Capitolo 18

Ashley rimase a guardare la fotografia di Beatrix che aveva in mano. Era di qualche anno prima, ma gli occhi verdi enormi erano gli stessi, così come la frangetta. Sorrideva. Sembrava felice. Sul retro della fotografia c’era una data: 21 febbraio 2020. Quattro anni prima.

Beatrix era stata rapita e Virginia Apfel le aveva chiesto di scrivere una storia sulla vicenda. Sembrava un’idiozia insensata, ma quello che la signora le aveva detto era vero: nessuna società può rimanere segreta e celare misteri per secoli se i membri che ne fanno parte sono degli sprovveduti. La signora Apfel le era sembrata tutto fuorché una di quelle vecchie che con l’età ammattiscono. Doveva fidarsi di lei anche se non capiva.

E non capiva davvero tante cose, ovviamente. L’idea di essere in una ufficio segreto nel cuore di Chinatown a chissà quanti metri di profondità, il fatto che fosse semivuoto e che l’avessero “assunta”, se quello era il termine giusto da utilizzare, senza colloqui o contratti e le avessero dato addirittura un ufficio le sembrava meno assurdo della richiesta che le era stata fatta.

Ma stare lì a rimuginare, come faceva sempre, non l’avrebbe aiutata in nessun modo.

Ecco cosa serviva: un cambio di prospettiva. Svuotare la mente e ”renderla acqua”, come aveva detto Virginia Apfel.

Fatto: esiste la BEE, è assurdo, ma la prova è intorno a me. Ci sono dentro.

Fatto: la BEE si occuperebbe di celare alla società civile l’esistenza di mostri, fantasmi, artefatti magici o ipertecnologici e chissà cos’altro. Probabilmente è vero.

Fatto: ora lavoro per la BEE. Non sta a me capire perché o giudicare quanto questo sia assurdo.

Fatto: sono l’ultima arrivata, ci sono dei superiori ed è mio dovere fidarmi di loro e fare quello che mi chiedono

Fatto: devo scrivere un comunicato stampa inventando un episodio plausibile che spieghi quello che è accaduto stamattina nel centro commerciale.

Fatto: devo scrivere anche un racconto sul rapimento di Beatrix. Rapimento che forse avrei potuto evitare se solo avessi la prontezza di riflessi di…

Fatto: devo concentrarmi sulle priorità concrete, non su quello che sarebbe potuto succedere o non succedere, che avrei potuto o non potuto fare.

Aprì il taccuino davanti a sé sulla prima pagina e prese una penna. Concentrò tutta la sua attenzione sulla foto di Beatrix.

Stampare le fotografie su pellicola era una cosa così desueta, chissà qual era l’origine di quella foto. Chissà chi l’aveva scattata. Qualcuno della BEE? Forse Quentin? Magari stavano festeggiando un evento. Forse il 21 febbraio è il compleanno di Beatrix. Devo ricordarmene, pensò.


Gli occhi di Beatrix sono davvero giganteschi in questa foto. Le pupille dilatate sono di un nero intenso, ma lasciano spazio a quel verde scuro come i prati dopo una tempesta, quando torna il sole e asciuga i fili d’erba fradici. Magari posso vedere cosa c’è riflesso, magari si vede chi ha scattato la fotografia. Cosa stanno vedendo quegli occhi bellissimi adesso?

C’è penombra. Una luce bianca, fredda, illumina qualcosa alla destra di Beatrix. È un neon, ma non è vicino a lei. Non è solo la luce ad essere fredda, lo è tutta la stanza. Sembra grande, ma con il buio non riesce a capirne esattamente le dimensioni.

Il pavimento è rivestito di piccole mattonelle quadrate grigio chiaro. Ci sono degli attrezzi intorno a lei, ma non capisce bene cosa siano. Forse è un laboratorio, forse un garage.

