Capitolo 23

L’aria gelata che la investì fece sentire Ashley viva come non mai. Respirò un paio di volte a pieni polmoni il gelo dell’inverno newyorkese e dopo pochi secondi la puzza stantia dell’interno della casa sembrava un ricordo lontano.

«Uoooo», esclamò.

Quentin si asciugò la fronte con il dorso della mano e ripose la pistola all’interno del trench.

«Uoooo?»

«Ce la siamo vista brutta no? Ma ce l’abbiamo fatta. E la faccia che ha fatto quel tipo quando gli hai puntato la pistola addosso? “Siamo della polizia, idiota!”. Ah ah ah. E l’altro? Quando si è ripreso mi guardava come…»

«Ash? Ashley, calma. Non è un gioco. Poteva finire molto male. Siamo stati fortunati. Hanno provato ad aggredirti con una siringa, potevano ferirti sul serio o trasmetterti chissà quale malattia.»

«Sì, ma… Non è successo, no? Mi dispiace per il tablet, ma alla fine ce la siamo cavata, giusto?»

Si infilò sicura fra le sbarre della cancellata.

«Dovresti darmi lezioni di taser. Sono certa che con un po’ di allenamento potrei diventare brava. Zap! Zap!»

Quentin accelerò il passo verso la macchina. Si fece più rosso in viso. «Ash, sembri… Matta. Qualche minuto fa non…»

«Sì, me l’hai già detto. Qualche minuto fa non volevo neanche scendere dalla macchina e ora sono su di giri per quello che è appena successo. Si chiama adrenalina, gli esseri umani funzionano così.»

«Il tuo corpo è responsabile per la produzione della tua adrenalina, ma io sono responsabile di riportati all’Alveare tutta intera.»

«No, non sei responsabile tu di me. Magari avessi dato più spesso retta alla signora Apfel, giusto? Non è una frase che ti suona familiare? L’hai detto tu. Ed è lei che mi ha voluta qui con te.»

«Non sapeva che un drogato avrebbe cercato di infilzarti con una siringa!»

«E non sapeva neanche che ti avrebbero aggredito in due. Ma è successo, e se non ti sei ritrovato con una persona che ti teneva bloccata a terra e un’altra che prendeva te a siringate negli occhi è grazie a me.»

«Me la sarei cavata senza problemi anche da solo», bofonchiò lui aprendo la macchina.

Quentin recuperò il suo auricolare dal portaoggetti della sua portiera e contattò Queen.

«Mel? Confermi FF-98? Hm. Stiamo partendo, non ci metteremo più di cinque minuti. Sì, due uomini a terra, legati.» Si girò verso Ashley e le sussurrò la parola “tablet”. Lei gli passò il dispositivo piegato, con il vetro frantumato e sporco di sangue. «Negativo, lo scanpad è fuori uso. Siamo ciechi. Sì, mandami il filmato sul cellulare. Chiudo.»

«Problemi?»

«L’ultima lucciola che abbiamo posizionato, Firefly-98, ha individuato Beatrix, ma immediatamente dopo è andata offline. Abbiamo qualche minuto di vantaggio sulla squadra di Felicia. Ogni secondo potrebbe essere prezioso.

«E Dottor Manhunter?»

«Melanie ha parlato di due persone. Senza tablet non possiamo mandare dentro un’altra lucciola o uno scarafaggio. Mi sta inviando sul telefono un paio di video che ha girato FF-98 prima di spegnersi, però.»

Il suo cellulare vibrò. Premette sullo schermo un paio di volte e lo passò ad Ashley.

«Me lo tieni davanti, per favore?»

Quentin guidava mentre Ashley reggeva il telefono a metà dall’abitacolo così che anche lui potesse buttarci un occhio senza distrarsi troppo dalla strada. Avviò il primo filmato.

La ripresa ricordò ad Ashley un videogioco d’azione. La possibilità di vedere il mondo attraverso gli occhi di un insetto meccano era stupefacente. La qualità video era buona e la visuale parecchio ampia per via dell’inquadratura grandangolare.

