Capitolo 25

Il buio si impadronì nuovamente della stanza d’ingresso quando Ashley chiuse la porta dietro di sé. Appena lo spiraglio di luce scomparve, qualcosa la colpì violentemente sulla sinistra.

Ecco, questa volta ci siamo davvero. Sapeva che entrando si sarebbe trovata esattamente davanti ad Ishigawa che tramite la porta sfondata avrebbe avuto una linea di tiro perfetta verso di lei. Ma non era un coltello quello che l’aveva colpita. Era grande, caldo e pesante. Quentin si era tuffato fuori dal suo nascondiglio su di lei e l’aveva gettata a terra sul lato opposto della camera, dietro l’alta pila di scatoloni dove era apposta Sepideh. Si ritrovò schiacciata sotto il corpo del ragazzo, i loro nasi quasi a contatto.

«È la terza volta in tre giorni, Quentin», disse con il poco fiato che aveva nei polmoni, «inizio a pensare che ci stai prendendo gusto.»

«Per cambiare potresti provare a non farti colpire in ogni modo possibile da Manhunter. Che ci fai qui?»

«Due poliziotti. Dobbiamo bloccare la porta.»

Sepideh scattò in avanti mettendosi dietro lo stipite, lasciando Ashley e Quentin nascosti nello spazio fra la colonna di casse e il muro.

Ashley gettò uno sguardo alla porta tagliafuoco dalla quale era entrata  e vide il maniglione antipanico  orizzontale che ne prendeva tutta la larghezza. Doveva trovare il modo di bloccarlo. Pensò all’esplosione di legno che aveva causato Colin quando aveva sfondando la copertura di una cassa e si guardò intorno. Le schegge erano troppo piccole, ma il colpo aveva quasi scardinato una delle tavole di legno di cui era costruita la cassa che gli forniva copertura. 

Una lama di luce alle loro spalle iniziò ad allargarsi fendendo la semi-oscurità.

«Quentin, la porta!» disse Ashley.

Lui afferrò il maniglione con entrambe le mani e, cercando di non uscire troppo allo scoperto, lo tirò verso di sé chiudendolo violentemente. Con il viso contratto dallo sforzo iniziò a tenerlo bloccato verso l’alto.

«Resisti solo un attimo», gli sussurrò Ashley con la voce rotta dallo sforzo.

Stava tirando la tavola di legno sconnessa cercando di romperla. Puntò un piede contro la cassa e con uno schiocco riuscì a staccarla. La dimensione era più o meno giusta e la incastrò sotto il maniglione che Quentin stava reggendo verso l’alto contrastando lo sforzo dei poliziotti dall’altro lato della porta. Aveva le vene nel collo gonfie per lo sforzo. Si assicurò che l’asse di legno reggesse e lasciò andare la maniglia. Si appoggiarono alla parete per riprendere fiato.

Quando Quentin l’aveva buttata in terra, ad Ashley era caduto il tablet di mano.

Se mi dessero uno stipendio avrei paura che mi sottraessero il costo di questi cosi. Mi sa che ho rotto il secondo, pensò.

Provò a cercarlo in terra con lo sguardo, ma nel buio di quell’angolo riusciva a malapena a vedersi i piedi. Prese il cellulare per usarlo come torcia. Appena lo sbloccò vide che era rimasto sulla pagina della ricerca che stava facendo quando aveva sentito il rumore del primo colpo di pistola: “otoosan”. Il suo sguardo cadde sui risultati. Il primo: “Differenza fra Otoosan e Chichi”. Non aveva idea di cosa significasse. Il secondo risultato: “Dizionario giapponese online – Otoosan: Papà”.

Non è possibile…

«Non muoverti» le disse Quentin uscendo dal nascondiglio e portandosi sul lato sinistro della porta d’accesso all’altra stanza dove fino a pochi istanti prima c’era Felicia.

Ashley recuperò da terra il tablet miracolosamente intatto. Era caduto nella fodera della valigia da cui Colin aveva estratto il suo fucile. Dentro c’era ancora una pistola e vari accessori che Ashley non sarebbe stata in grado di distinguere. Si acquattò fra le casse e la parete. Il drone continuava imperterrito a riprendere il combattimento che sembrava ancora più concitato ora che si erano aggiunti i colpi ritmati dei poliziotti che cercando di abbattere la porta intimando ad alta voce di aprirla e comunicando che c’erano altre pattuglie in arrivo. Si stava mettendo male.

