Capitolo 24

Uno sparo.

Ashley buttò un altro sguardo alla strada per vedere se Felicia stesse arrivando, ma non vide altro che poche utilitarie che passavano pigramente. Mise a tacere la parte più coscienziosa del suo cervello prima che potesse intervenire sconsigliandole di agire in modo avventato e corse nel vicolo.

La porta in ferro era socchiusa. Ashley tirò a sé più lentamente che poteva. Per quello che sapeva, dietro l’ingresso avrebbe potuto esserci Dottor Manhunter armato di un bisturi o quella stessa cosa che in una frazione di secondo aveva notato la presenza della lucciola e l’aveva incenerita istantaneamente.

La porta si mosse e un alito di aria fresca le investì la faccia. Era ancora viva, nessun laser le aveva perforato il cranio e nessun bisturi aveva scavato dentro di lei. Buon segno. Diede ancora uno sguardo alla strada sperando in ogni modo di vedere Felicia, ma l’unico essere umano nei paraggi era un anziano con la testa infossata nel suo cappotto pesante. Passò davanti all’imbocco del vicolo senza neanche notarlo e scomparve.

Non sapeva se lo sparo che aveva sentito era della pistola di Quentin o rivolto contro di lui. Prese il cellulare, avviò la registrazione di un video e, aperta la porta quanto bastava per farcelo passare dentro, effettuò una ripresa di qualche secondo muovendo il telefono in su e in giù cercando di inquadrare quanto più possibile.

Ecco la mia lucciola da duecento dollari, pensò. Se mi evita una pallottola in testa sarà valsa più di quella degli amici polacchi. Al peggio ci rimetto una mano.

Ritirò il braccio e controllò rapidamente il video. La luce scarsa nel vano della porta non aiutava la qualità delle immagini. Da quello che riusciva a intuire, la porta dava in una piccola stanza quadrata. Sulle pareti alla destra e alla sinistra erano impilate delle casse, esattamente come avevano visto al piano di sopra. Dietro la colonna di casse sulla sinistra, con un ginocchio in terra, le spalle appoggiate alla cassa e le mani sulla pistola pronto a sparare, c’era Quentin. Guardava fisso verso il cellulare scuotendo la testa. Ashley tirò un sospiro di sollievo. Sembrava stesse bene.

La parete di fronte all’ingresso era occupata quasi completamente da una grossa porta rossa a due battenti. Uno dei due era socchiuso.

Il rumore di una frenata improvvisa fece alzare lo sguardo di Ashley dal cellulare. All’imbocco del vicolo si era fermata una grossa berlina blu scuro. Felicia balzò fuori dall’auto quasi prima che si arrestasse del tutto. Indossava la stessa divisa da poliziotto che le aveva visto addosso la prima volta che l’aveva vista. Levò gli occhiali da sole a specchio e i suoi occhi di un azzurro intenso individuarono immediatamente Ashley. Sistemò la coda di capelli rossi sotto il berretto e si avviò a passi veloci verso di lei portando già la mano alla fondina.

Nella luce del giorno, Ashley capì cosa le era sembrato strano della divisa di Felicia anche l’altra volta. A nessuna vera poliziotta sarebbe stato concesso di indossare una camicia e dei pantaloni così aderenti che sembravano fossero tagliati apposta per far risaltare un corpo mozzafiato. Immaginò che sacrificasse a un vezzo la perfezione della copertura.

Un secondo dopo scese dalla macchina, dalla parte del guidatore, un’altra ragazza. Anche lei era alta, ma non quanto Felicia. Aveva i tratti mediorientali, un naso sottile e le labbra larghe e carnose. I suoi occhi erano di un colore nocciola chiarissimo, la luce sembrava danzarvi dentro creando dei riflessi dorati. La ragazza aveva in testa un hijab e indossava una gonna lunga e larga. Ashley ebbe l’impressione di averla già vista, forse durante lo scontro nel centro commerciale, prima di svenire.

Non fece in tempo a pensare che quell’abbigliamento dovesse essere assolutamente poco pratico per un’azione militare, che la ragazza, con un gesto rapido ed elegante, sfilò il velo e lo fece volteggiare nell’aria. Una massa di capelli lunghissimi dai ricci minuscoli le esplose sulla schiena e con un movimento fulmineo li legò con un nodo dell’hijab in una spessa coda che le arrivava fin sotto la schiena. Con l’altra mano tirò un laccio della gonna-pantalone e questa le si strinse alle gambe.

Contemporaneamente, dallo sportello posteriore, spuntò un enorme anfibio nero. Uscì dall’auto un uomo sulla quarantina che Ashley era certa di non aver ancora mai visto. Aveva i corti capelli completamente bianchi e un filo di baffi, sottilissimi e curati, ugualmente candidi. Portava un gilet militare verde con mille tasche aperto su una maglia senza maniche che lasciava scoperti i bicipiti gonfi e abbronzati. Attaccato ai pantaloni, anch’essi pieni di tasche, pendeva un machete dalla dimensione probabilmente illegale in ogni paese del mondo. Appena sceso dalla macchina sputò per terra una gomma da masticare, prese dal sedile una valigia metallica dall’aspetto pesante e si avviò verso Ashley. Dopo qualche passo recuperò un’altra chewing-gum da una delle infinite tasche del gilet e ricominciò a masticare.

