Capitolo 14

Ashley seguiva la vecchia che aveva sentito chiamare “signora Apfel” lungo il corridoio deserto. Non riusciva a capire se si trovasse sempre nella stessa ala del medesimo piano o se nell’edificio tutti i livelli fossero uguali: pulitissimi, asettici, con un pavimento in legno lucido immacolato. Nei corridoi che attraversava non si sentiva mai alcun rumore se non il risuonare dei suoi passi e di quelli delle persone che erano con lei. Neanche dalle numerose porte chiuse alla sua destra e sinistra proveniva alcun rumore e, come aveva già notato quando l’avevano portata in quella specie di camera d’ospedale, vide che non c’era alcuna finestra. Non aveva ancora capito se l’edificio avesse dei piani sopra la superficie del suolo che non aveva mai visto, o se tutto l’Alveare si sviluppasse nel sottosuolo.

La signora camminava rapidamente — cosa che ad Ashley sembrava stupefacente vista l’età centenaria che le attribuiva.

«Xavier è così da sempre», attaccò. «Urla, sbraita e non sono mai riuscita a fargli levare il vizio di dire tutte quelle parolacce. Ma ha un cuore enorme, e non solo perché deve pompare sangue fino ad un’altezza di due metri dove ha quel capoccione. Quando era un ragazzo aveva l’occhio destro gonfio nei giorni pari e quello sinistro pesto nei giorni dispari. Faceva sempre a botte con qualcuno. Ma mica per sé, sai? Non appena qualche combriccola di ragazzacci dava il tormento a qualcuno di più debole, lui correva in suo soccorso. E non importava se fossero in due o in dieci. Le dava e le prendeva sempre di santa ragione e per ogni cazzotto che si beccava ne restituiva un paio. È sempre stato un ragazzone, quindi non ti stupirà sapere che alla fine di ogni zuffa era sempre l’unico a restare in piedi. E tu?»

Svoltarono in un corridoio più piccolo.

«Io, signora? No, non ho mai fatto a botte con nessuno. Cioè, non che ricordi, almeno.»

La signora Apfel si fermò davanti a una porta uguale a tutte le altre e si girò verso Ashley. 

«Non voglio sapere se da piccola ti tiravi i capelli con le altre ragazze. Voglio sapere se anche tu sei disposta a farti pestare gli occhi scontrandoti contro forze dieci volte più possenti di te solo perché sai di essere nel giusto.»

Ashley aprì la bocca per rispondere ma non sapeva cosa dire. E aveva paura di chiederselo perché la risposta probabilmente era “no”. Fino alla mattina precedente era certa che tutto ciò che voleva era stare in camera sua isolata dal mondo reale a navigare con la fantasia negli universi che sbocciavano dentro di lei. Mondi più eccitanti delle lezioni di Geografia politica popolati da persone più interessanti di tutte quelle censite nella rubrica del suo cellulare.

Ma in quel momento “ieri mattina” le sembrava un tempo ancestrale. Era una vita fa vissuta eoni prima da quella che le sembra già essere un’altra Ashley. Una ragazza che non aveva mai sentito parlare della BEE, che non aveva mai visto un mostro in vita sua, che non era mai stata accoltellata in una spalla. Quella Ashley non aveva mai neanche desiderato di far parte di un gruppo, anzi aveva sempre fatto di tutto per tenersi ai margini delle comitive beandosi del suo essere “quella un po’ strana che sta in disparte”. Ma era ancora così? Si chiese se una risposta sbagliata l’avrebbe, per l’ennesima volta, allontana da quel luogo e da quelle persone.

«Lo senti?» le chiese la vecchia senza aspettare una sua risposta.

Ashley si guardò un attimo intorno come per aiutare l’udito con la vista, ma tutto quello che vedeva era un piccolo corridoio laterale le quale ronzavano le luci al neon.

«Non sento niente.»

«Esatto. Qui c’è sempre stato un andirivieni continuo di persone. Prova a immaginare questi corridoi invasi dagli individui più disparati. Qualcuno elegante, qualcuno sotto copertura vestito da ragazzo che consegna le pizze. Gente che spinge carrelli pieni quasi fino al soffitto di carte, libri e fascicoli. Telefoni che squillano, gente che urla o ride o corre perché c’è stata un’emergenza. E io nel mio ufficio — vieni cara, entra — che ogni tanto mi affaccio per rimproverare qualcuno chiedendo un po’ di silenzio perché il rumore non l’ho mai sopportato. E sai come si dice, “attento a quello che desideri perché gli dei potrebbero accontentarti”. Ed eccomi qui, circondata dal silenzio e da corridoi vuoti. Non è triste?»