Il video iniziava con il primo piano delle dita della mano di Quentin. Ashley ricordò il suo gesto di appoggiare la lucciola sul palmo e farle spiccare il volo da lì. Nel filmato i mattoncini del palazzo scorrevano velocemente verso il basso mentre l’insetto si alzava in volo rasente al muro. Arrivò alla finestra e dopo un secondo di ispezione videro una zampetta schizzare in avanti verso il vetro e prendere a vorticare in circolo a velocità sbalorditiva. L’arto meccanico non si distingueva neanche mentre ruotava per praticare un foro con il diamante montato sulla punta. Con una rapidità possibile solo a un essere artificiale, la zampa si arrestò all’improvviso e ne scattò in avanti un’altra che arpionò in qualche modo il cerchio di vetro appena inciso, lo staccò dalla finestra e lo appoggiò delicatamente di lato sul breve davanzale.

«Una delle zampette può secernere gocce di colla a presa istantanea», spiegò Quentin.

Il drone si infilò senza difficoltà nel buco. La stanza le ricordò non poco quella nella quale avevano avuto la colluttazione con i due balordi di prima: legno sconnesso al suolo, una carta da parati sbiadita che pendeva tristemente dalle pareti mezza scollata, polvere ovunque visibile persino tramite una ripresa video. La stanza, però, a differenza di quella che aveva ospitato lo scontro, non era vuota, ma piena di scatoloni di ogni tipo impilati ordinatamente l’uno sull’altro. Alcuni erano in cartone, altri in legno da spedizione.

L’insetto si posizionò in un angolo alto dal quale poter visualizzare tutta la stanza e la ripresa cambiò d’improvviso diventando in bianco e nero. Si vide un lampo rosso, poi la ripresa si scurì lasciando in evidenza solo i bordi degli oggetti. Continuò così per qualche secondo: la stanza tutta blu con delle macchie giallognole, la stanza a colori invertiti, lo schermo del tutto nero a parte tre puntini bianchi che si inseguivano sull’immagine e così via.

«Sta analizzando la stanza. Ricerca di tracce biologiche, chimiche, visione termica, rilevamento fotoacustico e cose simili. Se una lucciola o uno scarafaggio controllano una stanza, puoi stare certa che non sfugga nulla.»

«Impressionante. Ehi, torna a muoversi.»

L’immagine aveva preso a scorrere più rapidamente. Il drone stava percorrendo tutto lo spazio con un metodico movimento a zig-zag. Ogni tanto la ripresa video veniva sostituita per un attimo da una delle strane inquadrature con cui aveva analizzato la stanza. Soddisfatta, l’intelligenza artificiale individuò l’uscita e si avviò ad esplorare il resto dell’edificio. In tutto non aveva impiegato più di trenta secondi.

«Non mi convincerai mai che un giorno questi cosi non si scaglieranno contro noi umani. A me poi gli insetti fanno schifo, se penso a uno sciame di scarafaggi meccanici che mi entrano in camera… Brrrr!»

«Certo, verranno a prenderti urlando in coro con le loro vocine robotiche “Viva o morta tu verrai con noi!”», rise lui. «Ehi, guarda. Il piano di sotto.»

La lucciola volò nel vano dell’unica porta della stanza. Sulla sinistra si apriva una stretta rampa di scale che scendeva in basso. L’immagine cambiò varie volte alternando il solito caleidoscopio di colori, ma evidentemente l’insetto non trovò nulla di interessante in quello spazio angusto in discesa e decise di continuare l’esplorazione passando al piano inferiore.

Scendendo di pochi metri la luminosità si abbassò radicalmente, ma la microcamera compensò l’oscurità applicando una maggiore sensibilità all’obbiettivo. La rampa di scale finiva su un corto disimpegno con una sola apertura sulla destra.

Dapprima Ashley e Quentin non capirono cosa stessero guardando. Lì dove avrebbe dovuto esserci un passaggio o una porta si vedeva solo una grande macchia sfocata. Anche il drone sembrava confuso e rimase qualche secondo sospeso silenziosamente in aria davanti a quella superficie inaspettata.