Colin, sempre inginocchiato ai piedi di Ishigawa e con la tavola di legno che lo parava dai suoi colpi, aveva perso il fucile d’assalto senza essere stato in grado di esplodere un singolo colpo. Recuperato l’enorme machete, l’aveva piantato con forza nella gamba di Manhunter. Felicia ne aveva approfittato per uscire dalla copertura dietro la porta ed entrare nella stanza, portarsi fra Ishigawa e il letto con su Beatrix che Colin aveva calciato verso un lato, e prendere l’uomo sotto tiro. Anche Sepideh e Quentin, riparati dietro la porta, avevano le pistole puntate verso di lui.

«Metti giù quei bisturi» ordinò Felicia. «Lentamente. È finita, Ishigawa.»

L’uomo sembrava congelato nella sua posizione. Nella enorme mano sinistra stringeva una decina di strumenti chirurgici, nella destra una sega da ossa. Il machete piantato nello stinco sembrava non causargli nessun dolore, nel suo sguardo si vedeva solo furore. Fissò negli occhi Sepideh e Quentin, nascosti dalla porta davanti a lui, poi spostò lo sguardo verso Felicia.

Avvenne tutto contemporaneamente nella frazione di un secondo. Un lampo blu emanò dal taglio sulla gamba di Ishigawa dove era piantato il machete di Colin. La lama tremò leggermente, poi schizzò fuori dalla coscia accompagnata da un fiotto di sangue.

Un bagliore azzurro illuminò la mano destra del dottore e i muscoli del suo braccio scattarono come molle d’acciaio verso Felicia. La sega la colpì in pieno petto mandandola a sbattere rumorosamente contro un armadietto appoggiato alla parete. Dalla pistola di Felicia partì un colpo, ma troppo tardi, quando era già sbilanciata. Un cascata di scintille piovvero dal soffitto e una delle poche luce al neon esplose.

Il machete di Colin, prima ancora che avesse potuto toccare terra, venne attratto dalla forza magnetica del corpo di Manhunter e gli schizzò nella mano ora libera dalla sega. Con una ginocchiata poderosa colpì in pieno il viso di Colin. Sepideh e Quentin fecero fuoco, ma i loro proiettili riuscirono solo a bucare il camice di Ishigawa che con un balzo felino era già scomparso dalla posizione che occupava un attimo prima. In volo, con il corpo allungato a mezz’aria, l’uomo scagliò tutti i bisturi che aveva ancora nella mano sinistra verso l’ingresso che forniva loro copertura, una salva di proiettili mortali che brillarono per un istante sotto le fredde luci prima di schiantarsi rumorosamente nella porta di ferro, nei suoi cardini, nelle casse dell’altra stanza.

Sepideh cacciò un urlo e si accasciò perdendo la pistola. Uno dei coltelli le aveva preso il braccio. 

Ashley aspettò con apprensione che la lucciola si riposizionasse in modo da inquadrare tutta la scena. Felicia stava recuperando le sue pistole e cercava di rimettersi in piedi. La sega da ossa era piantata all’altezza dello sterno, ma nella camicia aderente non si vedeva sangue: probabilmente indossava una copertura antiproiettile che seguiva e accentuava le forme sinuose del suo corpo. Quentin si era ritirato dietro la porta e si stava informando sulle condizioni di Sepideh che provava a sfilarsi da sola il bisturi dall’avambraccio.

Ludwig Ishigawa, intanto, era atterrato di fianco al lettino occupato da Beatrix e l’aveva sollevata. Le cingeva il busto nella morsa del suo braccio tenendola stretta davanti a sé. Il viso della ragazza, ancora inerme, era sollevato dalla lama del machete. Il sangue che prese a scorrerle dal collo si unì a quello che già sgorgava dalla profonda ferita che le scendeva dall’attaccatura dei capelli fin sotto al mento. 

