Capitolo 16

«Un kraken?!» esclamò Ashley. «Intende dire il mostro marino? Avete un calamaro gigante qui nel Mausoleo?»

«Non proprio qui, ma la storia di come la Compagnia del Sestante ha iniziato a fondare sedi fuori dell’Inghilterra è intrecciata alla storia del bestione che sto per farti vedere. È il pesciolino dell’acquario dei nostri colleghi portoghesi.»

La signora Virginia Apfel aveva riposto accuratamente il cannocchiale nella sua teca e aveva richiuso quella contenente il quipu e il teschio mostruoso. Si avviò verso uno degli angoli della stanza seguita da Ashley.

«Quindi la Compagnia del Sestante ha una sede anche in Portogallo?»

«È la seconda sede più antica, dopo quella inglese. La Sociedate Botânica de Oporto risale agli inizi del Settecento e la sua nascita è strettamente collegata all’Affare Lirio do Sul.»

«Chi è Lirio do Sul?»

«Cosa è. Era un brigantino della flotta portoghese che alla fine del diciassettesimo secolo attraversava l’Atlantico portando coloni dalla madre patria verso i possedimenti in Sud America e riportando in Portogallo oro, gemme e metalli da quello che ora è il Brasile. Non ricordo il nome del capitano, ma il nocchiero era Emilio Filipe Quintal. Durante uno dei viaggi di ritorno, nel bel mezzo dell’oceano, si sono ritrovati con il ponte della nave avviluppato nei tentacoli di un calamaro grande il doppio del brigantino.»

«Un kraken? Quindi sono veri?» chiese Ashley senza riuscire a nascondere il suo scetticismo.

La signora Apfel si girò verso la raffinata scrivania in legno rosso su cui erano posati la tastiera di un computer a un mouse. Scostò una tendina bordeaux di velluto pesante dalla parete sopra la scrivania e svelò un grosso schermo incassato nella parete.

«Vediamo se ricordo…»

Mentre l’anziana signora cercava qualcosa nel computer, Ashley diede un’altra occhiata alla stanza. Le teche erano una ventina. Oltre al corridoietto dal quale erano arrivate, vedeva un altro piccolo disimpegno sul lato opposto della stanza e tre porte in legno alte fino al soffitto che portavano probabilmente in altre camere.

«Eccoci. Dove sei?» sussurrò Virginia Apfel fra sé e sé muovendo il mouse e guardando lo schermo da sotto i pesanti occhiali calati sul naso.

Ashley si girò e si avvicinò allo schermo. Era tutto occupato dalla ripresa di una telecamera. Dal movimento di piccole particelle e dalla luce riflessa sembrava una ripresa acquatica da una vasca o una piscina.

«Eccola qui, Bruxabranca.»

L’inquadratura si schiarì all’improvviso e qualcosa passò rapidamente davanti all’obbiettivo per poi tornare, dopo qualche secondo, a trasmettere l’immagine dell’acqua agitata. Poi, nella parte opposta della vasca, entrò nell’inquadratura la creatura marina. Era del tutto bianca e si muoveva elegantemente, con calma. Ashley notò solo allora alcuni oblò sul lato inquadrato. Nelle finestre ovali vide quelle che probabilmente erano persone e questo le diede un riferimento di quanto dovesse essere grande il calamaro che vi stava passando davanti.

«È quello? Sto guardando un ”kraken”?»

«Proprio lei. Se ti stai chiedendo quanto è lunga, sono quasi trenta metri.»

«Ma non è un filmato, vero? Cioè, è una telecamera, sta trasmettendo ora?»

«In diretta da Lisbona. Dov’ero arrivata? Ah, sì. La Lirio do Sul stava per essere trascinata a fondo da questa bestiola che puoi vedere davanti a te, Bruxabranca. Con i colpi dei suoi tentacoli aveva già abbattuto l’albero maestro. Buona parte dei marinai erano caduti in mare e fra di loro anche il capitano.»

