Capitolo 2

«Ashley Campbell?!»

Lei ricambiò lo sguardo stupito.

Al di là della serranda del club, Ashley udì altri spari, non sapeva se delle stesse armi o no. Qualcuno fuori urlò.

Il ragazzo si guardò alle spalle verso l’ingresso, levò la mano dalla bocca di Ashley e la prese delicatamente dal braccio per farla alzare. 

«Come fai a sape… La mia amica è ancora lì fuori!» sussurrò Ashley riuscendo a stento a tenere bassa la voce.

Il ragazzo le fece cenno di arretrare, poi estrasse una grossa pistola dall’impermeabile scuro grondate acqua. Parlò a bassa voce scandendo le parole.

«A… Ascolta. Tu ora devi stare qui, buona e ferma.»

Il ragazzo si spostò in modo da poter tenere sott’occhio sia Ashley che la serranda.

«Fra qualche minuto sarà tutto finito e poi… Che casino… Poi vedremo come fare, ma per l’amor di Dio, resta qui dove posso vederti.»

Ashley osservò la pistola che rifletteva sulla canna la luce verdognola che illuminava debolmente l’ingresso del club.

Era un poliziotto? Come faceva a sapere il suo nome? Le avrebbe sparato davvero se avesse cercato di scappare? Scappare dove? E perché? Lì dentro era al sicuro, fuori c’era quella cosa.

Ma fuori c’erano anche i suoi amici. Non poteva lasciare che restassero lì nel vicolo in balia di quella bestia e dei proiettili vaganti.

«Basta sollevare la serranda di mezzo metro, non ti chiedo altro, il tempo che possa trascinare la mia amica qui dentro!»

Il ragazzo continuava a spostare freneticamente lo sguardo fra Ashley e la serranda. Teneva la pista puntata verso il basso. Sembrava davvero giovane, senza un accenno di barba e con i capelli così pieni di gel da risultare in piega nonostante tutta la pioggia che evidentemente aveva preso.

Ashley pensò che doveva trovare il modo di mettere in salvo gli amici.

Qualcosa sbatté violentemente contro la serranda producendo un rumore metallico che invase il locale facendoli trasalire. Il ragazzo fece un istintivo balzo all’indietro e puntò la pistola verso l’ingresso. Altri passi corsero nella pioggia proprio al di là della saracinesca.

«So di cosa si tratta», disse Ashley.

Il ragazzo spostò per un attimo gli occhi verso di lei senza però cambiare posizione.

«Sai di cosa si tratta cosa

«Quella creatura lì fuori. So cos’è.»

Lui aggrottò le sopracciglia. Fuori non si sentivano più spari. Abbassò leggermente la pistola. Espirò profondamente.

«Ah sì? E cosa sarebbe?»

«Kwok-Sang Inc. Un’azienda coreana. Stanno cercando di battere la Apple nella corsa all’innovazione dei dispositivi elettronici personali. La frontiera non sono più occhiali e orologi, ma impianti che si integrano direttamente con la nostra fisiologia. Dispositivi subdermici, chip fra l’occhio e la retina, computer miniaturizzati alloggiati direttamente nell’orecchio.»

Ashley si chiese se lui ci avrebbe mai creduto. Stava parlando a ruota libera, inventando una storia senza capo né coda. Era chiaramente una stupidaggine, un tentativo disperato. Non sapeva neanche come le era venuto in mente, ma non sopportava l’idea di essere lì dentro senza far nulla mentre i suoi amici erano di fuori.

Un sorriso appena accennato affiorò sulle labbra del ragazzo.

«E cosa avrebbe fatto questa azie… N… Non muoverti!»

Ashley aveva fatto un passo verso di lui che si era immediatamente irrigidito, ma non aveva distolto la pistola dall’ingresso. Lei mise le mani avanti e arretrò di nuovo. Da fuori giunse un rumore sordo, come un boato.

«Stanno studiando la possibilità di agevolare l’integrazione dei dispositivi nel corpo umano tramite l’alterazione genetica. A marzo hanno acquisito tre aziende americane che lavorano nel settore delle biotecnologie. Quello che ci ha attaccato è un loro esperimento fallito.»

Dio, che cazzata, pensò Ashley, non mi resta che buttarci dentro uno scienziato pazzo e ho completato il carosello di cliché della fantascienza anni quaranta.