Riesce a vedere il suo corpo, però. Le fa male il collo. Forse è stata colpita lì. No, è lo sforzo di osservarsi. È legata e per guardarsi deve piegare la testa. Il collo è immobilizzato da un cintura che la tiene bloccata a un letto. No, è una poltrona imbottita, tipo quelle dei dentisti. Non riesce a muovere neanche le mani, sono legate ai braccioli anche loro, e così le gambe.

La parte sinistra del suo corpo riesce a vederla meglio di quella destra nonostante sia in ombra. Tutto a destra è sfocato. È il suo occhio. È la parte destra della faccia che brucia. Ha del sangue che le cola nell’occhio destro e non le consente di vedere chiaramente. Fa male, ha un taglio su tutta la parte destra del viso, lo sente bruciare dell’attaccatura del capelli al mento. I capelli della sua frangetta sono attaccati alla fronte per via del sangue.

Cosa c’è a quattro o cinque metri da lei, sotto la luce? Un’altra poltrona da dentista. No, è un letto da ospedale. Ma più grande. Ne vede solo la parte terminale perché è per lo più coperto da un telo in plastica bianca opaca che separa il letto dal resto della stanza.

«Dove sono?» chiede. La voce le esce roca. Da quanto non parla? Da quanto non beve? Ha la bocca secca. Deglutisce.

«Dono sono?» ripete con voce più sicura.

C’è qualcuno nel letto nascosto? Le sembra di sì. La luce al neon proietta un’ombra contro il telo, come fossero ombre cinesi.

TIC TIC.

Da dietro il telo proviene un ticchettio metallico, ma non le è parso di vedere alcun movimento.

«Dove mi avete portato? Chi siete? Chi sei?»

Dopo aver pronunciato quelle parole pensa che probabilmente chiunque sia quella persona alla sua destra è nella sua stessa condizione. Dottor Manhunter. Cazzo. Ricorda tutto. L’adrenalina monta nel suo corpo, non riesce a ragionare lucidamente. Perché mi ha preso? Che vuole? Chi è la persona al suo fianco? Un’altra vittima di Manhunter. Ma cosa vuole da lei? Da quello che sanno rapisce persone con impianti ultratecnologici per aumentare le potenzialità del suo corpo. Non hanno mai ritrovato nessuna delle vittime. Ma lei cosa c’entra? È merce di scambio. Non è riuscito a rapire Ashley e ha preso lei perché l’ha trovata davanti al suo cammino durante la fuga.

TIC TIC TIC.

È ancora voltata verso il telo. Questa volta le è sembrato di vedere un movimento. Uno prima lentissimo, poi veloce rapido. Prova a mettere a fuoco per vedere meglio. Sì, è una figura umana. C’è qualcuno steso su quel letto al di là del telo. Ci sono anche dei tentacoli, però, che escono dal suo corpo. O tubi, fili, cavi. C’è un groviglio di appendici che partono dal corpo della persona stesa a quattro metri da lei e si diramano in tutte le direzioni intrecciandosi e proiettando un’ombra grottesca. Sembra un disegno in bianco e nero fatto da un pittore folle e maledetto, un Pollock satanico.

«Ehi», chiama Beatrix misurando la voce per sembrare calma. Lei e quella persona lì dietro sono nella stessa situazione. È un suo alleato. Probabilmente quella persona è stata ferita, smembrata. È una nemica del suo nemico e quindi una sua amica.

«Ehi», ripete. «Come ti chiami?»

Cerca di ricordare e seguire tutto quello che imparato alla BEE, sul campo e nei manuali. Psicologia di base, come affrontare i traumi, come trattare con sequestratori. Le chiede il nome, per prima cosa. I nomi sono potenti, i nomi rappresentano l’identità di una persona, la sua essenza, e uno dei primi effetti dei traumi è la spersonalizzazione. Cerca di ricordare tutta la teoria e di applicarla a una situazione dannatamente pratica di cui suo malgrado è protagonista diretta.