«Ma stiamo parlando di lei? Cioè, quel kraken che sto guardando ora? Avevo capito che l’episodio fosse avvenuto nel Settecento, non può avere…»

«Su per giù seicento anni, calcolano i nostri scienziati. Emilio Filipe Quintal, il nocchiero di cui ti dicevo, notò uno degli alberi del brigantino abbattuti dalla bestia, urlò l’ordine ai pochi sopravvissuti, e lo spinsero fuori bordo verso il kraken usandolo come un enorme arpione. Era un gesto disperato per sfruttare il fatto che l’animale fosse emerso dalle acque con buona parte della testa. Fu il lancio di una vita, un colpo di fortuna di quelli che capitano una volta su un milione. Il lungo palo scheggiato non solo penetrò nell’occhio, ma lo attraversò tutto — stiamo parlando di una sfera di un metro di diametro — e gli si piantò nel cervello. Guarda bene.»

Virginia Apfel sistemò gli occhiali e avvicinò la faccia al monitor quanto più potesse. Era parecchio più in alto di lei e dovette allungare tutto il braccio per indicare quello che voleva mostrare a Ashley. Fra i tentacoli, vicino alla testa del mostro che sembrava possedere assai più appendici di quante Ashley avesse mai viste ad un calamaro, poteva effettivamente vedere qualcosa di lungo, scuro e rigido.

«Ma come è possibile? È ancora lì?»

«Te l’ho detto, un colpo di fortuna unico. La bestia, si immobilizzò immediatamente. Quintal credeva di averla uccisa, ma notò che i tentacoli, rimasti aggrappati alla chiglia della nave, si muovevano ancora debolmente. L’occhio sano seguiva i movimenti degli uomini, ma non c’era più alcun impulso aggressivo. Aveva colpito una parte del cervello che senza ucciderla l’aveva resa innocua. Chiamarono il kraken Bruxabranca, la strega bianca, e la legarono alla nave con funi e catene . Scoprirono che tirando o spingendo lievemente l’albero piantato nell’occhio potevano stimolare i suoi movimenti. E si fecero trascinare nell’oceano.»

«I portoghesi hanno usato quel mostruoso marino come motore per la loro nave?! Ma com’è possibile che questa vicenda non sia riportata in ogni libro di storia? C’entra la Compagnia del Sestante, giusto?»

«Ovviamente. Sulla strada del ritorno in patria la Lirio do Sul incrociò un vascello della Compagnia capitanato da Lord Adam Coningham che intuì  quali danni avrebbe potuto causare l’arrivo a Porto di quell’animale. Quale nave sarebbe più salpata sapendo che nell’oceano esistevano bestie come quella? Per fortuna Quintal, che dopo la morte del capitano aveva preso governo della nave, era un uomo acuto e ragionevole. Con l’aiuto delle notevoli risorse messe a disposizione dalla Compagnia del Sestante fondò nella sua città la Sociedate Botânica de Oporto che divenne la prima sede della Compagnia fuori dall’Inghilterra. In un’epoca in cui le notizie correvano sempre più velocemente per l’Europa, Lord Coningham intuì che controllare quello che arrivava in Inghilterra via mare non era sufficiente perché se le voci di esseri marini mostruosi avessero attraversato il Portogallo e poi la Spagna e poi la Francia, non avrebbero potuto fare nulla per impedire che superassero i confini di Londra.»

«Quindi è stato fatto lo stesso in Spagna e in Francia?»

«Ad oggi nel mondo esistono quasi 200 paesi e le sedi della Compagnia sono una novantina. Siamo un po’ ovunque. Alcune sono antiche, altre più recenti. In Russia sono particolamente litigiosi e sette anni fa c’è stata una scissione interna per cui hanno ben due società della Compagnia del Sestante. Nel mondo, tutte le sedi hanno nomi diversi e, sebbene si occupino delle stesse cose e seguano i medesimi protocolli, il modo in cui si nascondono alla società varia considerevolmente. Spesso, come nel caso della BEE, siamo riusciti ad intrecciarci con la politica. In Spagna, come in Portogallo, siamo una società naturalistica, la Sociedad Real de Ornitología. In Giappone la Compagnia, come facciata pubblica, ha quella di una delle principali aziende che producono videogiochi.»