«Il padre della mia amica, Jinny Park, lavora per una di queste aziende. siamo riusciti ad accedere ai sistemi della Streep Biomechanics sfruttando i suoi accessi», perché ovviamente siamo anche degli hacker, manca solamente una scena alla Missione Impossibile. Ashley, sei un’idiota.

«Così avete scoperto tutte queste cose», chiese Capelli Laccati. «Ed è la tua amica che conosce i dettagli e quindi dobbiamo assolutamente portarla qui dentro.»

Ashley stava per urlare che sì, ok, erano cavolate, ma per l’amor del cielo, c’era una bestia vomitata da chissà quale girone dell’inferno e tizi che sparavano in un vicolo non più largo di tre metri e i suoi amici intrappolati fra le pallottole e gli artigli di quella cosa. Di cos’altro aveva bisogno per sapere che dovevano trovare il modo di metterli in salvo?

Aveva già aperto la bocca quando due colpi in sequenza fecero vibrare la serranda. Dalla saracinesca sollevata di pochi centimetri filtrava debolmente la luce della strada. Ashley intravide un paio di scarpe nere e lucide. Notò solo in quell’istante che il braccio del proprietario del bar, che aveva impedito alla serranda di abbassarsi del tutto, era scomparso.

«Signor Doyle?» chiese una voce baritonale.

Il ragazzo trasalì. Guardò Ashley, poi la serranda, poi Ashley di nuovo.

«Cazzo. Lascia fare a me. Stai zitta, ok? Cazzo…» sussurrò.

Ripose la pistola nella fondina e si avviò verso l’ingresso.

«Sì signor Foxx, sono qui si…»

Un colpo fragoroso percosse la serranda.

«Abbassa quella cazzo di voce, perdio!»

Una enorme mano nera sbucò da sotto la saracinesca e la sollevò di scatto.

Ashley pensò che l’urlo e il fragore metallico avessero fatto parecchio più rumore di quel ragazzo, Doyle. Contro l’ingresso, occupandolo quasi per intero, si stagliava un nero enorme in completo grigio scuro. Indossava un cappotto uguale a quello del ragazzo ma di innumerevoli taglie più grande. Pioveva ancora, ma più lentamente. Le gocce rimbalzavano sulla testa calva del gigante.

«Signor Foxx…» iniziò Doyle.

L’uomo fece un passo avanti, lentamente. Alle sue spalle si muovevano numerose ombre. Il vicolo non sembrava più illuminato dal lampione.

Due uomini si affacciarono per un istante nel locale per poi scomparire di nuovo nell’oscurità. Sembravano imbianchini. Ashley fece appena in tempo a notare che alle macchie di vernice sui loro pantaloni si erano aggiunte, più abbondanti, delle evidenti macchie bordeaux scuro. Sangue?

In quel momento fu quasi certa che entro pochi attimi sarebbe spuntato qualcuno con il cartello “QUESTO È UNO SCHERZO”. Si sarebbero accese le luci, sarebbero spuntate le telecamere. Un tizio abbronzato vestito con un completo blu elettrico l’avrebbe abbracciata dicendole che aveva vinto duemila dollari. Le avrebbero fatto proprio comodo duemila dollari.

Invece il gigante nero girò la testa verso di lei e rimase ad osservarla un secondo prima di rivolgere l’attenzione a Doyle.

«E questa chi cazzo è?»

«Signor Foxx», rispose il ragazzo con voce tremante, «era  proprio lì sull’ingresso che stavo sorvegliando, ho solo…»

Foxx posò il braccio sulle spalle del ragazzo che si piegò sotto il peso di una mano grande quanto un guantone da baseball. L’uomo uscì dal club trascinandosi Doyle e insieme scomparvero dietro l’uscio.

Ashley ne approfittò per avanzare verso l’ingresso e sbirciare in strada. Una ragazza, vestita elegantemente da sera con un tailleur blu, stava versando una qualche forma di solvente sull’ampia macchia di sangue lasciata dal proprietario del bar. Il corpo dell’uomo era scomparso.

Era difficile immaginare una presenza più fuori luogo di quella. A causa dei tacchi e del vestito aderente aveva evidenti difficoltà a rimanere accovacciata con la bottiglia di solvente in mano. Il sangue si stava rapidamente diluendo e veniva portato via dai rivoli d’acqua. Sollevò per un attimo lo sguardo incrociando quello di Ashley. Aveva un bel viso incorniciato da una frangetta castana che la pioggia le aveva incollato alla fronte.