TIC.

Questa volta il movimento al di là del telo è più ampio. Un tubo grosso quasi sfiora il telo proiettando un’ora più scura delle altre. Dietro di esso cavi più sottili danzano come sbuffi di fumo

«C.. rol.. n…»

Le risponde una voce flebile e spettrale. O meglio, le rispondono due voci. Sembra il sussurro di una bambina intrecciato ad una fredda voce robotica simile a quella dei dispositivi per la domotica che tanto vanno di moda.

«Crol?» chiede Beatrix. «Ti chiami Crol?»

«Ca… rol… n»

«Caroline? Ciao Caroline, io mi chiamo Beatrix. Stai bene Caroline?»

Ripetere il nome per creare un legame. Dire il proprio nome per non creare distacco. Spostare il discorso sull’altra persona per metterla al centro dell’interesse.

TIC TIC TIC TIC.

Altri cavi che si intrecciano. Il telo inizia a spostarsi all’indietro con una lentezza snervante.

Beatrix strizza gli occhi per mettere a fuoco quello che avviene in prossimità del letto da ospedale, ma chiudere quello destro, ferito, le provoca un brivido di dolore.

A tirare il telo all’indietro sembra un gancio sottile di metallo scintillante. Ai piedi del letto vede una gamba. Sembra la gamba di una bambina. È innaturalmente sottile, però, e pallida. Il piede è immobile, le punte delle dita sembrano scure, violacee. Tutta la gamba è punteggiata di lividi bruni. Non vede l’altra gamba. Forse non riesce a scorgerla da dove si trova. Tende la testa per guardare meglio. Il laccio le sega il collo, ma non le importa. Non c’è alcuna gamba destra.

Il telo continua a scorrere piano. Vede la parte terminale di una sottoveste rosa leggera.

Lei come c’è arrivata lì? Stava parlando con Queen all’auricolare, le stava dicendo che sentiva degli spari dall’interno dell’appartamento di Ashley Campbell e le chiedeva se la squadra Athurium fosse in posizione. Foxx sbraitava al suo fianco. Una finestra era esplosa e Dottor Manhunter si era buttato di sotto. Aveva volteggiato un paio di volte nell’aria elegantemente. Il camice lo aveva fatto sembrare una sfera bianca nella notte, una palla di neve enorme e mortale. Era atterrato pesantemente sul marciapiede con un ginocchio piegato in terra.

Beatrix ricorda che con la coda dell’occhio ha visto Foxx aprire il cappotto e allungare la mano verso la fondina. Un paio di balzi. Tanti sono bastati a Dottor Manhunter per raggiungerli. Non ricorda alcun colpo esploso, forse Foxx non ha fatto in tempo. Il Dottore ha piroettato nello stretto spazio fra lei e Foxx, forse per evitare un eventuale proiettile. Beatrix ha sentito la spalla dell’uomo che le colpiva violentemente la pancia facendola sbattere con la schiena contro il furgone nero con il quale erano arrivati sulla scena. Le era mancato il fiato. Un attimo dopo si è ritrovata in aria. Era sulla spalla di Manhunter, la reggeva con un solo braccio. Vedeva i tetti delle auto avvicinarci e allontanarsi dalla sua vista ritmicamente. Stavano soltanto di automobile in automobile. Le era sembrato di sentire Foxx che imprecava, ormai lontanissimo.

In un vicolo buio come pece l’aveva posata sulla strada bagnata. Era stati quasi delicato. Si era accovacciato davanti a lei per riprendere fiato. Sudava, aveva i capelli corti e argentati attaccati al viso. Non aveva espressione, la osservava con gli occhi di colore diverso completamente inespressivi. Dal nulla le aveva dato uno schiaffo violento con il dorso della mano. Era l’ultima cosa che ricordava. Poi il buio.

TIC TIC.