La signora Apfel aveva passato il dito su tutta la lunghezza della maniglia e la porta si era aperta con uno bip e uno scatto. L’interno era illuminato fiocamente. Odorava di carta, polvere e fumo di sigarette vecchio di anni. Sembrava di essere in un edificio diverso. Scaffali e librerie strabordavano di fogli, volumi e oggetti di ogni tipo. Tutto l’arredamento, dalla scrivania in legno laccato alle sedie in stoffa a righe, fino alle lampade minimali, proveniva distintamente dagli anni sessanta. Persino il pavimento, una scacchiera di mattonelle nere e bianche, non c’entrava nulla con il parquet che aveva visto ovunque nel resto del palazzo.

«Non hai idea», riprese, «di cos’era questo posto negli anni settanta. Con la guerra fredda in atto non riuscivamo a stare dietro a tutte le segnalazioni che arrivavano. “I Russi stanno schierando un esercito di orsi controllati psichicamente al confine con il Tibet!”, “In una fabbrica abbandonata di Dresda hanno trovato un portale extradimensionale creato dai nazisti”, “I giapponesi sono arrivati sulla Luna e hanno una base sul suo lato oscuro in cui si incontrano con una razza aliena”. Chiaramente, nove segnalazioni su dieci erano stupidaggini e la decima era una mezza verità esagerata. Ma era eccitante, non posso negarlo. Non ero giovane neanche allora, ma avevo sicuramente più forze e fidati che per coordinare il numero di persone che lavoravano qui ce ne voleva parecchia. Vuoi del succo di fragola?»

La vecchia aprì la pesante porta di una bassa cassaforte verde scuro che si rivelò essere un frigorifero e ne estrasse una caraffa di succo rosa.

«La ringrazio», disse Ashley educatamente allungando la mano, ma quello che pensò fu: Ashley nel paese delle meraviglie. Dovrei avere una gonna da allargare con le mani mentre mi esibisco in un inchino educato da signorina a modo.

«Cosa volevo dirti? Oh sì. Nel 1954 partecipai ad una spedizione antartica. Immagino tu abbia letto Lovecraft, vero? Aveva questa ossessione per creature ancestrali più vecchie dell’età dell’universo addormentate fra i ghiacciai del Polo Sud. Esseri giganteschi e idioti che dormivano sonni profondi e agitati intrappolati in blocchi di ghiaccio vecchi quanto la Terra stessa, templi alieni rimasti celati agli occhi degli uomini per ere immemorabili. Questo genere di cose. Insomma, negli nostri archivi avevamo ritrovato alcune vecchie note del buon vecchio Howard Phillips dei tempi in cui lavorava per la BEE quando ancora si chiamava Boston Compass Society e…»

«Un attimo», la interruppe Ashley. «Mi scusi, ma… Quel Lovecraft? Lo scrittore? Cioè, era un membro della BEE?»

La signora Apfel rise. Aveva una risata cristallina, come quella di una bambina. Si lasciò andare sulla sedia imbottita dietro la scrivania e fece cenno ad Ashley si sedersi su una delle poltrone libere dell’ufficio.

«Ho fatto parte della BEE per più anni di quelli che una persona possa sperare di campare, e posso assicurarti che ho visto centinaia, forse migliaia di volte quell’espressione. E ogni volta la trovo irresistibile! “Cosa?! Stan Lee faceva parte della BEE?!”»

«Stan Lee?»

«Ah ah, eccola di nuovo!»

La vecchia si asciugò le labbra con un fazzoletto rosa e recuperò contegno cercando di interrompere la risata.