«Sepideh Habib, Colin Riffenburgh, Ashley Campbell. Quentin è dentro?» chiese Felicia nel suo modo sbrigativo.

La ragazza, Sepideh, le sorrise. Colin si limitò a salutarla con un cenno della testa sottolineato da un morso alla gomma.

«Sì», rispose Ashley passandole il cellulare e avviando il video che aveva appena girato. «È proprio dietro l’ingresso, a sinistra, dietro una colonna di scatoloni.»

Felicia finì di guardare il breve filmato.

«Ishigawa è dietro la porta rossa di fronte a questo ingresso. Quentin ha sparato sulla serratura per aprirla. Colin, Sep, voi sulla destra, io a sinistra con Quentin. Apro io, non escludo che ci attacchi immediatamente. La priorità è Beatrix, poi fermare lui. Colin, cerca di tenere i tuoi cannoni a bada. Lo spazio è piccolo e non vogliamo rischiare di colpire Beatrix per errore.»

L’uomo grugnì e la sottile linea dei suoi baffi bianchi disegnò un sorriso compiaciuto.

«Felicia», la interruppe Ashley. «Non sono soli.»

«C’è un sistema di sicurezza, abbiamo visto il filmato di Melanie.»

«Non credo sia un sistema. È una persona.»

Felicia alzò il sopracciglio rosso.

«La visione termoscopica non mostrava un terzo corpo.» Il suo modo di parlare autoritario non ammetteva repliche. «Questi li hai visti?» chiese tirando fuori da una tasca una lucciola.

Ashley annuì. Sepideh finì di digitare qualcosa su un piccolo tablet uguale a quello che Ashley aveva usato come arma. Il drone si alzò in volo dalla mano di Felicia e Habib passò il tablet ad Ashely con un ampio sorriso dolce.

«Così all’Alveare possono seguire l’azione», le disse.

Colin e Sepideh si misero ai lati della porta. Felicia buttò un occhio all’imboccatura della strada e appurato che non stesse passando nessuno estrasse due pistole dalle fondine che aveva sotto le ascelle e aprì la porta. Nel giro di un secondo erano dentro anche gli altri. La lucciola, evidentemente programmata per seguire l’azione, si infilò nel vano e scomparve dalla vista di Ashley che chiuse l’ingresso e si concentrò sul tablet. La visione dall’alto della stanza era perfetta.

Quentin, con la pistola stretta nelle mani, si era schiacciato contro la parete per fare spazio a Felicia dietro la colonna sinistra di scatoloni. Sulla destra, Colin aveva aperto la sua valigia con un colpo secco della mano e senza che Ashley potesse vedere come avesse fatto si era ritrovato in mano un enorme fucile d’assalto. Sepideh era entrata nella stanza un attimo dopo di lui e aveva piroettato fino al suo fianco estraendo contemporaneamente una pistola dagli ampi pantaloni. Ashley notò che una delle pistole di Felicia non era affatto convenzionale, sembrava l’incrocio fra un giocattolo e un aggeggio uscito da un film di fantascienza degli anni ’70.

«Ludwig Ishigawa!», urlò Quentin. «Sappiamo chi sei, sei circondato e stanno arrivando rinforzi. Non rendere questa situazione più complessa di quella che è. Lascia andare la ragazza e possiamo trattare la…»

Non fece in tempo a finire la frase. La lucciola si era spostata vicino all’ingresso dall’ampio garage che Dottor Manhunter aveva trasformato in laboratorio e sala operatoria. Al di là della porta socchiusa Ashley vide l’uomo, in un vestito aderente nero che sembrava esplodere sotto i suoi muscoli, vicino ad un lettino da ospedale sul quale era stesa Beatrix. Non si vedeva chiaramente se fosse cosciente o meno, ma sul cuscino sotto la sua testa si allargava un’ampia macchia scura di sangue.

Ishigawa strinse nel pugno la cintura di cuoio con la quale aveva bloccato il busto di Beatrix al letto. Ashley vide il bicipite gonfiarsi e strappare la spessa cinghia come fosse un filo di cotone. Stava per prenderla e sollevarla con un solo braccio, quando Ashley sentì Felicia urlare qualcosa.

Lei e Quentin si scambiarono i posti ruotando l’uno sull’altra. Con due colpi in sequenza, di precisione millimetrica, Doyle fece saltare in aria i cardini della porta socchiusa che iniziò a cadere lentamente verso la stanza dove si trovata Ishigawa. Contemporaneamente Colin impugnò il fucile con entrambe le mani e lo usò per far saltare il coperchio della cassa in legno dietro la quale era al riparo. Il pezzo di legno saltò in aria in una pioggia di schegge e lui lo afferrò a volo impugnandolo davanti a sé come uno scudo. Scattò in avanti.

