l’aveva accompagnata prima Quentin quando poi l’avevano scaricata a casa.

Avevano preso un ascensore, e dopo poco e si erano ritrovati in quella sala riunione. Come aveva avuto già avuto modo di notare, non c’erano finestre nei corridoi né nelle stanze. L’Alverare, come l’aveva chiamato quel soldato, sembrava estendersi sotto terra. Quello che aveva lasciato perplessa Ashley era il silenzio e la mancanza di persone. Quel luogo rassomigliava davvero a come l’aveva immaginato, con il parquet lucido, le porte in legno e le luci fredde, ma anziché gente indaffarata che correva qua e là e telefoni che squillavano di continuo, sembrava quasi deserto. Si domandò se dipendesse dal fatto che era notte, ma nella sua fantasia la BEE non dormiva mai. Le emergenze non rispettano l’orario d’ufficio.


Ricardo afferrò il voluminoso faldone lanciato da Foxx e lo aprì.

«Il nome di Dottor Manhunter è Ludwig Ishigawa?», ripetè scandendo il nome che aveva appena detto Foxx.

«È un genio», disse Quentin sfogliando le carte che aveva davanti. «Fino al 2018 lavorava per la Buronson-Hara Inc., una società della Mitsubishi USA che si occupa di tecnologie mediche. Si occupava per lo più di ricerca. Protesi e cose del genere. Sua figlia si è ammalata a quattro anni, tumore di Wilms. Una brutta storia, colpisce i reni. Quello che siamo riusciti a trovare non è ovviamente ufficiale, ma pare che abbia ideato in tempo record un rene artificiale.»

«Esistono già, però, no?», lo interruppe Ricardo. «Mia zia è stata attaccata ad una macchina per la dialisi per anni.»

«Appunto, sono macchine. Grosse, ingombranti, temporanee e presenti solo negli ospedali. Lui parlava di un vero e proprio rene, ma meccanico, da poter impiantare nel corpo di chi ne avesse bisogno»

«È il tipo di invenzione che ti porta direttamente al Nobel.»

«Se non fosse che l’azienda cercava assoluta cautela, non voleva correre rischi e soprattutto perdere il controllo di diritti sull’invenzione per poterla sfruttare commercialmente, mentre Ishigawa era intenzionato a saltare ogni fase sperimentale per impiantare il dispositivo nel corpo della figlia.»

«Ma perché non gliel’hanno permesso?» chiese Ashley. «Era un soggetto perfetto per la sperimentazione, no? Avevano solo da guadagnarne.»

«L’azienda aveva avuto già problemi con il dottor Ishigawa», disse Melanie Queen. Digitava rapidamente su un tablet montato su uno dei braccioli della sua sedia a rotelle. «Due anni prima  aveva lavorato ad una lega alternativa al titanio a base di carbonio e oxinium per la produzione di protesi per le ginocchia, ma il materiale si era rivelato radioattivo e avevano in corso cause milionarie con i primi soggetti a cui avevano venduto gli apparecchi. Pare che Ishigawa negasse le sue responsabilità dicendo che la produzione dell’impianto non era avvenuto secondo la procedura che lui aveva ideato.»

«Ad ogni modo», riprese Quentin, «sono arrivati ai ferri corti. Sembra che Ishigawa abbia provato a rubare il prototipo dal laboratorio.»

«E poi?» chiese Ricardo.

«È morto», rispose Foxx. «Almeno ufficialmente. Evidentemente non è andata così. Ha avuto un incidente stradale. Hanno estratto il cadavere carbonizzato della moglie dalle lamiere dell’auto. Stavano tornando da un weekend passato nella sua casa al lago a nord di Minneapolis quando l’auto è uscita di strada ed è finita in acqua. Il mezzo è stato ritrovato solo due settimane dopo e il corpo del Dottor Ishigawa non è mai stato trovato. Nè il suo, né quello della figlia.»

«Clementine Ishigawa», suggerì Melanie Queen. «Aveva sei anni e due mesi al momento dell’indicente, il ventisette giugno 2019. In media, solo il 56,4% dei cadaveri che finisco nei laghi vengono ripescati, quindi dopo una settimana dal ritrovamento dell’automobile  hanno sospeso le ricerche. Il Mille Lacs Lake, dov’è avvenuto l’indicente, è troppo grande e profondo per essere dragato tutto. La percentuale di 56,4%, comunque, varia sensibilmente a seconda delle stagioni. In estate…»

«Grazie così, signorina Queen», la interruppe Foxx.