Il resto del filmato durava due secondi e terminava con un lampo bianco che occupava la totalità dell’inquadratura. Le immagini erano così rapide che era impossibile capire cosa fosse successo. Nell’abitacolo scese il silenzio.

«Cosa avremmo dovuto capire?» chiese Ashley dopo qualche secondo.

Quentin scosse la testa. «Ho l’impressione e che lo scopriremo nel secondo filmato.»

Ci aveva visto giusto. Melanie aveva preparato un altro video rallentando gli ultimi secondi di quello originale in modo da consentirne l’analisi fotogramma per fotogramma. Aveva anche stabilizzato e migliorato le immagini per renderle più comprensibili. Ashley lo riprodusse un paio di volte.

L’ingresso alla stanza in fondo alle scale era chiuso da un telo di plastica fissata agli stipiti con del nastro adesivo. L’intelligenza artificiale, con le sue analisi spettroscopiche, aveva riconosciuto il materiale e valutato che sarebbe stata in grado di forare il telo. La libellula era quindi partita come un proiettile verso la plastica tesa ed era passata dall’altra parte.

L’interno della stanza era illuminato solo da alcuni freddi neon, ma, come prima, le raffinate ottiche degli occhi meccanici dell’insetto si erano adattate immediatamente alla nuova condizione restituendo un’immagine non troppo sfocata.

Per qualche fotogramma si vedeva un lettino con un corpo adagiato sopra e una figura china su di esso. L’immagine era virata immediatamente verso la visualizzazione termoscopica disegnando i due corpi come macchie rosse e arancioni: due fonti di calore in una stanza di freddi oggetti neri o blu. Nei fotogrammi successivi, però, una fonte di calore molto superiore a quella del corpo umano, visualizzata come chiazza bianca, era partita da una struttura metallica alle spalle delle due figure umane. Nel giro di due fotogrammi il piccolo bolide rovente si era scagliato contro la libellula con precisione mortale e aveva posto fine al filmato e, con ogni probabilità, all’insetto robotico.

Di nuovo, Ashley e Quentin rimasero zitti cercando di processare quello che avevano appena visto. Pensò che Quentin stesse valutando come procedere. Lei, invece, era ammutolita vedendo quelle immagini. Quella stanza. Solo una coincidenza, pensò di nuovo. La clinica veterinaria abbandonata. Con l’insegna gotica verde. E ora quelle immagini. Sì, erano confuse e sfocate, pochi fotogrammi di ombre scure e colori alterati. Sapeva di non doverci leggere troppo, ma farlo era davvero difficile.

La stanza che aveva immaginato scrivendo il suo racconto era simile a quella che vedeva davanti a sé nel video montato da Melanie, ma a spiazzarla davvero era le sensazioni che quei fotogrammi le davano. Le luci soffuse di un bianco gelido, la penombra. E, sebbene si vedesse solo per pochissimo, avrebbe giurato di sapere da dove era partito il colpo che aveva messo fuori uso la lucciola. L’obbiettivo del drone non l’aveva messo a fuoco correttamente, ma era certa che si trattasse della tenda con il groviglio di ombre terrorizzanti che aveva descritto.

«Ash? Quello è Ishigawa. Il corpo sul lettino…»

«È Beatrix. Ne sono certa, ed è ferita. Ma non sono soli.»

«È probabile che sia Beatrix, sì, l’altra…»

«Sono certa che sia lei, Quentin. Ogni secondo è prezioso. È in pericolo, non possiamo attendere.»

«Ascolta. Sì, quasi certamente è lei. E sì, non sono soli. Qualcuno ha messo fuori gioco FF-98 con un’efficienza che non so spiegare. La lucciola è un drone di cinque centimetri appena entrato nella stanza. Forse è un sistema di sicurezza. Lì dentro è molto, molto pericoloso. E Bea è lì. Ecco cosa faremo. Arriviamo. Io entro. Tu aspetti Felicia e appena…»

«Io entro con te, Quentin!»

