Capitolo 15

Per un attimo Ashley si figurò l’interno di una torre come se fosse in un romanzo fantasy. Era pronta a ritrovarsi su una rampa di scale circolari con le pareti in antichi mattoni di pietra e torce alle pareti. Quelle che scesero, invece, erano delle sottili scale in metallo che cigolavano e vibravano ad ogni passo. Percorsero diverse rampe.

«Nell’ottantasette mi sono fatta fare un piccolo accesso privato al Mausoleo.», disse la signora Virginia Apfel. La voce rimbombava nello spazio buio. «È spartano, ma così posso venirci quando voglio senza che mi bisbiglino alle spalle che sono una vecchia nostalgica.»

«Il Mausoleo? Stiamo andando in una tomba, quindi? Un tempio nelle profondità di Chinatown?!»

«Ti sorprenderebbe sapere quanti templi sono sepolti sotto la nostra città. Il mausoleo di Alicarnasso era una delle sette meraviglie del mondo antico, la tomba del satrapo Mausolo dove i suoi resti potessero essere conservati per sempre e dove la moglie Artemisia — che era anche sua sorella nonché la donna che ordinò la costruzione dell’opera — potesse andare a piangere il suo amore. Anche i nostri Mausolei sono costruiti per questo: per conservare la memoria delle nostre imprese, ricordare chi è caduto compiendole e proteggere il mondo da quello che ci conserviamo.»

«I Mausolei? Ne avete più di uno?»

«Oh, certamente. Ogni Alveare, cioè ogni sede, ha il suo, in tutto il mondo.»

«Quindi la BEE non è solo americana? Ci sono “Alveari” in vari altri paesi?»

«Ti hanno davvero detto assai meno di quello che temessi, allora! Ci credo che sei così arrabbiata e confusa.»

Erano arrivate davanti a un’altra porta sulla cui maniglia la signora Apfel strusciò il dito. Avvicinò poi l’occhio ad uno spioncino montato in basso e un raggio verde le illuminò il viso. La porta si aprì e vennero investite da una folata di aria gelida.

Il corridoio davanti a loro si illuminò gradualmente. Su una serie di ganci alla loro sinistra erano appesi tre parka bianchi e uno rosso che la signora Apfel prese per sé. Ne infilò uno anche Ashley. Sulla destra del corridoio erano allineate una serie di teche, alcune dall’aspetto molto antico, con dentro fogli, libri, quaderni, piccoli scrigni in legno. Percorsero il corridoio, svoltarono a sinistra e si ritrovarono in una sala ampia, debolmente illuminata e dal soffitto basso. I loro passi erano attutiti dalla moquette bordeaux. Tutto lo spazio era occupato da vetrinette  disposte a intervalli regolati, ognuna illuminata autonomamente.

Virginia Apfel si diresse senza esitazione verso una delle teche. Erano tutte diverse l’una dall’altra, ma per lo più erano realizzate in legno laccato con intarsi eleganti e gambe lavorate finemente. Il vetro che proteggeva gli oggetti ordinati in ciascuna teca, però, non sembrava antico. Era perfettamente trasparente e molto spesso.

«Quello è uno dei primi reperti raccolti dall’Alveare di New York», disse indicando una specie  di collanina in stoffa da cui si diramava una raggiera di fili intrecciati con nodi e perline colorate.

«Di cosa si tratta?»

«È un quipu. Si è pensato per secoli che gli Inca non avessero alcuna forma di scrittura, finché gli archeologi non hanno trovato queste collane. Inizialmente pensavano che fossero puramente decorative, ma la regolarità dei disegni ha fatto nascere il sospetto che chi li aveva intrecciati stesse utilizzando una qualche forma di codice. Ed era così. I colori e le distanze fra i nodi e le pietre sono un sistema primitivo di scrittura per descrivere numeri e merci. I quipu, essenzialmente, sono libri mastri che registrano oggetti venduti o acquistati, debiti e cose simili.»