«Scusate», si intromise Ashley che stava avendo difficoltà a processare quel fiume di informazioni ed era rimasta indietro. «Avete detto “Dottor Manhunter”?»

Le rispose Ricardo.

«È il soprannome che usiamo per chiamare l’uomo che ti ha aggredito questa notte. E stamattina. Ufficialmente è catalogato come SI5-BQ23. Lo abbiamo incontrato per la prima volta quasi un anno fa quando abbiamo notato una serie di sparizioni che sembravano presentare delle caratteristiche comuni. Tutti i soggetti scomparsi, molti dei quali militari, avevano impianti sperimentali, tecnologie avanzate in sviluppo e non ancora disponibili alla medicina civile.»

«Tipo?»

«Ricordi l’altra sera quando volevi convincermi che il padre della tua amica lavorava per un’azienda occupata nella ricerca di occhi bionici e cose del genere?», le rispose Quentin. «Quel tipo di cose lì. Esistono davvero.»

«E questo dottor Ishigawa rapisce le persone che hanno installati questo tipo di impianti?»

«Continua a farlo da un anno. Non siamo mai riusciti a fermarlo. E non li rapisce, gli dà la caccia. Cercare di fermarlo è come tentare di ingabbiare una tigre in una foresta indiana. È il suo habitat naturale ed è lei il predatore.»

«Ma perché lo fa? Spionaggio industriale? Rivende queste tecnologie?»

«Le usa», rispose Melanie. «Tre mesi fa è riuscito a penetrare nella base aeronautica MacDill, in Florida, dove era di stanza il sergente Andrew Piscatella. Piscatella, nel settembre del 2021, è stato coinvolto in un incidente con un elicottero durante un addestramento ed è rimasto paralizzato dalla schiena in giù. Dall’anno successivo si è volontariamente sottoposto alla sperimentazione di un endoscheletro in nanotubi di carbonio che contraendosi e dilatandosi possono fungere essenzialmente da muscoli.»

Ashley non capiva quanto di quello che le stesse dicendo Melanie lo ricordasse a memoria e quanto lo stesse leggendo in quel momento. I suoi occhi dardeggiavano continuamente fra il monitor, sul quale picchiettava senza sosta con le dita, e l’interlocutore. Girò lo schermo verso Ashley.

«Questa è una fotografia del sergente Piscatella mentre salta a quattro metri di altezza. Risale ad ottobre 2022, appena tredici mesi dopo l’incidente. La sperimentazione è andata ben oltre le aspettative. Non solo è tornato a camminare, ma si è ritrovato con un paio di molle al posto delle gambe.»

«Un attimo», la interruppe Ashley. «Volete dirmi che quello che mi è parso di vedere questa mattina era vero? Quell’uomo è saltato sul serio giù dal tetto di un centro commerciale ed è andato via balzando di nuovo verso l’alto? E che l’ha fatto con una tecnologia rubata ai militari?»

«Sto aggiornando il fascicolo, poi potrai leggerlo», le disse Melanie. «Dentro troverai le nostre ipotesi sull’occhio destro di SI5-BQ23, sul campo di repulsione magnetica che ha impiantato nelle mani…»

«Quell’alone blu?»

«Esatto», le rispose Ricardo. «È da lì che il signor Doyle ha tirato fuori il nome di Dottor Manhunter, è un riferimento a Watchmen.»

Quentin arrossì.

«Sì, certo», confermò Ashley. «Quindi anche la scimmia…»

«È uno scimpanzé», la corresse Melanie. «Sia le scimmie che gli scimpanzé appartengono al sottordine dei primati, ma…»

«Signorina Queen.» la zittì Foxx. «La nostra priorità adesso è fermare il dottor Ishigawa. Sandoval, Queen. voglio sapere tutto. Trovarlo adesso sarà ancora più difficile. Sa che sappiamo chi è grazie alla signorina Campbell»

«Grazie a me?»

«Il sangue sulla spatola.»

Ashley l’aveva rimosso. Era avvenuto tutto così in fretta prima che svenisse che il suo cervello non aveva memorizzato i particolari.

