Capitolo 17

Ashley e Virginia Apfel stavano attraversando lo stanzone pieno di teche dirette verso il breve corridoio che attraverso le scale cigolanti le avrebbe riportate all’ufficio della signora.

Dopo aver aver pronunciato quel «Va bene», Ashley era tornata a respirare. Sentiva di aver accumulato un gas velenoso nei polmoni fatto di frustrazioni e dubbi, ma quelle parole l’avevano fatto uscire. Una sensazione di euforia si stava impadronendo di lei, sentiva fiotti di adrenalina attraversarle il corpo. Non c’erano state mezze verità, giochetti o segreti. Quella donna le aveva raccontato la storia della Società, più o meno, e ora le era molto più chiaro quello che facevano e perché.

Non le aveva illustrato esplicitamente le motivazioni per l’insistenza ad averla con loro, ma era stata convincente sul fatto che una società che riuscisse a mantenersi nascosta per quattro secoli aveva sicuramente i suoi validi metodi per selezionare i propri membri.

Non appena aveva pronunciato il nome di Beatrix, però, la realtà era ripiombata su Ashely strappandola al sogno nel quale era caduta. Era in un salone accogliente e in penombra in cui tutti i rumori diventavano ovattati, circondata da centinaia di oggetti misteriosi di cui avrebbe ascoltato le storie per ore. Il vago odore di lacca, legno e polvere era rassicurante, richiamava un mondo antico lento e silenzioso. Lì il tempo si era bloccato e la sua coscienza era volata in un viaggio attraverso i secoli, ma fuori Beatrix era ancora nelle mani di Ludwig Ishigawa.

Era stata rapita sotto casa sua. Quell’uomo, Dottor Manhunter, era stato a pochi centimetri da lei per ben due volte. La prima volta l’aveva ferito prendendolo di sorpresa. La seconda volta aveva avuto l’occasione di colpirlo con uno stiletto appuntito ma era rimasta paralizzata dal terrore. Se l’avesse fatto, probabilmente Beatrix a quell’ora sarebbe al sicuro nell’Alveare. Ashley sarebbe stata lodata per il suo coraggio e poi avrebbe seguito le spiegazioni di Virginia Apfel a cuor leggero.

Percorrendo il dedalo di teche, Ashley lanciò le ultime occhiate incuriosite a quella raccolta infinta di oggetti chiedendosi che poteri avessero e quale fosse la loro storia.

«Cosa c’è dietro quelle porte?», chiese indicando le quattro grosse uscite ai lati della stanza.

«La parte interessante dell’Alveare. Magari un giorno potrai accedervi.»

«C’è dell’altro? Oltre a tutto questo?!»

La signora Apfel rise.

«Questo è solo l’ingresso. C’è qualche reperto bizzarro, ma le cose davvero interessanti richiedono un livello d’accesso che tu non hai.»

«Quindi io ho un livello di accesso?»

«Tutti i membri della BEE, a seconda del loro ruolo, posso accedere ad alcune informazioni, ma non ad altre. La gestione della segretezza è la nostra stessa raison d’être e ovviamente anche all’interno della società il flusso delle informazioni è regolato»

«Tutti i membri della BEE? Ma questo significa…»

«Sì, ci sono delle scartoffie e un po’ di formalità da sbrigare, ma sono cose noiose di cui io non mi interesso. Non c’è stato un solo momento in cui tu sia stata in dubbio su di noi. Avevi solo qualche perplessità perché sei una ragazza riflessiva e volevi un quadro un po’ più chiaro di quello che in cui ti stavi per infilare. È comprensibile. Il tuo “Va bene” di prima a me basta.»

«Ma Foxx aveva detto…»

«Xavier ha la miccia corta. Quando si scalda dice ogni tipo di cosa. E si scalda spesso. È anche fra le persone più affidabili con cui abbia mai lavorato, però. Quando sbraita può insultarti, minacciarti, o dire una qualunque volgarità per farti stare zitta, ma stai pur certa che non ti darà mai un ordine che non abbia senso e non prenderà mai decisioni azzardate. Fai sempre quello che ti dice e fidati di lui.»