Ashley avvicinò la faccia al vetro per vedere meglio.

«È… hmm, interessante. Ma quindi il Mausoleo è un museo privato? Tipo un museo di storia naturale? Avevo capito ci fossero… stranezze di qualche tipo.»

La signora Apfel sorrise. Appoggiò il dito a un lettore di impronte digitali nascosto fra gli intarsi su un lato della teca. Si udì un sibilo e il rumore di qualche meccanismo che scattava.

«Apri pure il cassetto, cara.»

Ashley si portò un po’ indietro e cercò di capire a quale cassetto si riferisse la signora Virginia Apfel. Poi notò una maniglia sul lato anteriore della teca, appena sotto il vetro. La tirò e un cassetto grande quanto tutto l’espositore scivolò verso di lei.

«Oh dei!» esclamò facendo un salto indietro. «Che… Cos’è quello?!»

La risata cristallina della signora Apfel riempì la stanza.

«Hanaqpacha mach’aqway. “Il serpente dall’alto”.»

Premette un piccolo pulsante all’interno del cassetto e una fredda luce bianca illuminò meglio il contenuto. La forma dell’oggetto appoggiato nell’ampio cassetto ricordava quella di un teschio umano, ma la dimensione era tripla rispetto alla testa di una persona nomale. A parte la grandezza la parte superiore, le cavità oculari e quella nasale erano quelle di un uomo, ma la parte inferiore e la mandibola erano allungate e ricordavano il muso di un rettile. In tutta l’arcata dentaria si alternavano denti che ricordavano quelli umani e zanne lunghe e sottili come quelle dei pesci o dei serpenti. Sulla parte terminante, le fauci si restringevano e arcuavano creando una sorta di becco aguzzo come quello di un rapace.

«Potrei parlarti per ore della storia della nostra società e raccontarti aneddoti, episodi, avventure e spedizioni, ma che differenza ci sarebbe fra il mio racconto e un libro di fantasia? Starebbe alla mia capacità di narrazione convincerti che sia tutto vero e al tuo scetticismo accettarlo. Quindi, è più facile farti vedere quello che facciamo dal 1661.»

«La BEE ha… quattro secoli? Ma non c’erano neanche gli Stati Uniti nel Milleseicento!»

«Brava ragazza, ma non è stata fondata né negli Stati Uniti, né come BEE. L’Inghilterra del diciassettesimo secolo era una nazione proiettata verso la conquista del mondo. I velieri inglesi si spingevano negli angoli più remoti del pianeta scoprendo terre ignote, entrando in contatto con civiltà diversissime da quella europea… E naturalmente tornavano a casa con i racconti più incredibili e gli artefatti più strani»

«Tipo questo teschio?» chiese Ashley avvicinandosi di nuovo con circospezione.

«Quel teschio non è mai passato per il vecchio continente. Quello però, sì.»

La signora Apfel si girò verso un altro tavolo illuminato, adiacente a quello che stavano esaminando. Sfiorò il sensore e il vetro si alzò sibilando. Ne estrasse un cannocchiale in bronzo. Era conservato perfettamente, ma era chiaro che fosse molto antico. Lo pose ad Ashley.

«Ti prego di prestare molta attenzione. Questi giochini non hanno valore.»

Ashley lo strinse bene in entrambe le mani per timore che le cadesse di mano.

«Prova a guardarci dentro.»

La ragazza appoggiò l’oggetto ad un occhio e chiuse l’altro. Fece un giro della stanza puntando il cannocchiale in alto e in basso sperando di vedere qualcosa.

«Non vedo nulla. È scuro al centro, con una luce bianca ai lati.»

Socchiuse l’occhio e vide che la signora Apfel stava prendendo un altro oggetto dalla tessa teca. Era dello stesso metallo del cannocchiale che aveva in mano e chiaramente erano stato prodotti insieme. Si trattava di un piatto ottagonale grande quanto una mano con un pezzo di vetro irregolare, scuro, incastonato al centro, retto da ganci di bronzo.