Sì, era una bambina quella stesa sul letto alla sua destra. Lo capiva dalle proporzioni della gamba esile. Il telo la scopriva un millimetro alla volta. Cos’era il gancio che lo tirava?

No, non era stato tutto buio dopo lo schiaffo. Aveva ripreso coscienza per un qualche secondo. Erano davanti a un ospedale. Una clinica, forse, più piccola di un ospedale. Una clinica per animali, ecco l’immagine che aveva in mente. Una scritta verde con carattere antiquato. Una clinica veterinaria. Una bassa palazzina in mattoni grigi. Il Dottore si era guardato intorno, ma la strada era deserta. Era passato davanti all’ingresso della clinica e si era infilato nel vicolo che costeggiava l’edificio. Erano entrati da un porta laterale minuscola. Non sembrava neanche in grado di permettere alle spalle larghissime di Dottor Manhunter di poter passare, ma poi il buio li aveva avvolti. Quella è davvero l’ultima cosa che ricorda.

«Caroline?» prova nuovamente a chiedere al telo su cui ondeggiano con movimenti impercettibili le ombre dei tubi.

Un cigolio alle sue spalle. Passi rapidi e pesanti si avvicinano. Rimbombano sulle pareti più lontane, quelle avvolte nell’oscurità. Beatrix tende il collo.

Il Dottor Manhunter. Tira il telo con un gesto rabbioso verso la fine del letto. Non si nota neanche più il piede della bambina. Le ombre dei cavi tremano impaurite.

«Nein», dice l’uomo. Sembra un rimprovero sussurrato.

«Otoosan…», bisbiglia lei.

Gira dietro la tenda. Il suo aspetto è imponente anche quando è solo un’ombra sfocata. Sistema alcuni dei cavi. Si piega sulla ragazzina. Forse le bisbiglia qualcosa.

Passi. Si muove. Supera oltre il letto. Ora la tenda è alle sue spalle. La luce bianca che lo illumina da dietro gli fa brillare i contorni del corpo lasciandogli in ombra tutto il viso. A parte l’occhio più chiaro. Quel puntino di azzurro glaciale punta su Beatrix. Sembra furente. Le si avvicina.

Il telefono squillò facendo sobbalzare Ashley sulla sedia. Lasciò andare la penna e scosse la mano indolenzita. Ripescò il cellulare dalla tasca del cappotto che aveva appoggiato allo schienale della sedia. Sua madre. Buttò un occhio al quaderno rosso e alle pagine che scrivendo aveva stropicciato. Non avrebbe saputo dire da quanto tempo stava scrivendo. Come le accadeva spesso, non si era neanche resa conto delle parole che produceva e del viaggio che la sua immaginazione le aveva fatto fare. Avrebbe dovuto rileggere tutto per controllare di non aver scritto qualcosa di incoerente e pieno di errori. Notò che non scriveva a mano da una vita.

«Mamma?»

Dall’altro capo del telefono Dolores attese un secondo prima di rispondere. Ashley sentì la madre che respirava rumorosamente. Sapeva cosa volesse dire.

«Ashley. Voglio sapere che fine hai fatto.»

«Mamma… Sono le…» scostò il cellulare dall’orecchio per controllare l’orario. «Sette di mattina!»

«Lo siento, non ricordo quali sono gli orari precisi in cui è permesso a una madre preoccuparsi per sua figlia.»

«Mamma… Lo so, hai ragione, scusa. Volevo scriverti, ma sto studiando fino a tardi in questi giorni, ieri non sono stata bene e…»

«E ti sei scordata di tua madre. Hai studiato così tanto da non aver avuto tempo per una pausa. Non hai alzato la testa dai libri per un minuto nel quale avresti potuto chiamarmi. Pero no te preocupes.  Tua madre non è stata in pensiero. E se è stata in pensiero a te che importa, niña

La odiava quando faceva così.

«No, mamma, non mi sono scordata di te. Scusa se sto studiando.»