Sono un membro della BEE, pensò Ashley incredula cercando di cogliere appieno il significato della cosa.

Virginia Apfel la precedeva su per le scale senza mostrare alcuno sforzo, neanche mentre parlava.

«Ora, ti sembrerà tutto terribilmente veloce. Un attimo non sai nulla di nessuna società segreta centenaria, un istante dopo rischi la vita per eventi che non capisci e e un minuto dopo ancora questa vecchia logorroica a cui piace tanto ricordare i fatti passati ti sciorina tutta una serie di storie un po’ scollegate fra di loro e ti dice “Benvenuta a bordo , fanciulla”. Non è facile, lo so. Non è facile per nessuno di noi. Dal settembre del 2001 qui sono cambiate parecchie cose e il 2020 è stato anche peggio. Come ti ho già detto, il nostro Alveare non è sempre stato così silenzioso e vuoto. Abbiamo sempre più cose da gestire in un mondo che continua a farsi più complesso di anno in anno, ma siamo sempre di meno, e così tanti processi sono saltati e le cose devono necessariamente andare più di fretta. New York, dei sette alveari statunitensi della BEE, al momento è il meno popolato.»

«L’attacco alle Torri Gemelle e la pandemia? È per questo che si è svuotato l’Alveare?»

«L’evento che pubblicamente è noto come l’attacco alle Torri Gemelle e il virus che ufficialmente è stato chiamato COVID-19. Siamo stati coinvolti direttamente in quegli eventi. La Compagnia del Sestante non è l’unica società che agisce nell’ombra a livello mondiale. Questi eventi, però esulano dal tuo livello di accesso alle informazioni.»

«Un’altra società segreta? Sembra davvero un film.»

Erano rientrate nell’ufficio. Virginia Apfel annuì e si accese una sigaretta.

«Dimmi un’ultima cosa, Ashley Campbell. Quando hai iniziato a scrivere quella storia sulla base segreta, come ti è venuta l’idea? Come hai fatto a immaginare i luoghi e i personaggi?»

Ashley rimase perplessa dalla domanda. Sembrava proprio che lì tutti avessero letto quel racconto che lei non considerava neanche il suo migliore. Non sapeva se esserne lusingata o imbarazzata.

«Onestamente non so. Leggo sempre tanti forum e articoli online. Credo di aver visto una fotografia del deserto intorno all’Area 51. Così ho cercato la mappa della zona in rete e mentre la osservavo l’attenzione si è concentrata su un monte o una collina da quelle parte e ho iniziato a immaginare una base segreta nascosta lì sotto. Non ricordo bene.»

«E hai pensato ad una storia?»

«Non so descriverlo. Solitamente le idee per i racconti mi vengono come se fossero immagini di un film. Vedevo quelle fotografie dall’alto ed è come se la mia immaginazione mi avesse messo i raggi X negli occhi della mente e avessi potuto vedere un brulicante formicaio sotterraneo. Con la fantasia ho sorvolato la zona, ho planato fino al terreno e sono entrata nella base. Vedevo le stanze, i corridoi, le persone. Ho iniziato a immaginare una storia da ambientare lì e quando avevo bisogno di nuovi personaggi o spunti creativi ci tornavo. Tutto qui. Credo che l’immaginazione funzioni così un po’ per tutti. La mia è parecchio “visiva”, ma forse ci sono anche altri tipi di fantasia.»

La signora Apfel annuì. «E stavi scrivendo un altro racconto, giusto? Almeno fino a quando non è successo tutto quello che ti ha coinvolto nelle ultime quarantotto ore.»

«Sì, ma è più una…» Ashley stava per usare il termine “stupidaggine”. «È un racconto più fantasioso, meno fantascientifico, ecco.»

«Anche questo ambientato in Nevada.»