Le braccia esili di Virginia Apfel lo sollevarono con fatica. L’occhio che Ashley aveva appoggiato al cannocchiale colse un movimento. Osservò con più attenzione.

Vide se stessa dall’esterno, a circa un metro di distanza. Era inquadrata dal lato in cui si trovava la signora Apfel. Spostò il cannocchiale verso l’alto, e si vide alzare le braccia e torcere lievemente il busto verso il soffitto. Staccò l’occhio dallo strumento e si girò verso la vecchia. Stava puntando il disco verso di lei.

«Wow», sussurrò Ashley. «È tipo una telecamera.»

«Però questa “telecamera” è arrivata a Londra intorno al 1680. Un po’ prima delle Canon e dei cellulari e delle trasmissioni satellitari. I due pezzi di vetro, quello che ho in mano e quello usato come lente del cannocchiale, sono stati sottratti ad una nave spagnola in qualche episodio di pirateria. Crediamo che provengano da uno scavo archeologico in Etiopia. Per un po’ di anni abbiamo usato questo strumento per le comunicazioni fra la società inglese e noi. Chiaramente sto parlando del diciottesimo secolo. Ho qualche anno, ma non così tanti.»

«Sembra una magia. Ma questo cosa c’entra con la BEE? Durante il periodo coloniale dell’Inghilterra nei vari angoli del mondo si trovavano oggetti bizzarri che venivano riportati nel Regno Unito e questa società segreta li confiscava? Tipo una dogana per le eccentricità della Terra?»

«Oggi noi siamo abituati alle videochiamate o alle dirette televisive da ogni parte del mondo, ma pensa a un uomo del Settecento che abbia in mano uno strumento in grado di fargli spiare quello che avviene in una colonia dall’altra parte del mondo. Immagina i danni che avrebbe potuto causare questo oggetto caduto nelle mani sbagliate. Considera cosa può significare quel teschio.»

Ashley porse il cannocchiale alla signora Apfel e si accostò di nuovo alla teca con lo scheletro deforme.

«Sir Andrew P. Addington era un esploratore inglese. In quell’epoca fantastica e avventurosa essere un esploratore significava essere un marinaio, un soldato, ma anche uno storico, un antropologo e un naturalista. Uno studioso con una carabina in una mano e un taccuino per gli appunti nell’altra, insomma. Fu una figura chiave nella scoperta delle popolazioni precolombiane. Quello che i libri di storia raccontano sull’America del sud è molto diverso da quello che è realmente accaduto. Per esempio, non è vero che la civiltà Inca è del tutto scomparsa a metà del Millecinquecento. Quel quipu risale a quasi un secolo più tardi. La maggior parte dei quipu raccolti nei vari musei del mondo non sono altro che fili intrecciati che parlano di numero e merci. Ma gli Inca ci facevano ben altro. Se tu fossi in grado di saper leggere la formula descritta da quello che vedi lì accanto a te, saresti in grado di far materializzare un altro “serpente dall’alto” in questa stanza.»

«Cosa?! Quella collana rappresenta una sorta di “formula magica” per evocare dei mostri?»

«Più propriamente è una maledizione. Lo spirito di un hanaqpacha mach’aqway prederebbe possesso di un corpo nei paraggi. Se tu fossi in grado di controllarlo, potresti indirizzarlo verso di me. E il rito è un po’ più complesso della semplice lettura di quello che è scritto nel quipu, ma hai capito l’idea. Sir Addington ha avuto la disgrazia di vederlo in funzione prima di riportarlo a Boston. Negli archivi c’è l’interessante resoconto dello scontro contro il malcapitato che è stato impossessato dallo spirito del demone inca e il cui corpo si è lentamente trasformato nel mostro di cui puoi vedere qui il teschio.»

«È incredibile… Ma è tutto vero?»