«È geniale… La Nintendo?»

«La Konami. Alcuni dei loro videogiochi più famosi sono nati come coperture per eventi realmente accaduti. Ma per questo ti conviene chiedere a Ricardo Sandoval, io sono una vecchia carampana più ferrata per le antiche storie di vascelli.»

«E quand’è che la Compagnia è arrivata negli Stati Uniti?»

«Capìta l’importanza di avere sedi nelle principali nazioni impegnate nell’esplorazione della Terra, come Portogallo, Spagna, Francia, Olanda, fu chiaro che tante delle stranezze di cui si voleva impedire la circolazione provenivano dall’America, un continente enorme e in buona parte non ancora del tutto esplorato. Lord Coningham stesso si fece fautore della fondazione della Boston Compass Society nel 1712. Il modello organizzativo era quello della Compagnia del Sestante in Inghilterra, una società mercantile impegnata in ogni sorta di traffico lungo le coste del nuovo continente, dal nord artico all’estremo sud. Spesso le navi della Boston Compass Society erano affittate a esploratori e naturalisti e questo offriva la scusa per lunghi viaggi nei luoghi più remoti del Sudamerica.»

«Ed è questa società di Boston che poi è diventata la BEE?»

«Com’era già avvenuto in Inghilterra, nel corso dell’Ottocento la Boston Compass Society, pur mantenendo la sua flotta, si era ufficialmente trasformata in un club esclusivo per gli uomini più facoltosi del Massachusetts, ma gli inizi del ventesimo secolo e l’industrializzazione della nostra nazione si conciliavano male con un’associazione di questo tipo. A Boston esiste tutt’ora l’Alveare più antico degli Stati Uniti, ma dai primi anni del Novecento quella facciata pubblica è stata fatta decadere ed è iniziato un lavoro lungo e complesso di infiltrazione nel Governo che ha portato nel 1911, dopo il pasticcio dell’F.B.I, alla costituzione della Board of Energy Efficiency, un ufficio statale oscuro e defilato.»

«Cosa c’entra l’F.B.I?»

«I membri della Compagnia che si erano fatti largo nel Governo insistevano per la costituzione di un organismo di controllo indipendente e federale, ma, per dirla sinteticamente, nel 1908 qualcuno ci ha rubato fondi e idea e ha trasformato il National Bureau of Criminal Identification in B.O.I, che era il nome originario dell’F.B.I. Così abbiamo accantonato l’idea di una copertura in grande stile e nel giro di due anni abbiamo fatto approvare il bilancio per la costituzione di un Ufficio per l’Efficienza Energetica che ufficialmente studiasse estrazione, importazione e consumo di petrolio e carbone. Cose noiosissime, come puoi immaginare.»

«A questa storia aveva già fatto accenno Quentin Doyle, se ricordo bene. Ma mi aveva parlato anche di un altro nome.»

«Ti avrà parlato del Bureau for Exploration and Entrapment. Mark J. Millan, il responsabile di tutta l’operazione che ha portato alla fondazione della BEE, si è sforzato di mantenere un legame simbolico fra la Boston Compass Society e la nuova entità. Storicamente il braccio esplorativo della società si chiamava appunto Bureau for Exploration and Entrapment. Inizialmente buona parte di quello che facevamo nel mondo era cercare esseri, luoghi, oggetti che sfuggissero all’ordinario e che potessero essere pericolosi e custodirli in luoghi sicuri.»

«Gli Alveari. Ma quindi quanto è grande l’Alveare di Porto perché possa contenere una vasca abbastanza capiente da ospitare quel kraken?»