«Come fa… Sì. Le hanno parlato anche di questo? È una cavolata, cioè, ci sto ancora lavorando, non so bene…»

«Non sono una critica letteraria, Ashely, non devi né vendermi i tuoi racconti, né giustificarti se non li ritieni all’altezza delle tue potenzialità. Mi interessa sapere solamente come funziona la tua creatività. Immagino te l’abbiamo già detto, no? Abbiamo la necessità di scrivere e far circolare una gran quantità di articoli e notizie che mascherino gli eventi nei quali siamo coinvolti. Se tre secoli fa bastava far sparire un artefatto o un diario di bordo, oggi le notizie circolano parecchio più velocemente di quanto noi possiamo controllarle e l’unica cosa che possiamo fare è correre ai ripari a posteriori, confondere le acque, screditare notizie apparentemente attendibili, trasformarle in cospirazioni insensate e ridicole teorie complottistiche.»

La signora Apfel spense la sigaretta, prese un piccolo libro dalla libreria alle spalle della scrivania e si avvicinò a uno dei numerosi classificatori presenti nell’ufficio. Aprì un cassetto per cercare qualcosa.

«E l’idea per questo altro racconto? Come ti è venuta? Ci sono dei vampiri, no?»

Quel racconto che occupava tutto l’interesse di Ashley fino a poche ore prima le sembrò improvvisamente una sciocchezza insensata.

«Non è nulla di che, sul serio. È come per l’altra storia. A volte mi diverto a “viaggiare” tramite Google Maps. Scelgo un punto a caso del mondo e ne percorro virtualmente le strade, guardo le fotografie, immagino la gente che vive nelle case. Anche in questo caso ho solamente selezionato un paesino minuscolo in mezzo al nulla e mentre ne osservavo le figure ho visto una villetta fatiscente mi è balzata in mente l’immagine di un vampiro addormentato nella sua cantina abbandonata. Ho iniziato a cercare sempre più informazioni su quel villaggio e davanti alle foto delle sue miniere abbandonate ho immaginato una comunità di esseri che ci si nascondessero. Ma davvero, non è un granché come racconto, e l’idea è stupida.»

«Ah, eccola», disse la signora Apfel parlando fra sé e sé. Si girò verso Ashley. «Chiamo Quentin Doyle, così non ti perdi mentre cerchi la tua stanza. Ecco il tuo primo compito.»

Recuperò il piccolo libro che aveva preso dalla libreria, era un taccuino, ci infilò dentro quello che aveva recuperato dal cassetto del classificatore e lo porse ad Ashley.

«Scrivimi un racconto. Parlami del rapimento di Beatrix, di dove è stata portata e di come sta. Solo una cosa: non parlarne con nessuno. Non farne parola neanche con Foxx. Quando hai fatto portalo a me. Lo aspetto al più presto.»

Si accese un’altra sigaretta.


«Ti ha raccontato di quando si fingeva un soldato castrista nelle paludi di Cuba, vero?» chiese Quentin ad Ashely. Stavano percorrendo a ritroso il corridoio che portava all’ufficio di Virginia Apfel.

«Hm, no, veramente mi ha raccontato tanti altri episodi, ma non questo.»

«Strano, è una storia che adora e generalmente la racconta a tutti.»

«Ma dimmi di Beatrix, ci sono novità? E tu come stai? Le braccia?»

«Il dottor Malcolm ha operato la sua magia. Sono già in gran forma, non si è rotto nulla. Avrebbe potuto essere una buona scusa per abbandonare la pistola per sempre, ma mi è andata male. O bene, a seconda dei punti di vista.»

«In che senso vuoi abbandonare la pistola per sempre

«Storia lunga, lascia stare. La cosa importante, ora,  è che grazie a te Dottor Manhunter ha un nome. Melanie sta cercando di incrociare i dati del suo passato con i suoi recenti attacchi per generare un modello comportamentale e individuare così dove potrebbe essere.»