«Dov’ero? Oh, sì. Insomma, partimmo per l’Antartide per verificare alcune informazioni che non ci tornavano. Ti parlo del dopoguerra. Nel mondo c’era stato il caos e non c’era punto del pianeta in cui le bombe non avessero fatto venire fuori dalla terra le cose più strane. Il capitano Henry Magee ed io ce la intendevamo parecchio — sono passati un po’ di anni e non ho nessun problema raccontarlo. Era un uomo bellissimo e pieno di fascino, con questi capelli biondi e sottili, morbidi, che sembravano spuma del mare mentre il vento salmastro li arricciava quando scrutava l’orizzonte con il cannocchiale. Immaginalo fermo sulla prua nella nave, alto e possente come un tritone in giacca bianca. La sera mi invitava a cenare nella sua cabina, bevevamo, mi insegnava a leggere le carte navali e giocavamo a biliardo. Quel matto si era fatto installare in cabina un tavolo da biliardo posato su un sistema basculante che lo teneva in equilibrio in modo che fosse possibile giocare nonostante il rollio della nave.»

Fece una pausa per bere un sorso di succo di fragola. Bevve anche Ashley. Lo trovò aspro ma piacevolissimo, probabilmente c’era dentro anche del limone.

«Una notte ebbi una crisi. Nulla di che, intendiamoci, ma ero una ragazza di ventitré e anni e sebbene ne avessi già viste parecchie, non so cosa mi prese, ma il buio della notte e il freddo dell’oceano mi entrarono nelle ossa e nell’anima più di quanto facessero di solito. Devi credermi, cara, se non hai mai passato una notte senza luna su una nave oltre il sessantesimo parallelo, non hai idea di cosa significhino davvero le parola “buio” e “freddo”. L’idea che, a parte le venti persone che sono lì con te, l’essere umano più vicino è a decine di migliaia di chilometri di distanza, trasferisce quel buio e quel freddo profondo dagli occhi e dalla pelle al cuore, lo ghiaccia e ti riempie di terrore. Henry mi portò nella sua cabina, mi scaldò del brandy e andò al suo amato tavolo da biliardo. Sistemò rapidamente le palle e con un colpo studiato le mandò tutte in buca. Erano quei trucchetti che i marinai imparano in accademia per conquistare le ragazze nei bar, come puoi immaginare. Vuoi?»

La signora Apfel aveva preso una sigaretta da una elegante scatola laccata sul tavolo e la porgeva ad Ashley.

«Non fumo signora.»

«Fai bene, cara», disse sistemando al sigaretta in un bocchino d’avorio e portandoselo alle labbra rosse. «È un pessimo vizio. Insomma, fece questo suo giochetto per distrarmi, poi prese una delle palle dalla buca in cui era finita e mi venne vicino. “Ti sei mai chiesta, Virginia, cosa provi la palla numero otto?”, mi chiese. Mi mise in mano la sfera nera con il numero otto stampato nel cerchio bianco e non aspettò una risposta. Mi disse che quella sfera se n’era stata lì a farsi i fatti suoi su quel panno verde mentre tutte le altre le giravano intorno, si colpivano, rimbalzavano, cadevano nelle buche, carambolavano sui bordi del tavolo. Finché un’altra palla non l’aveva colpita. E la sfera numero otto non aveva avuto il tempo di pensare a ciò che le accadeva intorno o alla catena di eventi, programmati o casuali, che avevano portato la palla verde numero sei a colpirla proprio in quel momento, proprio a quella velocità, proprio in quel punto e verso quella direzione. Si era ritrovata in moto e visto che sapeva far bene il suo lavoro, non si era bloccata in attesa che l’universo le illustrasse i suoi misteri. Invece, aveva preso a rotolare e si era infilata diligentemente dentro la buca nella quale era destinata a dover finire.»

«E lei si sentiva come quella sfera.»

«Esattamente come quella sfera. Facevo diligentemente il mio lavoro, mi avevano dato una pelliccia pesante, mi avevano spedito verso un continente fatto di ghiaccio e io avevo iniziato a rotolare senza fiatare verso la buca bianca e gelata che mi avevano assegnato. Ma quando quella notte mi ero fermata per un attimo a pensare a cosa ci facessi lì in mezzo all’oceano antartico e a come ci fossi arrivata, ho sentito gli abissi che mi attiravano verso di loro per farmi sprofondare verso baratri inesplorati. Ma il suo discorso mi fecero pensare che in fondo siamo tutti palle su un tavolo da gioco in attesa che eventi più grandi di noi ci mettano in moto. Purtroppo da quella spedizione tornammo solo in sei, tre dei quali non erano fra le persone che erano partite con noi e Henry Magee non era fra i fortunati. Ma questa è un’altra storia.»