«Far credere che nulla di tutto questo sia vero è precisamente la nostra missione. Quando scheletri di mostri, libri maledetti, racconti di foreste popolate da spettri o di bestie marine grandi come montagne iniziarono a tornare a Londra sempre più spesso insieme alle navi che avevano solcato le acque più remote del pianeta, il re Carlo II intuì quanti problemi avrebbero provocato queste dicerie alla serenità dell’opinione pubblica. Se il mondo nel quale viviamo è solo un piccolo angolo di una vastità inesplorata, allora non possiamo fidarci di nulla e di nessuno. Se ci sono davvero demoni nelle foreste dell’Africa e gli dei parlano con le persone nei crateri dei vulcani della Polinesia, allora come facciamo a fidarci del nostro Dio? O del nostro re o del nostro governo? Come facciamo a vivere una vita serena sapendo che siamo circondati da forze ignote assai più orribili e spaventose di quelle che le favole per bambini ci hanno raccontato?»

«Se le persone dovessero dubitare della realtà in cui vivono, probabilmente si scatenerebbero ondate di panico che porterebbero all’anarchia sociale.»

«Esattamente, ed è quello che voleva evitare Carlo II in un’Inghilterra già piegata dalla recente guerra civile e delle turbolenze dagli anni repubblicani di Oliver Cromwell. Ed è qui che entra in ballo la Compagnia del Sestante.»

La signora Apfel indicò un planisfero dall’aspetto antico appeso ad una parete e protetto da un vetro spesso. Le proporzioni delle terre erano parecchie diverse da quelle riportate nelle mappe moderne e tutti gli oceani erano solcati dai disegni di delfini, sirene, mostri marini e vascelli. In basso a destra spiccava un logo con un sestante stilizzato sovrapposto a un globo terrestre. Sulla parte superiore del logo campeggiavano una “S” e una “C” intrecciate fra loro.

«Compagnia del Sestante che oggi si chiama BEE», azzardò Ashley.

«La Compagnia del Sestante si chiama tutt’ora così, in Inghilterra. Nel Milleseicento era una gilda di mercanti, ma quando ottenne da Carlo II il mandato di controllare merci e informazioni “pericolose” che arrivavano da viaggi d’esplorazione e colonie, iniziò ad agire sempre più nell’ombra. A metà del Settecento era di fatto una società segreta con la facciata pubblica di impresa di navigazione. La Compagnia del Sestante si era nascosta così bene che gli stessi successori di re Carlo II non avevano idea della sua esistenza, ma grazie a contratti, appoggi e agganci riusciva comunque a ricevere finanziamenti dalle casse reali e nel frattempo operava una flotta navale sempre più numerosa. Con la scusa di solcare gli oceani per mercanteggiare, le navi della Compagnia si spingevano negli angoli più remoti della Terra cercando di arrivare prima degli esploratori.»

«È lo stesso che fa la BEE oggi, quindi? Lavora per proteggere la società da se stessa e lo fa con i soldi dello stato senza che questo lo sappia.»

La vecchia sorrise.

«È uno schema che funziona da secoli, perché cambiarlo? Nell’Ottocento la Compagnia del Sestante riemerge in società come esclusivo club di gentiluomini, uno dei primi e più esclusivi, in effetti. Tutt’oggi, a Londra, hanno uno splendido e inaccessibile palazzo in cui si riuniscono membri in vista della società inglese.»

«E giù nelle viscere del palazzo che è l’Alveare inglese», concluse Ashley, «ci saranno uffici segreti come quelli che ho visto qui, il loro Mausoleo eccetera.»

«Esattamente così. Anche se il Mausoleo più interessante della Gran Bretagna è quello della sede di Edimburgo. È incredibile.»

«E la BEE?»

Virginia Apfel guardò l’elegante orologio che portava al polo sottile.

«Va bene, abbiamo ancora un venti minuti. Dobbiamo spostarci in Portogallo. Lo vuoi vedere un kraken?»