Alle spalle della ragazza riuscì a stento a distinguere un uomo vestito con un impermeabile uguale a quello di Doyle e Fox. Parlava concitatamente con uno degli imbianchini. Non c’erano tracce di Jinny o Sean.

Ashley era frastornata. Fece un altro passo verso all’ingresso. L’adrenalina le aveva fatto passare ogni accenno di sbronza, ma non riusciva a mettere a fuoco quello che era accaduto negli ultimi minuti.

Si affacciò fuori dal club. Il lampione era effettivamente spento o rotto. L’unico bagliore era quello proveniente dalla strada principale e quello dalle luci di cortesia del grosso furgone giallo che bloccava completamente l’accesso al vicolo.

Nella penombra distinse una decina di persone. Se un’astronave aliena avesse rapito dieci persone a caso dallo stato di New York e le avesse scaraventate in quella stradina, forse l’effetto sarebbe stato di maggiore uniformità. Oltre ai due che Ashley aveva deciso essere imbianchini, vide un paio di ragazzi alti in tuta e giubbotti sportivi, altri con i cappotti blu eleganti, una ragazza mascolina che trascinava una grossa custodia che immaginò contenesse una viola o un contrabbasso.

A metà strada fra l’ingresso e l’imbocco della strada, quel ragazzo, Doyle, stava parlando con il gigante, Foxx.

Ma davvero ero con i miei amici in questo club fino a venti minuti fa? Ho visto sul serio quell’essere? Il sangue annacquato che inzaccherava il cappotto azzurro di Frangetta sembrava una prova più che convincente che lì fosse successo realmente qualcosa.

«Ehi? Dove sono i miei amici?» chiese guardandola dall’alto.

La ragazza sollevò la testa e la fissò per un attimo.

«Oh, i tuoi amici», rispose posando in terra il flacone che aveva in mano e tirandosi in piedi.

Ashley era alta, Frangetta le arrivava a stento al mento nonostante i tacchi. Appoggiò una mano all’anca e rispose: «Intendi dire Huey, Dewey e Cindy, giusto? Dunque… Huey si è trasferito in Canada dove alleva alci, Dewey sta ricevendo un massaggio erotico in uno strip club scadente a Little Italy. Cindy è a casa con il suo cane Hermes, sta terminando la sciarpa di lana che vuole regalare a sua nonna per Natale. Ora che sai dove sono i tuoi amici, se non ti spiace, avrei una macchia di sangue da far scomparire entro i prossimi due minuti.»

Ashley rimase spiazzata.

«Huey e Dewey? No, cioè, intendevo Sean e Ji…»

«Lascia che sia io a farti due domande, ok?» la interruppe Frangetta. «Uno, cosa posso mai saperne io di chi sono i tuoi amici? Due, cosa posso mai saperne io di dove sono i tuoi amici?»

Ashley sospirò. Non aveva torto. In effetti non sapeva chi fosse quella ragazza. Non aveva idea di chi fosse nessuna di quelle persone, di cosa stessero facendo lì, di cosa fosse successo. E la bestia dov’era? E Jinny? E Sean?

Al suo fianco ricomparve Doyle. Dietro di lui svettava Foxx che la fissava dall’alto dei suoi quasi due metri.

Il gigante si rivolse alla ragazza in tailleur: «Signorina Dubois, se fra un minuto quella macchia non è scomparsa, sarà un mio piacere usare quel bel cappottino nuovo come straccio.»

Frangetta Dubois lanciò uno sguardo astioso ad Ashley e si rimise al lavoro.

Doyle indicò con un gesto del braccio l’interno del club.

«Prego, signorina Campbell», disse gentilmente.

Ashley ricordò che fra i duemila interrogativi che le vorticavano in testa in quel momento c’era anche il mistero di come quel ragazzo potesse conoscere il suo nome. Doveva però concentrarsi sulle priorità. Una cosa per volta.

«Se non mi dite come stanno i miei amici io non mi muovo di qui.»

E ora ti risponderanno che per loro va bene, sei libera di rimanere a vivere sull’uscio di un bar isolato il cui proprietario è stato appena ammazzato e di cui — diosanto che schifo non ci stavo facendo caso — hai ancora pezzi di cervello sulle mani.

Ashley rabbrividì e iniziò a strusciarsi la mano sui jeans senza però distogliere lo sguardo di sfida da Doyle.