Sepideh prese il suo posto e puntò la pistola in avanti per offrire fuoco di copertura. Lo stesso fecero Felicia, inginocchiata e con entrambe le armi puntate davanti a sé, e Quentin che si sporse sopra di lei. Il grandangolo della telecamera della libellula consentiva ad Ashley di guardare quello che accadeva da entrambe le parti della porta che stava cadendo. Trattenne il fiato. Beatrix, inerme, sembrava ancora più delicata vicino ad Ishigawa, gli sarebbe bastato un colpo del braccio per ucciderla. Invece avvicinò la mano al tavolino da ospedale di fianco al letto di Beatrix e tutti gli utensili medici gli schizzarono in pugno.

Colin raggiunse l’uscio con due balzi e spiccò un salto contro la porta colpendola con la spalla. Questa accelerò la caduta sotto la spinta del suo peso e lui ne accompagnò il movimento con una capriola. Si ritrovò inginocchiato a mezzo metro da Ishigawa. Colin allungò gamba e diede un calcio al letto su cui giaceva Beatrix e le rotelle lo portarono lontano dalla scena dello scontro.

Con uno scatto del polso, Ishigawa fece schizzare un scalpello medico che aveva raccolto dal tavolino dalla mano sinistra a quella destra e abbatté il braccio contro la testa di Riffenburgh che fu rapido a sollevare su di sé il coperchio della cassa. Si piegò completamente sotto la potenza del colpo, la lama superò il legnò e si piantò nel braccio di Colin che però era riuscito ad evitare un coltello nel cranio. Emise un gemito di dolore.

Felicia, intanto, era scattata in avanti e si era spostata dietro porta che era rimasta in piedi.

«Non hai possibilità di uscire vivo di qui, Ishigawa», urlò. «Puoi solo scegliere se uscirne vivo o avvolto in telo che butteremo in un inceneritore.»

Sepideh, da dietro la sua copertura, lo teneva sotto tiro sfruttando lo stipite abbattuto che le dava un visuale aperta sull’uomo.

Ashley seguiva la scena con apprensione. Un fiume di sangue stava sgorgando dal braccio di Colin Riffenburgh e gli colava su tutto il corpo. Il lettino di Beatrix, però, era fuori dalla visuale di quanto inquadrato dalla lucciola, nella parte più ombra. Se aveva capito bene come era strutturato l’edificio, doveva esser vicino all’ingresso coperto da un telo di plastica dal quale era entrata FF-98. Guardò in alto verso la finestra dalla quale il drone si era infilato nella palazzina. Se fosse riuscita ad arrivare là su, le sarebbe bastato scendere le scale e tirare Beatrix fuori dalla scena dello scontro, lontana da eventuali pallottole vaganti. Si guardò intorno sperando nel miracolo di una scala abbandonata, o qualcosa del genere, ma quello che vide fu altro.

I rinforzi fu la prima cosa pensò. Una coppia di poliziotti stavano passando faticosamente nello stretto spazio che l’auto aveva lasciato all’imbocco del vicolo. Uno era un uomo di colore sulla cinquantina con un enorme ventre rotondo che gli ballava davanti ad ogni passo e che gli stava impedendo di superare la macchina. L’altro era un ragazzo parecchio giovane, secco e un po’ ingobbito, che stava chiamando la centrale con la radio.

Ashley pensò al travestimento che usava Felicia e capì immediatamente che quei due erano poliziotti veri.

«Che succede qui?», chiese quello più anziano. «È tua quest’auto? Abbiamo sentito degli spari.»

Ashley si congelò. Si era chiesta più volte come la BEE potesse, in concreto, girare armata, fare sparatorie, vestirsi da forze dell’ordine senza destare sospetti e senza che la polizia li fermasse o controllasse. Avevano sicuramente agganci, protocolli e chissà cos’altro, ma lei, ovviamente, non ne aveva idea. Agì d’istinto.

«Buongiorno agenti. No, credo che l’auto sia sua», rispose indicando in direzione della macchina, alle spalle dei due poliziotti.

Gli uomini si voltarono appena per un secondo, il tempo che Ashley impiegò per aprire la porta e infilarsi nella casa.

Quello che non le aveva trasmesso la telecamera del drone era l’odore di polvere da sparo che i colpi esplosi in luogo così piccolo e chiuso avevano lasciato nell’aria. Gli occhi e la gola presero a bruciarle non appena fu dentro. Era anche molto più scuro di quanto gli aggiustamento automatici dell’obbiettivo non le avessero fatto intuire.

Chiuse la porta dietro di sé e qualcosa la colpì immediatamente sulla sinistra.