«Beh, ti sembrerà assurdo, ma per secoli Bruxabranca è rimasta nell’oceano legata a varie navi nella Compagnia che avevano il compito di tenerla a bada. Ogni cinque anni toccava ad una nave diversa di una differente sede. Una sorta di staffetta per condividere l’onere. Erano navi che non toccavano mai terra e non si avvicinavano ad altre imbarcazioni. Nel Settecento o nell’Ottocento era facile far scomparire una nave. È per questo che abbiamo creato il mito del Triangolo delle Bermuda. Due navi della compagnia, ogni cinque anni, si incontravano in quella zona dell’America Centrale e si scambiavano le redini del kraken. La nave che ne prendeva il controllo “spariva” in quella zona maledetta al centro dell’Atlantico, l’altra la facevamo tornare in circolo con un nuovo nome come imbarcazione appena uscita da qualche cantiere navale.»

«Dietro tutte le storie del Triangolo delle Bermuda c’è la Compagnia del Sestante?!»

«Ti sorprenderebbe sapere dietro quante delle cose che conosci come miti, superstizioni, leggende metropolitane, teorie complottistiche ci siamo noi. Ma anche dietro a suggerimenti per tante grandi opere. Quando Lisbona ha vinto la gara per ospitare l’Esposizione Internazionale del 1998, fra le mille opere di riqualificazione della città è spuntata anche quella di costruire un oceanario. È tutt’ora uno dei più grandi del mondo. A questo punto avrai intuito che l’architetto a cui sono stati assegnati i lavori, Pedro Campos Costa, è un membro della Sociedate Botânica de Oporto. Se mai ti capiterà di passare per Lisbona e visitare il magnifico Oceanario, ricorda che è l’elaborato tetto per l’enorme vasca che ospita Bruxabranca.»

«È tutto pazzesco… Voglio crederci, ma è una società che ha come missione manipolare la realtà, confondere le persone… Come faccio a sapere che quel video non è altro che un effetto speciale o la ripresa di un normale calamaro? Al cinema fanno rivivere i dinosauri, quel teschio potrebbe essere fatto di gesso!»

Virginia Apfel sorrise.

«È certamente uno scetticismo comprensibile. Ma ti sei chiesta perché mai dovremmo farlo? Sei una ragazza speciale, ma forse ti sopravvaluti un po’ se pensi che metteremmo in atto una truffa milionaria costruendo un falso Mausoleo per convincerti ad essere dei nostri.»

«Non intendevo… Cioè, non dico che sia stato fatto tutto per me, ma…»

«Ma per chi? Perché hai paura che io ti menta, Ashley Campbell?»

Ashely si trattenne dal rispondere. Sapeva di star facendo domande stupide e non voleva passare per un’idiota di più quanto non stesse già facendo. Ma non sarebbe sembrata ancor di più una sprovveduta se avesse accettato qualunque assurdità le raccontassero?

«Il punto è, Signora Apfel», disse cercando di parlare in maniera più calma che potesse, «che io non ritengo affatto di essere speciale. O in gamba. O meritevole del vostro interesse.»

Si rese conto che aver parlato lentamente scandendo le parole le era servito a controllare la voce ed evitare che risultasse piagnucolante. Dopo aver espresso ad alta voce la sua paura sentì che un macigno le scivolava via dallo stomaco.