La madre non rispose. Ashley chiuse gli occhi ed espirò piano.

«Scusa, mamma, avrei dovuto chiamarti. Come state? Papà?»

«Estamos bien. Tuo padre ha iniziato a raccogliere la verza. Quest’anno per fortuna ne avremo tantissima. Dice Alfred Dillon che se…»

Gli aggiornamenti sul lavoro in fattoria di Dolores Acosta Campbell scivolarono in sottofondo. Ecco un’altra cosa che in un modo e nell’altro, se quella fosse stata la sua vita da quel momento in poi, avrebbe dovuto capire come gestire. Mentire alla madre dicendole che stava studiando quando aveva passato la giornata a scrivere era più facile che farlo se doveva nasconderle di aver sfidato la morte un paio di volte nelle ultime quarantotto ore. “No, mamma, non è una vera sparatoria quella senti alle mie spalle, sto solo guardando un film a volume estremamente alto”.

La porta si aprì ed entrò Quentin. Le fece cenno di seguirlo.

«… perché da gennaio alzeranno di nuovo i prezzi dei d’affitto degli spazi al mercato. Tu papá ha chiesto ad Alain se potevamo…»

«Mamma? Mamma? Scusami, devo prepararmi perché più tardi ho appuntamento con Jinny, andiamo presto in biblioteca a studiare insieme. Va bene. Un bacio, mamma, scusa. Salutami papà. Sì, ci sentiamo dopo. No, promesso.»

«Finalmente è riuscita a beccarti», disse Quentin sorridendo.

«Credo che il termino giusto sia “braccarmi”. Ci sono novità su Beatrix?»

«Purtroppo no. Però Ricardo e io abbiamo trovato una possibile esca per la nostra trappola. Intanto Melanie dice che i suoi algoritmi iniziano a sputare fuori qualcosa. Sono venuto a chiamarti, ci ha convocato Foxx per una riunione.»

Non appena Ashley fu in piedi il peso della stanchezza le crollò sulle spalle. Di pomeriggio l’avevano fatta dormire in quella specie di comodissima stanza d’ospedale, ma da allora non aveva avuto un istante per riposarsi e dallo scontro nella sua camera non aveva avuto un momento di tregua. Prima la riunione in cui aveva appreso di Dottor Manhunter, poi il giro nel Mausoleo con Virginia Apfel e ora aveva perso la cognizione del tempo scrivendo. Notò che anche Doyle aveva la faccia distrutta.

«Da quando non riposi, Quentin?»

Lui si passò una mano sul viso.

«Le occhiaie? Ne ho sempre un po’. Beatrix per il compleanno mi ha regalato una crema contorno occhi. Dice che quella contro le rughe è una battaglia che va combattuta giorno dopo giorno perché quando iniziano a vincere loro non c’è modo per riguadagnare terreno.» Arrossì come suo solito. «Però hai ragione, non dormo da un po’. Sono riuscito a chiudere un po’ gli occhi mentre dormivi anche tu, nel pomeriggio. Sei stanca?»

«No, solo… Un po’. Immagino che dormiremo tutti quando saremo riusciti a portare Beatrix a casa.»

Quentin strinse le labbra e annuì. Non fece nulla per nascondere la sua preoccupazione. L’occhio gli cadde sul taccuino rosso.

«Stavi scrivendo lì?», chiese stupido. «Credevo scrivessi al computer.»

«Lì? Dici… No, è solo… Sono solo appunti.»

Le diede fastidio dover mentire a Quentin, ma Virginia Apfel era stata categorica nella sua richiesta di non parlare a nessuno del racconto che le aveva chiesto di scrivere. Un’altra delle stranezze che non avevano senso, ma le sue intemperanze avevano già causato troppi danni. Ripensò per un istante al ragazzo che le aveva protetto le spalle quella mattina. Quel ragazzo che era morto. Per colpa sua.