Manhunter parlò lentamente con voce metallica. Non aveva alcun accento e nessuna inflessione. I suoi occhi dardeggiarono intorno a lui colmi di collera fino a fermarsi in quelli di Felicia, ma la voce non lasciava trasparire alcuna emozione.

«Il vostro disturbo termina qui. Conterò fino a quindici. Se al termine del mio conteggio non avrò sentito la porta d’accesso all’edificio chiudersi dietro di voi, reciderò il collo della vostra amica. Questa lama è abbastanza lunga da permettermi il taglio contemporaneo di carotide e laringe. Il suo corpo sarà morto entro tre secondi, ma l’ossigeno nel suo cervello le consentirà di provare panico per almeno due minuti. Se nella prossima mezz’ora dovessi avere il solo sospetto della vostra presenza a meno di un chilometro da qui, passerete il prossimo mese a cercare il suo corpo in qualche discarica. Uno, due…»

«Aspetta…» provò a dire Sepideh, ma Quentin era già piegato verso di lei e la stava tirando su. Ashley si tirò in piedi e si affacciò dietro la cassa. Sul volto di Quentin era dipinto il panico più selvaggio.

All’interno della stanza calò il silenzio interrotto solamente dalla conta di Ishigawa e dai colpi che la polizia continuava a dare alla porta d’ingresso minacciando di sfondarla.

«Quattro…»

Gli occhi azzurri di Felicia si fissarono per un attimo con odio bruciante in quelli di Manhunter, poi, con la sega ancora piantata al centro del petto, mormorò una minaccia e si rimise faticosamente in piedi. Colin era una maschera di sangue. La ginocchiata gli aveva massacrato il naso. Arrancava verso l’uscita trascinando il grosso fucile automatico in una mano, mentre l’altro braccio gli pendeva al fianco con il pugnale ancora conficcato nei muscoli attraverso lo scudo di legno improvvisato. Rivoli di sangue sgorgavano dalla ferita creando un motivo astratto cremisi che terminata sulle dita gocciolanti.

«Sette…»

L’istinto di Ashley fu quello di lanciarsi fuori dalla porta come stavano per fare gli altri, ma l’immagine di quello che sarebbe accaduto la congelò all’istante: lei che tira un calcio all’asse di legno per sbloccare la maniglia, i poliziotti che fanno interruzione, una baraonda di persone in quello spazio angusto che si scontrano correndo in direzioni opposte, Ishigawa che fa scorrere la lama sul collo di Beatrix. La sola immagine fu come un cazzotto nello stomaco, sentì la nausea chiuderle la gola.

«Otto…»

In quell’istante seppe cosa fare. Dottor Manhunter era un colosso di muscoli avviluppati in modo innaturale intorno a tecnologie da film di fantascienza, ma lei dalla sua parte aveva la magia che Virginia Apfel le aveva affidato. Ora sapeva perché.

«Undici…»

Ashley incrociò Colin sulla porta e gli occhi lacrimosi di lui si riempirono di stupore quando la vide arrivare contro di sé. Lei sgattaiolò al suo fianco e gli passò sotto il braccio.

«Quattor…»

Il dottore lasciò la parola a metà.

«Ora conto io.» Ashley diede uno sguardo fugace a Beatrix, poi fissò gli occhi in quelli di Ishigawa. «Se al mio tre non hai posato il machete, hai lasciato andare la mia amica e non sei in ginocchio, io le sparo.»

Il braccio destro di Ashely era teso verso la tenda alla sua destra. In mano impugnava la grossa pistola che aveva recuperato dalla valigia di Colin. Non aveva idea di come usarla. Non sapeva se fosse carica. Non era certa che non avesse una sicura inserita.

Nell’istante di silenzio che seguì, un gelido torrente di razionalità le scrosciò addosso all’improvviso risvegliandola dal sogno illusorio nel quale le sue fantasie l’avevano fatta piombare. C’era sul serio in ballo la sua vita e quella di Beatrix. Aveva davvero in mano una pistola che non sapeva usare. Quell’uomo, davanti a lei, impugnava un machete fin troppo reale.

E tutto il suo gioco si basava su due righe che aveva scritto di getto nel pomeriggio e che si era convinta fossero “magiche”.