«Oh… Mi spiace…»

«Non ti preoccupare, cara, ho già pianto tutte le lacrime che dovevo piangere a riguardo.»

«E quindi anche io sono una palla numero otto? Sono stata colpita da una sfera gialla con sopra scritto “BEE” e ci si aspetta che inizi a correre verso la direzione che mi verrà indicata senza fare domande e senza fermarmi a pensare?»

«Oh, cielo! No! Henry Magee, pace all’anima sua, aveva tutto l’ardore dei marinai, la bellezza della gioventù e il fascino della sfacciataggine, ma in fondo era uno zuccone! Ragionava come un militare. Sospetto che a calmarmi, quella notte, fosse stato più il brandy — e le sue labbra, debbo dirlo — che il suo discorso. Quello che aveva ottenuto, però, era di ricordarmi che siamo circondati da forze più grandi noi che non possiamo controllare e che spesso, senza neanche accorgersene, ci colpiscono e ci mettono in moto. Ero molto sveglia e graziosa da giovane, fidati, e mi sentivo tutto fuorché una stupida palla da biliardo. Noi abbiamo cervello e gambe. Come una palla da gioco non possiamo decidere cosa colpirà il nostro destino, ma anche quando non riusciamo a fermarci in tempo, possiamo di certo decidere dove andare, se accelerare o rallentare e se la buca nella quale vorrebbe mandarci il fato ci piace o no. Quindi non solo non ho lasciato che la paura avesse la meglio su di me, ma mi sono adoperata perché nessuno dei miei compagni di avventura si lasciasse prendere dallo sconforto mentre le avversità si abbattevano su di noi. Sono passati settant’anni, e sai perché sono ancora qui?»

Ashley scosse la testa.

«Per lo stesso motivo per cui tu ora se qui nel mio ufficio. Perché io tengo a tutti, indistintamente. Che li conosca da quando sono poco più che bambini o che siano appena arrivati, come te. Che siano chissà dove, come la povera Beatrix, o che siano al sicuro in una poltrona del mio ufficio. Mi preoccupo allo stesso modo di chiunque. Il mio lavoro è questo e continuerà ad esserlo finché potrò. E trovo il tempo per tutti. Quindi, cara, dimmi cosa vuoi fare. Ti è toccato essere colpita da questa palla gialla con la scritta BEE sopra, come hai opportunamente detto tu. E hai iniziato a correre. Hai provato a capire, ma non ci sei riuscita. Hai fatto domande, ma le risposte ti hanno confusa ancora di più. Sei circondata da alcune persone e un attimo dopo da altre. Ti hanno preso, poi allontanato, poi ripreso ancora e questo ti fa tanto arrabbiare. È frustrante. Ti rende furiosa, perfino. Tu volevi solamente stare sotto il tuo albero a leggere un libro, ma il Bianconiglio ti è passato davanti e non hai potuto fare a meno di seguirlo e ora continui a cadere nella sua tana e ogni volta che pensi di essere giunta alla fine o di vedere una luce, scopri che il buco va ancora più giù. Non è così, Alice?»

«Ma come…?. Sì, esatto, è così mi sento. E sono arrabbiata e confusa. Chiedo e non mi rispondono. O urlano. E… Vorrei fare davvero qualcosa per Beatrix, ma non so cosa! E non capisco. Questo Dottor Manhunter e gli scimpanzé… E stamattina non so cosa mi è preso, volevo sentirmi utile, ma ho solo… Quel ragazzo… Non sono…»

Il groppo che le si era creato nello stomaco si era portato alla gola impedendole di parlare. Aveva le guance rigate di lacrime. Virginia Apfel spense la sigaretta in un posacenere di ceramica appoggiato su una pila di fogli disordinati e prese un fazzoletto ricamato da un cassetto. Ashley lo accettò si asciugò le lacrime.

«Sappi, cara, che ho già fatto le ramanzine che dovevo fare per come è stata gestita questa faccenda. Ma io ascolto tutti. È un periodo complesso per noi, inedito nella storia della nostra società, in effetti, e Xavier sta facendo del suo meglio per gestire una situazione non facile. Ma ora voglio parlare con te, per quello siamo qui.»

La vecchia si alzò e andò vicino ad una porticina che Ashley non aveva neanche notato. Si apriva al centro di una parete occupata interamente da una libreria.

«Vieni, adesso scendiamo davvero nella tana del coniglio»