«Non eravamo mai riusciti neanche a ferirlo», aggiunse Quentin. «È veloce, letale. Sempre un passo davanti a noi. Non sappiamo come fa, ma sembra arrivare alle informazioni prima di quanto riesca a fare la BEE. Schiva le nostre pallottole e quando riusciamo a colpirlo è come se non gli facessero nulla.»

Ricardo batté una mano sul braccio di Quentin che reagì con una smorfia di dolore. «E fidati che se ha schivato i colpi di Doyle, stiamo davvero parlando di qualcosa di disumano.»

Ad Ashley Quentin Doyle non dava assolutamente l’impressione di uno spietato killer da film western, ma non commentò.

«Schiva le pallottole, ma non le spatole da cucina?», chiese invece.

«Non me lo so spiegare, probabilmente non ti ha percepito come un pericolo ed ha abbassato la guardia.»

«Se è il cacciatore formidabile che dite voi, non immagino sia il tipo che abbassa la guardia. Non voglio dire che non sia temibile come dite, ma… Micidiale? Preciso? Mi avrebbe tirato un bisturi in gola come ha fatto con Johnson. Invece mi ha colpito ad una spalla. Già non sento neanche più dolore.»

«Se ti ha colpito ad una spalla», le rispose Ricardo, «è perché voleva colpirti a una spalla. Fidati. Un mese fa è entrato nei laboratori della Seventeen Teamtech, un’azienda bionformatica canadese. Non sappiamo come il Dottor Manhunter abbia ottenuto l’informazione, ma stavano sviluppando un dispositivo per la realtà virtuale aumentata da applicare al campo dei videogiochi. L’avrei davvero voluto provare quel giochetto.»

Intervenne Melanie Queen che prese parola senza smettere di digitare sul suo tablet: «Seventeen Teamtech è attiva in molteplici settori e parecchi dei loro progetti sono assolutamente segreti, sia per evitare lo spionaggio industriale, sia perché portano avanti studi per il governo Canadese. I loro impianti hanno sistemi di difesa avanzatissimi sviluppati da loro stessi. La vigilanza privata che sorveglia le loro sedi è affidata a David Elkin, un ex colonnello dell’esercito israeliano. Ishigawa è entrato nella loro sede di Oshawa, a est di Toronto, in un orario compreso fra le 21.24 e le 21.26 del 19 ottobre. Ha distrutto quasi tutte le telecamere mentre si muoveva come un’ombra fra gli stabilimenti. Non sappiamo come abbia fatto a procurarsi i tre codici d’accesso che ha usato per arrivare al laboratorio che gli interessava. Alle 21.32 era fuori dal perimetro. Con sé aveva il dispositivo che gli interessava.»

«È veloce…», commentò Ashley.

«È letale», le corresse Melanie girando di nuovo il monitor verso di lei. Sullo schermo scorrevamo le immagini di una telecamera di sicurezza ad alta definizione «Questo è uno dei pochi filmati che abbiamo dell’incidente.»

Nel video, senza audio, si vedeva un soldato della sicurezza privata di spalle. Parlava con un collega girato in direzione della telecamera. Avevano entrambi due grossi fucili automatici. In una frazione di secondo si vedeva la testa della guardia rivolta verso l’obbiettivo schiantarsi contro il muro schizzando un fiotto copioso di sangue dall’occhio. Un bisturi gli era stato lanciato nell’orbita a velocità folle, aveva attraversato il cervello, forato il cranio e fissato l’uomo alla parete come un quadro macabro. L’altro uomo non aveva fatto in tempo a girarsi. Il camice bianco di Dottor Manhunter spuntava al lato del video. Un calcio fulmineo colpiva il soldato sul mento. Una mano di Ishigawa, nel fotogramma successivo, piantava uno stiletto sotto la testa dell’uomo, dal basso verso l’alto, prima che potesse cadere a terra.

Il video si interruppe.

«Ne ha uccisi 12 così. In meno di otto minuti», aggiunse Queen sciorinando dati con freddezza. «Da quello che abbiamo visto questa mattina al centro commerciale e questa sera a casa tua, il suo occhio sinistro potrebbe essere basato su quanto ha rubato alla Seventeen Teamtech.»

«E si è operato da solo?» esclamò Ashley. «Cioè, questo ”Dottor Manhunter” è un techno-chirurgo sadico che sta potenziando il suo corpo per rendersi una specie di super cyborg per… Qualche motivo?»