«Non questa volta. Fine della discussione. Prima non eravamo certi che ci fosse Dottor Manhunter, ora sì. E non ti sei fatta seriamente male per puro miracolo. Tu aspetti Felicia all’ingresso del vicolo. Appena arriva, le fai vedere la porta dalla quale sono entrato io e resti fuori, intesi?»

«E se non arriva?»

«Abbiamo pochi minuti di vantaggio su di loro.  Arriverà presto.»

Ashley incrociò le braccia. Quentin aveva ragione, ovviamente, così come aveva avuto ragione Ricardo quella mattina.

«Va bene. Farò il palo.»

Arrivarono alla clinica veterinaria un minuto dopo. Beatrix era lì dentro, probabilmente a meno di cinquanta metri da loro. Solo una manciata di muri li separava da lei. Da lei e da un assassino spietato. Il pensiero la riempì d’ansia. Cosa ci voleva a liberarla? Precipitarsi lì, sfondare la porta, sparare. Era così semplice, in teoria.

Quello che la faceva impazzire è che lo sapeva già da prima che era lì dentro. Da quando aveva provato a insistere perché controllassero meglio. Da quando era entrata sicura nell’altro edificio perché sentiva che non ci avrebbero trovato Ishigawa. Avevano perso solamente tempo. Adesso erano nel posto giusto, però, e magari non era troppo tardi.

Il viso di Quentin era tornato quello di un uomo. Sembrava che il ragazzino dal viso rosso e imbarazzato fosse lontanissimo. Scesero dalla macchina.

«Tu aspetta, qui, ok? Quando…»

«Arriva Felicia le dico che sei dentro. E non entro. Quentin, non pensare a me. Cerca solo di riportarci Beatrix.»

Lui annuì e si avviò nel vicolo.

Ashley si appoggiò all’angolo del palazzo provando a fingere un’aria rilassata. Voleva mimetizzarsi nella vita della strada, una ragazza come tante in attesa di un appuntamento in un qualunque… Ashley cercò di fare il calcolo con le dita… Che giorno era? Forse martedì. Da quella birra con Jinny e Sean, sabato sera, sembravano passati anni, eppure erano solo quattro giorni nei quali la sua vita era cambiata radicalmente senza che avesse avuto un minuto per ordinare le idee. O per riposare. Appoggiando la schiena al muro pensò che si sarebbe potuta tranquillamente addormentare lì in piedi.

 Davanti a lei passò un ragazzino su uno skateboard, la campanella del fornaio dava il benvenuto ai clienti, sul marciapiede di fronte, dove era parcheggiata la loro automobile, una coppia di signore di mezza età chiacchierava mentre i loro cagnolini si annusavano.

Era il più comune dei martedì mattina invernali, le persone portavano avanti le loro vite ignorando che proprio lì, in quel palazzo, a pochi metri dalle loro quotidiane preoccupazioni e attività, una ragazza, bellissima, raffinata e acuta, era stesa — svenuta? morta? — in balia di un medico-ingegnere con il corpo da culturista e l’animo da drago.

Pensare a questo paradosso le fece capire profondamente l’importanza della BEE. Era proprio quello che facevano: permettere alle persone di portare a spasso i loro cani mentre a pochi metri da loro quella Compagnia, da quattrocento anni, teneva a bada le mostruosità del mondo.

Si voltò nel vicolo. Per fortuna, con l’aiuto del cielo nuvoloso che rendeva la giornata scura, quello che stava facendo Quentin non era palese e un passante distratto non lo avrebbe notato camminando davanti all’imbocco della stradina. Vide che armeggiava vicino alla porta in metallo e si chiese se per scassinarla stesse usando qualche ritrovato altamente tecnologico, come le lucciole, o qualcosa di più tradizionale come un grimaldello. Tutte cose che fino ad allora erano state le parti meno realistiche di libri e fumetti adesso erano davanti a lei. Erano il suo nuovo mondo, e pensarlo la eccitava e terrorizzava allo stesso tempo.