«Dimmi solo se è una cosa che funziona. Così solitamente riuscite a trovare chi cercate? Ci dirà dove ha portato Beatrix?»

«Onestamente? È come cercare un ago in un pagliaio. In questo caso abbiamo solo una vaga idea di dove sia il pagliaio. E di che materiale sia fatto l’ago, quindi non è detto che con una calamita si riesca a trovare. Prima di cercare il dottor Ishigawa dobbiamo capire cosa cercare: le sue tracce? Un suo nascondiglio? Serve tempo, ma in questo momento il tempo è l’ultima cosa che abbiamo. Ricardo ed io stiamo cercando nei nostri archivi qualche ritrovato tecnologico da usare come trappola. Dev’essere qualcosa che lui trovi appetibile. Chiaramente sarebbe tutto inutile se non riusciamo ad invogliarlo, ma non dev’essere un invito troppo esplicito per non insospettirlo o altrimenti non cadrebbe nella trappola. Insomma, non è detto che funzioni.»

«Ma perché ha preso Beatrix? È lo stesso motivo per cui voleva me? Informazioni?»

«Non credo sia stato premeditato. Si è buttato giù dalla tua finestra. Non era riuscito ad avere da te le informazioni che pensava avessi e quando si è trovato davanti Beatrix e Foxx, ha pensato che caricarsi in spalla lei fosse più fattibile che portare i duecento chili del nostro capo.»

«Quentin?»

«Sì?»

«Le farà del male?»

Stavano aspettando un ascensore. Lui aveva passato il dito sul sensore per chiamarlo. Si girò. Scosse la testa.

«Dobbiamo fare di tutto per trovarla il prima possibile.»


Quentin accompagnò Ashely fino ad un ufficio la cui porta era identica a tutte le altre. Era stanca, non dormiva da ore, e per un attimo aveva sperato che la stessero portando a riposare in un stanza come quella con il letto comodissimo in cui si era svegliata ore prima. I soliti pensieri di una pigra egoista, si rimproverò.

L’ufficio odorava di detersivi, aveva un paio di scrivanie lucide, vuote e pulitissime con dei computer. Alle pareti c’era solamente uno schedario e un poster del museo Guggenheim con la riproduzione di un quadro di Marc Chagall rappresentate un violinista con la faccia verde.

«Ehm, dunque. Abbiamo fatto sì che domattina il Kobway Market, il centro commerciale nel quale eravamo questa mattina, rilascerà una dichiarazione ufficiale sull’incidente che ci ha coinvolto. Foxx vuole che la dichiarazione la scriva tu. Riusciremo a farla inviare a vari giornali e radio locali come comunicato stampa.»

Ashely si guardò in torno.

«Mi lasci qui? Devo mettermi a scrivere?»

Doyle fece spallucce.

«Una ragazza presente sulla scena ha fatto un video che sta girando in rete. Per fortuna non ha inquadrato lo scimpanzé, ma si vede il tuo ingresso nell’edificio. Non si vede il viso. Su quel computer ti ho lasciato aperta la pagina di Instagram dove puoi vedere la cosa. Ti si sente urlare, poi la fuga.»

«E cosa dovrei scrivere?»

«Credo che Foxx voglia metterti alla prova. Insomma, consideralo un test. Io so che puoi farcela. Immagina che sia un comunicato da parte degli addetti alla sicurezza o del direttore e spiega l’episodio senza ovviamente tirare in mezzo EC3-BR8 o il Dottor Manhunter. Hai capito, no?»

«Ho capito che Beatrix è stata rapita da un ninja omicida o qualunque cosa sia quel maniaco dei bisturi e io dovrei stare qui a scrivere di un centro commerciale?!»

Quentin distolse lo sguardo.

«Ash… La BEE funziona perché ognuno ha il suo ruolo e lo esegue al meglio. Il contenimento delle fughe di notizie è al centro di quello che facciamo. Quando avrai pronto il pezzo penseremo noi a…»

«È più importante di salvare Beatrix? Di bloccare Ishigawa? Di impedire che ammazzi altre persone ed evitare un altro scontro nel quale tu o i ragazzi della brigata d’intervento veniate feriti?»