«È anche bravo ad intromettersi nei sistemi informatici delle aziende a cui è interessato.» Melanie fece scorrere delle scritte bianche sul monitor nero. «Sono riuscita a individuare parecchi server a cui si connette con regolarità, ma mai a individuare da dove si connettesse.»

«La sua è una descrizione ingenua, ma fondamentalmente realistica, signorina Campbell», concesse Foxx. «Non sappiamo le sue motivazioni. Sembra che rubi le tecnologie per adattarle al suo corpo allo scopo di essere più pronto a rubare altre tecnologie. Ma non abbiamo idea del suo cazzo di fine ultimo.»

«Ma se dà la caccia a tecnologie da fantascienza, allora cosa ci faceva a casa mia? La cosa più tecnologica che ho è il telefono, magari per fermarlo gli basta mostrargli dove sono gli Apple Store.»

Doyle abbassò lo sguardo, Ricardo sistemò l’elastico che gli teneva i capelli in una coda. Silenzio.

«Oh. Dei. Mi avete usata come esca?!» sbottò Ashley.

Foxx rispose tranquillo:

«È il dottor Ishigawa che ha provato a usarla come esca. Quando si è avvicinato a lei nel centro commerciale le ha messo questa fra i capelli.»

Sfilò una piastrina semitrasparente grande quanto un’unghia da una busta e la fece scivolare sul tavolo verso Ashley.

«È una cimice? Quindi sono fatte così…»

«È una cimice sofisticata. Inutile dire che ora è neutralizzata. Deve aver intuito che era con noi, sperava di riuscire ad arrivare qui o magari aa EC3-BR7, lo scimpanzé femmina. Tutti i nostri mezzi, macchine e furgoni, sono progettati per intercettare segnali anomali in ingresso o in uscita. Lei, signorina Campbell, è svenuta, l’abbiamo caricata su un’auto e immediatamente ci siamo accorti della cimice. L’abbiamo levata dai suoi capelli e l’abbiamo lasciata in un magazzino isolato dove speravamo che quel figlio di puttana si sarebbe fatto vedere.»

«Una trappola.»

«Una trappola a cui non ha abboccato. Prima di riportala a casa, il signor Johnson, che guidava l’auto, si è fermato a recuperare il trasmettitore.»

«Ricordo che l’autista ha fatto una lunga pausa. Ma se il Dottor Manhattan è arrivato a casa mia… È perché ci avete messo voi dentro la cimice! Mi avete usato davvero come esca!»

«C’era tutta la brigata d’intervento nel palazzo, il signor Doyle era…»

«Il signor Doyle», urlò Ashley alzandosi in piedi, «ha braccia e faccia ferite, Johnson si è beccato due coltelli in gola e quell’altro ragazzo ha avuto un braccio spezzato. E loro sono addestrati e armati! Se sono viva è solo per un colpo di fortuna!»

Di parola in parola ad Ashley montava nuovamente la rabbia e la frustrazione che aveva provato nel letto quanto più pensava agli eventi della giornata e più la sensazione di essere stata usata diventava consapevolezza.

«Perché mi avete portato qui? Che volete? Basta giochetti, basta “non è questo il momento”, basta cazzate!»

«Adesso la priorità…» iniziò Foxx.

«La priorità è rispondermi! Non ho cercato io il contatto con voi, non sapevo che esisteste. Mi avete presa, rapita, messo in pericolo, usato come esca, raccontato mezze verità. Adesso siedo al tavolo con voi come se facessi parte della BEE. Voi mi avete chiesto se fossi interessata a lavorare per un’agenzia che non avevo mai sentito nominare fino a cinque minuti prima e voi avete cambiato idea riguardo alla vostra stessa proposta due minuti dopo averla fatta.»

Ricardo e Doyle trattenevano il respiro.

Foxx spostò la sedia lentamente e a passi misurati fece il giro del tavolo portandosi di fianco ad Ashley che ansimava non staccando gli occhi dai suoi.