Si girò nuovamente e alzò gli occhi. Sopra di lei campeggiava sbilenca l’insegna della clinica. Per tenere distratta la mente e dissipare l’ansia, iniziò a pensare a vari anagrammi della parola “veterinario”: “io tranviere”, “vi orienterà”. Quando era piccola, nelle fredde sere d’inverno, suo padre la prendeva sulla gambe e passava il tempo completando anagrammi, sciarade e parole crociate sul giornale della domenica. Spesso la coinvolgeva, e così era diventata piuttosto brava. Il pensiero, però, tornava ossessivamente alla domanda che la torturava: come aveva fatto a riconoscere quel luogo? Quando si era trovata lì davanti per la prima volta aveva provato a convincersi che si trovasse davanti ad una singolare coincidenza. Aveva piegato la logica per raccontarsi che era un caso, che forse ricordava male quello che aveva scritto.

Quando il pensiero le si posò nuovamente sul quaderno, un’idea la folgorò con la potenza delle grandi rivelazioni inattese. Un momento. Il taccuino. Mi ha fatto scrivere su quel taccuino perché sapeva che sarebbe successo questo, pensò.

Le sembrò che ogni pezzo del puzzle cadesse improvvisamente al suo posto. La BEE aveva iniziato la sua storia trattando le stranezze del mondo, che fossero esseri spaventosi o artefatti pericolosi. In una parola, tutto quello che l’uomo, non capendo, chiama magia. Aveva visto con i suoi occhi un calamaro di trenta metri vecchio seicento anni, una coppia di vetri collegati fra loro da un portale che abbatte lo spazio, una collanina inca capace di evocare demoni.

Da qualche parte aveva letto che “qualunque tecnologia sufficientemente avanzata è indistinguibile dalla magia”: Dottor Manhunter, con il suo corpo sempre meno umano realizzato unendo tecnologie futuristiche, era il corrispettivo moderno di un mostro leggendario. Quello che trattava la BEE, nel Seicento o oggi, era sempre la stessa cosa: magia.

Ad Ashley sembrò di essere affacciata sul bordo di un pozzo profondo fino alle viscere della Terra: la luce del sole ne illuminava le pietre più esterne e permetteva di intuirne i primi metri, ma poi il bagliore lasciava gradualmente spazio alla penombra e infine al buio che si estendeva più lontano di quanto lo sguardo e la coscienza potessero arrivare. Allo stesso modo, negli ultimi quattro giorni era stata esposta a cose incredibili che le persone credono miti e fantasie, ma ovviamente non erano che l’estrema punta di un iceberg grande quanto l’universo e profondo quanto le ere. Come aveva detto la signora Apfel, la stupefacente distesa di teche e oggetti che le aveva mostrato non era che una “raccolta di bizzarrie”. Non aveva idea di quello che si celasse dietro le quattro porte dell’Alveare. E aveva detto che solo negli Stati Uniti di alveari ce n’erano sei o sette. E novanta sedi della Compagnia nel mondo. Provare a immaginare il numero di segreti che la Compagnia del Sestante aveva celato per secoli le gettò addosso la sensazione angosciante di aver vissuto per ventuno anni in un mondo di cui non conosceva nulla, aver creduto ad una realtà posticcia, artefatta, fasulla.

Di quegli infiniti misteri, ora, ne aveva svelato uno: un diario con il potere di usare la mente di chi vi scriveva come una finestra aperta verso realtà lontane. Era un oggetto potentissimo, quello che le aveva affidato Virginia Apfel, e si chiese perché lo avesse dato proprio a lei anziché scrivere di suo pugno. In quel momento capì anche il senso della fotografia di Beatrix che le aveva fatto trovare nel quaderno. Probabilmente sulla foto la signora Apfel aveva gettato qualche incantesimo per creare un legame più forte con quello che avrebbe dovuto visualizzare. Oppure non c’era nulla di magico, ma sulla foto aveva messo una droga che gli indiani Navajo usano per aprire l’occhio della mente. Sarebbe potuta andare avanti all’infinto con ipotesi liberamente fantasiose e la cosa meravigliosa era la consapevolezza che non sarebbe stata sconvolta da nessuna di esse. Era giunta alla piena accettazione.

Se tutto quello che aveva scritto non era solo frutto della fantasia, questo significava anche che lei poteva sapere esattamente quello in cui si stavano andando a cacciare. Bastava ricordarlo.