«Beatrix è la nostra priorità, di questo puoi starne certa. Ma cosa vorresti fare? Vuoi un’arma? Vuoi che ti lasci la mia pistola?»

Quentin faticosamente la sua grossa arma dalla fondina che aveva sotto il braccio.

«Eccotela. Prendila. Sai dove andare ora? Sai dove trovare Ishigawa con Beatrix? Vuoi affrontarlo?»

Le mani del ragazzo tremavano e così la sua voce. Aveva il viso rosso e gli occhi lucidi. 

Ashely buttò un’altra occhiata all’ufficio. Erano tutti stanchi, non dormivano da ore, erano preoccupati e con i nervi a fior di pelle. Vedere Quentin perdere la pazienza in quel modo le fece pensare di avere davvero passato il segno.

«Scusami. Scusa Quentin. È che continuo a sentirmi inutile e vorrei un modo per fare qualcosa per Beatrix. Vorrei poter aiutare.»

«È quello che ti stiamo chiedendo, Ashley, di aiutarci. Di fare la tua parte. Foxx ti ha chiesto di fidarti di lui. Fallo. Siamo un meccanismo complesso che si inceppa se un singolo ingranaggio si blocca. Adesso il modo migliore per fare la tua parte è scrivere quel comunicato stampa.»

«Ok. Va bene, ci provo. Mi farò venire in mente qualcosa.»

Quentin le sorrise.

«Se hai bisogno di me basta che digiti 0199 sul telefono. Il bagno è quella porta», aggiunse indicandole una stanza a pochi metri da quella in cui la stava lasciando.


Ashely si guardò meglio intorno. Quentin aveva chiuso la porta dietro di sé lasciandola sola in un stanza nella quale regnava il silenzio più assoluto. Le faceva quasi male alle orecchie. Anche se era abituata a stare da sola, la camera che aveva in affitto era al secondo piano di una palazzina in una strada trafficata e notte e giorno c’erano sempre macchine che passavano sotto la sua finestra. E comunque quando scriveva o leggeva lo faceva sempre con le cuffie nelle orecchie. Si rese conto in quell’istante di non essere affatto abituata all’assenza di rumori.

Girò fra le tre scrivanie e individuò quella che evidentemente le avevano assegnato: era l’unica con un computer già acceso. La password era scritta su un post-it attaccato al monitor. Vicino alla tastiera c’era un anonimo blocco per gli appunti e un portapenne piene di cancelleria di vario tipo.

Da disoccupata ad avere un ufficio privato, pensò sedendosi. Non riusciva a capire se quello fosse un vero lavoro o altro. Chiaramente non avrebbe mai avuto un “contratto” ufficiale. L’avrebbero pagata? Si chiese se avrebbe avuto tempo per continuare a studiare. E la casa che aveva in affitto? Quanto sarebbe durato? C’erano orari?

Mordicchiò il tappo di una penna. Si disse che se si fosse persa in quel genere di pensieri non avrebbe concluso nulla. Era una palla da biliardo e per una volta nella vita aveva deciso di lasciarsi rotolare senza freni.

Nelle parole di Virginia Apfel c’era un senso di estrema urgenza. «Scrivimi un racconto. Lo aspetto al più presto.»

E c’era urgenza anche nella richiesta di Foxx che le era arrivata tramite Quentin. Scrivere un comunicato stampa — qualcosa che non aveva mai fatto — per coprire il pasticcio del centro commerciale.

Ashley si girò fra le mani il quaderno che le aveva dato la signora Apfel. Fece scorrere le pagine finché non rimasero aperte su quello che ci aveva inserito dentro. Era una fotografia di qualche anno prima, ma quel viso bellissimo e sorridente era inconfondibile: Beatrix Dubois.