«Signorina Campbell», iniziò con una voce che sembrava innaturalmente persino più bassa di quella solita. «Conosco Beatrix Anna Dubois da undici anni. Ha solo due doveri: obbedire agli ordini che le do e fidarsi di me. In cambio, mi assicuro di fare il mio dovere, che è quello di proteggerla e non venire meno alla fiducia che mi accorda. In questo momento è in mano a un sadico e non sappiamo dove sia. Se quel figlio di puttana dovesse torcerle un solo capello diventerebbe lo scopo della mia vita trovarlo e strappargli il cuore dal petto, umano o bionico che sia, con le mie mani. Se dovesse accadere che le torce un capello perché non lo troviamo in tempo, e la colpa è che dobbiamo stare qui ad asciugare a lei gli occhi e il muco dal naso perché si sente usata, quando avrò finito con lui verrò a cercare lei, signorina Campbell. Se è qui è perché io voglio che lei sia qui. Se non le piace è libera di andarsene. Se decide di rimanere mi aspetto da lei le stesse cose che mi aspetto dagli altri: se dico una cosa, lei la fa. E la fa perché si fida di me. La porta è quella, Sandoval la può riaccompagnare a casa. In macchina c’è un assegno da cinquemila dollari, più che sufficiente per riparare i danni alla fogna nella quale vive.»

Foxx le indicò le porta di vetro con un ampio gesto del braccio.

Ashley lo fissò ancora. Poi abbassò lo sguardo. Sentiva gli occhi che le si inumidivano. Inspirò forte per calmarsi. Si sedette di nuovo.

«Ecco quello che faremo», riprese Foxx tornando piano al suo posto. «Miller, lei riorganizzi la squadra. Voglio due sostituti per Johnson e McAllister che sono feriti. Più altri due uomini. Mi sono rotto i coglioni di SI5-BQ23, vi autorizzo a usare le invowave e qualunque altra cosa riteniate opportuna. Queen, mi trovi i cento posti più probabili in cui potrebbe essere Ishigawa con la signorina Dubois. Signor Doyle, Signor Sandoval, voglio qualche stronzata irresistibile per Ishigawa. Entro due…»

Foxx si fermò. Ashley vide che il suo sguardo seguiva qualcosa al di là del vetro opachi della stanza. Una macchia rossa, sfocata, passò lungo tutta parete fino all’ingresso.

La porta si aprì ed entrò una signora vestita in un tailleur rosso acceso dello stesso colore del rossetto che le disegnava un sorriso allegro sulle labbra grinzose. Ad Ashley sembrò che il trucco pesante e il cerone bianchissimo non riuscissero a nascondere la sua età che sembrava essere di circa duecento anni. Trotterellò nella stanza riempiendola del rumore dei suoi tacchetti sul pavimento. Era minuta e vicino a Foxx sembrava ancora più piccola, gli arrivava a stento alla pancia.

«Xavier, caro, ti si sente per tutto il corridoio. Oggi hai preso l’Atenol per la pressione?»

«S— sì, signora Apfel. Alle sette. Mi scusi per il rumore.»

Ad Ashley sembrò che Foxx si rimpicciolisse di colpo. Anche il suo tono sembrava quello di un bambino.

«Bene, Xavier. Bravo», gli disse la vecchia dandogli una pacca affettuosa sulla coscia. «Abbiamo notizie della mia Beatrix? Chiaramente no, altrimenti saresti corso a dirmele, vero Xavier?»

«Sì, certo signora Apfel, sarei corso a riferirle ogni novità. Purtroppo ancora nulla. Sto coordinando ora…»

La signora Apfel lo zittì con un gesto rapido della mano e si girò verso Ashley rivolgendole un sorriso dolce. Si abbassò gli enormi occhiali rossi che coprivano più di metà del suo visto sulla punta nel naso per scrutarla meglio

«Quindi Ashley sei tu», le disse accarezzandole una guancia. «Povera piccola, che devi esserti spaventata oggi. Come ti senti adesso?»

«Bene signora», le rispose Ashley con voce incerta.

«Ottimo, ragazza mia. Andiamo.»

Si avviò verso la porta. Ashley guardò Foxx con sguardo interrogativo e lui le fece cenno con il mento di seguirla.

Sulla soglia la signora Apfel si girò verso Foxx.

«Xavier, voglio molto bene a Beatrix. Sarei molto triste se non dovessi vederla più. Tu non vuoi che io sia triste.» Si rivolse ad Ashley: «Vieni, cara, andiamo a vedere qualche buffa stranezza.»