Il ragazzo scostò la giacca per prendere un fazzoletto dal taschino e porgerlo ad Ashley.

«Ti do la mia parola che i tuoi amici stanno bene. Ti chiedo solamente di darmi un minuto del tuo tempo. Piove ancora un po’, vogliamo andare dentro?»

Ashley pensò che quelle sarebbero state esattamente le parole che avrebbe messo in bocca ad un personaggio dei suoi racconti se avesse dovuto attirare qualcuno (un testimone scomodo?) all’interno di un club male illuminato per poi ucciderlo. Non avrebbero neanche avuto problemi a farlo in maniera silenziosa. Le tenaglie che l’uomo chiamato Foxx aveva al posto delle mani avrebbero potuto strozzarla senza difficoltà.

Ma il ragazzo aveva un’espressione genuinamente gentile. I maschi tendevano ad essere cortesi e carini con lei, quindi aveva imparato a diffidare della cosa e a distinguere la gentilezza formale o interessata ad un secondo fine (quasi sempre) da quella sincera. E poi, sopratutto, che alternativa ho?

Si sedettero ad un tavolino, Ashley da un lato, Doyle dall’altro, Foxx in piedi vicino al ragazzo.

«Non mi sono sbagliato. Sei Ashley Campbell, giusto?» iniziò.

«Come fate a sapere chi sono?»

«Lo prendo per un sì. Allora, signorina Campbell, le cose stanno così.»

Ashley notò che mentre parlava a Doyle sfuggivano rapide occhiate in direzione di Foxx.

«I tuoi amici stanno bene», continuò. «Li stanno portando all’ospedale più vicino, credo il Lenox Hill Hospital, ma non ne sono certo.»

Uno spilungone con i capelli lunghi legati in una coda si affacciò nel locale e annunciò: «Signor Foxx, abbiamo cinque minuti.»

Il colosso annuì.

Ashley sentì un’improvvisa ondata di stanchezza invaderla completamente. Era l’adrenalina che la stava abbandonando. Oltre la soglia del club, nella penombra, vedeva affannarsi sempre meno persone. Non sapeva se quello che le stavano raccontando fosse vero, ma era troppo stanca per metterlo in discussione e decise di crederci.

«Come faccio a mettermi contatto con loro? Voi chi siete? Cos’era quella cosa lì fuori? Il propriet…»

Ashley si rese conto che aveva iniziato a parlare in maniera sempre più concitata. Le domande che aveva in testa si accavallavano, facendo a spintoni per precipitarsi fuori dalla bocca, ognuna urlava dicendo che era prioritaria, la cosa più importante da sapere. Doyle le posò una mano sul braccio allungato sul tavolo e la interruppe.

«Signorina Campbell? Rintracciare i suoi amici non le sarà difficile», disse scandendo bene le parole e sporgendosi con li corpo verso di lei. Proseguì: «A rischio di sembrare un cliché, non esistono domande pericolose, ma ci sono assolutamente risposte che uno non vuole avere.»

«La porta posteriore, vicino al bagno. Esca da lì», tagliò corto Foxx con la sua voce cavernosa.

Di nuovo, Ashley si ritrovò ad una svolta che non aveva previsto. Non avrebbero dovuto minacciarla di non aprire bocca dicendo che sapevano dove abitava o cose del genere?

«Posso andare?» chiese non riuscendo a nascondere il suo stupore.

«Certo che può andare. Non è forse una libera cittadina?» rispose Doyle.

Le domande che le bruciavano nelle viscere prese a sgomitare arrampicandosi su per la gola, ma Doyle era già in piedi.

«Buona notte», le disse con un sorriso stanco.

Foxx si era già girato e stava andando da Frangetta Dubois che si era sollevata e guardava sconfortata il cappotto lercio.

Lasciarono Ashley sola nel buio e nel silenzio del club.


Un’ora dopo, con i capelli ancora umidi per la doccia, dormiva già profondamente sotto un doppio strato di plaid e coperte.

Alle quattro e diciassette di notte il cellulare di Ashley suonò e illuminò la stanza. Distrutta dalla stanchezza, aveva dimenticato di impostare la modalità silenziosa.

Allungò la mano fuori dalle coperte nella casa gelata e le parve che una mannaia fatta di ghiaccio le si abbattesse sul braccio. Era un messaggio. “NUMERO SCONOSCIUTO: I cellulari sono nella cassetta delle lettere”.