Concentrati, Ashley. Cosa hai scritto?

Il modo in cui le parole erano sgorgate fuori dalla penna, senza che avesse avuto tempo di rifletterci o sistemarle o rileggerle, le rendeva difficile ricordare i dettagli. Quello che le era rimasto in mente era più che altro una miscuglio di impressioni, suoni, odori, atmosfere. Il profumo acre di alcol e disinfettanti, per esempio, o il fatto che la scarsa luce fosse molto fredda. Questo non l’aiutava in nessun modo. C’erano armi? Aveva visto altre stanze? Pensava di no.

Oltre a Beatrix aveva descritto un’altra persona di cui aveva visto con la mente solo una gamba scheletrica e pallida. Una bambina. Aveva anche un nome che non ricordava. Lei e Beatrix avevano parlato, ma cosa si erano dette? Si erano interrotte per l’arrivo di Ishigawa. Concentrandosi riusciva a ricordare la sensazione che aveva avuto di lui, il suo nervosismo, la sua irritazione. Aveva detto qualcosa in tedesco alla bambina, “No”. E lei gli aveva risposto, ma cosa?

Doveva rileggere quello che aveva scritto. E doveva farlo immediatamente. Era passato già un minuto da quando Quentin era entrato e di Felicia non si vedeva ancora traccia.

Si spostò leggermente nel vicolo per togliersi dalla strada e attivò l’auricolare.

«Campbell?»

«Queen? Doyle è dentro. La brigata ancora non arriva. Ho bisogno di parlare con la signora Apfel, è urgente.»

«Non… Non è nel protoco…»

«Ne va della vita di Beatrix, Melanie!»

«Non sono autorizzata a…» Dietro di lei la voce cavernosa di Foxx chiese la linea.

«Signorina Campbell, che succede?»

«Devo parlare con Virginia Apfel, adesso. È lei che mi ha chiesto di contattarla.»

Era una mezza verità. Le aveva chiesto di portarle il racconto al più presto. Foxx sospirò.

«Aspetti», le rispose dopo qualche secondo.

Nell’auricolare di Ashley partì un gradevole brano di bossanova del tutto inappropriato alla circostanza. Sembrava una musica da pubblicità di bigiotteria su una rete locale degli anni Ottanta.

«Mia cara. Spero sia importante», disse la voce della signora interrompendo il brano.

«Signora Apfel, mi deve perdonare. Ha preso lei il taccuino rosso? Quello sul quale stavo scrivendo il racconto che mi ha chiesto?»

«È qui sulla mia scrivania.»

«Ho bisogno… Le posso chiedere la cortesia di rileggermi l’ultima parte? Credo sia importante.»

L’ultima frase la pronunciò a fatica. Non voleva dirle che “sentiva dentro di sé” che fosse rilevante, ma era pur vero che quel quaderno dallo strano potere glielo aveva dato lei. Se l’intuizione di Ashley era corretta, la signora Apfel sapeva benissimo di cosa stesse parlando.

Sentì il fruscio di fogli e il rumore di una boccata di sigaretta.

«Hm, vediamo… Il Dottor Manhunter, bla bla, tira il telo con un gesto rabbioso verso la fine del letto. Non si nota neanche più il piede della bambina. Le ombre dei cavi tremano impaurite. “Nein”, dice l’uomo. Sembra un rimprovero sussurrato. “Otoosan…”, bisbiglia lei. Gira dietro la tenda. Il suo…»

«Perfetto, signora Apfel, è quello che mi serviva. Grazie. Signora? Farò di tutto per aiutare a riportarle Beatrix, glielo prometto.»

Sfiorò l’auricolare per interrompere la comunicazione e ripescò il cellulare dalla tasca. Ignorò le notifiche dei messaggi di Jinny che si stavano accumulando da giorni e digitò furiosamente una ricerca su internet: “otoosan”.

Non fece in tempo a leggere i risultati. Il rumore di uno sparo riecheggiò, attutito ma inconfondibile, nello stretto vicolo alle sue spalle.