«Ashely», disse la vecchia dolcemente, «potrei cavarmela con una frase come “tutti sono speciali”, ma sei una ragazza troppo sveglia per credere a un’idiozia del genere. E io sono allergica alle frasi fatte. Il mondo è pieno di di gente idiota con poche qualità. Non voglio neanche provare a parlarti di te perché ritieni di conoscerti meglio di quanto potrei mai fare io. Ma ti prego di concentrarti su di noi. Ti ho raccontato in breve la storia della nostra società perché tu possa mettere te stessa in prospettiva. Siamo ancora qui dopo quattrocento anni. In questi anni migliaia di persone, tutte diverse fra loro, sono arrivate, sono andate via, sono state scelte, ci hanno tradito, si sono rivelate più o meno adeguate ai compiti che gli erano stati assegnati e buona parte di loro sono morte. Qualcuno nel suo letto, vecchio e con la testa piena di ricordi di avventure favolose. Qualcuno prima del suo tempo naturale facendo quello che amava di più: essere parte dell’avventura più importante che non si troverà mai sui libri di storia ufficiali. Ma tutti, ciascuno a suo modo, sono stati essenziali perché la Compagnia sopravvivesse e prosperasse per secoli. Evidentemente qualche vaga idea di come selezionare le persone ce l’abbiamo. Quindi la domanda che voglio farti non è cosa pensi di te stessa, quanto ti stimi, o quanto tu ti senta in gamba. Quello che voglio chiederti è: vuoi fidarti di quello che noi pensiamo di te?»

Ashely abbassò lo sguardo. Aprì la bocca un paio di volte cercando la formula giusta per esprimere quello che provava.

«Io… Ho paura di deludere anche voi.»

«Un’altra odiosa frase retorica che potrei usare ora è: “nessuno può prevedere il futuro”. Ma sarebbe falsa. Ci sono persone che possono farlo. Sono molto rare, e io non sono fra di loro. Neanche tu. Quindi oggi non possiamo sapere se tu ci deluderai, se noi deluderemo te o se nessuno deluderà nessuno. Se dovesse capitare che ci deluderai, sarà colpa di un nostro errore di valutazione. Nostro errore, nostra la colpa. Tu non c’entreresti nulla comunque. Sei una palla numero otto. Davvero l’unica cosa che vuoi fare è puntare i piedi e cercare di fermarti il prima possibile per paura di quello che potresti trovare nella buca verso la quale sei diretta?»

Una vita a non fare per paura di fallire. Era questo che voleva? La paura degli esami per timore delle bocciature. La paura delle relazioni per paura di rimanerne bruciata. La paura di dire ai suoi genitori quello che voleva nella vita per timore che non approvassero. Si era dedicata anima e corpo alla scrittura perché il peggio che potesse accaderle era che nessuno la leggesse. Poteva davvero chiamare questa “vita”? Aveva vissuto sperando segretamente che un qualche evento straordinario e fortuito l’avrebbe magicamente coinvolta, e ora che si trovava invischiata in qualcosa di incredibile con persone eccezionali che insistevano perché ne facesse parte, ecco di nuovo che i suoi timori prendevano il sopravvento.

Era una sfera e doveva rotolare. Quello che sarebbe accaduto l’avrebbe scoperto.

Eppure… Quello era esattamente il tipo di ragionamento che di mattina l’aveva portata a voler agire a tutti i costi incoscientemente, a buttarsi in una situazione di cui non sapeva nulla, del tutto impreparata, spinta solo dalla voglia ingenua e idiota di farsi notare, essere accettata, dimostrare a chissà chi di essere degna di chissà cosa.

«Va bene», disse Ashley tutto d’un fiato, stringendo i pugni.

Il rimuginio in cerca di una soluzione era il problema.

Virginia Apfel annuì sorridendo.

«Shunryū Suzuki, il monaco che ha portato il buddismo zen negli Stati Uniti, diceva che bisogna vivere con “la mente come l’acqua”. L’acqua è liquida, e solo una mente liquida è pronta a prendere qualunque forma a seconda del cambiare delle circostanze e, proprio come l’acqua, una mente fluida è pronta ad accettare qualunque corpo, o idea, ci si voglia immergere. Hai una mente molto rumorosa, Ashley Campbell. Le decisioni migliori si prendono nel silenzio.»

La vecchia si rigirò verso la scrivania e spense il monitor.

«Adesso andiamo ad ammazzare qualcuno», disse con voce dolce. «Quell’Ishigawa ha toccato la mia Beatrix e dovrà soffrire le pene dell’inferno per questo.»