Capitolo 26

«Tre.»

Ashley iniziò il suo breve conteggio con voce gelida.

Non sapeva neanche se quello che stava facendo era un bluff oppure no, ma in quelli che potevano essere i suoi ultimi istanti di vita, doveva sembrare convincente. Aveva la gola secca, ma le sue parole dovevano risultare stentoree. Il braccio le doleva e non avrebbe mai immaginato che una pistola potesse pesare così tanto, ma doveva evitare di tremare.

Entro pochi attimi avrebbe saputo se aveva condannato se stessa e Beatrix alla morte o se era riuscita a salvare quella ragazza che da tre giorni tormentava i suoi pensieri affacciandovisi con insistenza e riempiendole la mente con i suoi occhi occhi verdi enormi, con il profumo delle sue colonie costose, con le sue labbra rosa e gonfie, con il suo sorriso che, quando esplodeva sul suo visto austero, le faceva sentire lo stomaco bollente.

Avvertì un fruscio leggero alla sua destra, lì dove stava puntando l’arma. Per la prima volta sul viso di Ishigawa apparve un sentimento diverso dall’odio, dal disprezzo, dalla crudeltà: la paura.

«Due.»

Ishigawa lanciò uno sguardo colmo di panico verso la tendina opaca e Ashley seppe che le sue non erano state solamente farneticazioni. Stava puntando una pistola contro una bambina usandola come ricatto e questo la rendeva un mostro esattamente come la persona che aveva davanti.

Non farmi arrivare a tre…

Dottor Manhunter lanciò lontano il machete che cadde rumorosamente sulle mattonelle nell’ombra più lontana dell’ampia stanza. Si abbassò sulle ginocchia, appoggiò Beatrix sul pavimento senza troppa cura e incrociò le mani dietro la nuca.

Ashely sentì i passi dei compagni alle sue spalle. Con la coda dell’occhio vide due braccia armate dietro di lei che puntavano contro l’uomo inginocchiato.

Ce l’aveva fatta.

Voleva solamente che Felicia, Colin e gli altri prendessero in consegna Ishigawa e le dicessero che poteva rilassarsi, che era tutto a posto, che avrebbero pensato a tutto loro. E voleva correre da Beatrix e sincerarsi delle sue condizioni. E gettarsi sotto la doccia e piangere un po’ per sfogarsi e poi buttarsi su letto morbido e pulito e dormire per due giorni di seguito.

Fece per abbassare la pistola quando Ishigawa urlò a pieni polmoni con una violenza che le fece gelare il sangue nelle vene.

«Clem! Lauft!»

Il bracciò dell’uomo, con un movimento fulmineo, afferrò il letto da ospedale alle sue spalle e lo scagliò contro l’ingresso. Quentin fece fuoco e il fragore del colpo trafisse l’orecchio di Ashley come una pugnalata. Il suo colpo centrò il sottile materasso mentre era in volo verso di loro e fece nevicare fiocchi di imbottitura sintetica in tutta la stanza. Poi il letto si schiantò contro le porte in ferro e deflagrò in una gragnola di pezzi di metallo. L’ammasso di ferri rimbalzò e investì in pieno Ashley che si ritrovò per terra con una gabbia di spunzoni appuntiti che premevano contro ogni parte del suo corpo.

Ishigawa volò sopra di lei diretto verso la tenda. In qualche modo aveva perso il camice e la maglietta nera aderente metteva ulteriormente in risalto la muscolatura innaturale del suo corpo.

«Ora basta!» ruggì Felicia.

Scansò di Quentin con una spallata e fece fuoco.

«No!» urlò Ashley vedendo che aveva puntato nella direzione in cui ora sapeva esserci la figlia di Dottor Manhunter, ma si ritrovò a urlare nel vuoto. Il rumore provocato dall’arma di Felicia non fu quello di una normale pistola, come il fragore assordante di quella di Quentin. Un boato profondo, un WOOOOM baritonale si espanse nella stanza. Per un istante Ashley fu convinta che le fossero esplosi i timpani. Il suono ebbe un impatto fisico sull’ambiente. Ad Ashley sembrò che l’aria le venisse risucchiata fuori dai polmoni per poi tornare a invadere violentemente la stanza provocando un vento tempestoso che sembrava volesse strapparle la pelle di dosso. 

Era come se un uomo invisibile le stesse premendo i pollici nelle orbite degli occhi provocandole un dolore lancinante. Rovesciò come potè la testa all’indietro terrorizzata dall’idea che il colpo avesse potuto cogliere la bambina, ma non era pronta a quello che le si presentò alla vista. Lì dove le normali pallottole non erano mai riuscite neanche a sfiorare l’uomo, il tiro di Felicia aveva centrato in pieno un braccio.

Per un istante Ashley immaginò che il dolore bruciante che provava agli occhi le stesse impedendo di vedere correttamente. Il braccio dell’uomo diventò istantaneamente bruno, completamente ricoperto di chiazze livide come se una banda di pugili si fosse sfogata su di esso. Poi avvizzì. Non avrebbe saputo descrivere meglio quello che vide: il gigantesco arto di Ishigawa si restrinse, i muscoli si sgonfiarono come se fossero palloni bucati diventando una massa di pelle livida che cadeva penosamente sull’osso.

Ishigawa gridò di dolore. La violenza dell’onda che lo aveva travolto lo sbilanciò. Aveva posato il piede per terra dopo il suo balzo inumano. Incespicò in avanti per un paio di metri e d’istinto cercò di mantenere l’equilibrio appoggiandosi alla prima cosa che aveva davanti: la tenda di plastica opaca. Nella sua caduta il dottore portò con sé in telo e la struttura a cui era attaccata.

Ashley, sempre incastrata sotto il letto deformato e con spuntoni di stecche d’acciaio che le premevano contro tutto il corpo era riuscita a girarsi. Quello che vide la lasciò a bocca aperta.

Raggomitolata ai piedi di un letto da ospedale grande il doppio rispetto a quello su cui era stata distesa Beatrix, una bambina di circa dieci anni, gracile e pallida, si guardava intorno con occhi giganti terrorizzati.

Ho puntato una pistola contro quell’esserino, fu il primo pensiero di Ashley.

Poi i suoi occhi lacrimosi riuscirono a mettere meglio a fuoco l’immagine della bambina nascosta nell’ombra che il freddo neon sopra di lei proiettava illuminando dall’alto il letto.

Dal lato sinistro della testa cadeva una massa di capelli lunghi e sottilissimi, di un biondo così chiaro da essere quasi bianco come i capelli candidi del padre. Su quel lato il viso era orrendamente deturpato, la pelle diafana composta da un patchwork di chiazze di colori leggermente diversi, come se fosse stata rattoppata. L’occhio, enorme e di azzurro chiarissimo, sembrava navigare al centro di un’orbita cadente. Sul cranio, dal lato opposto, non crescevano capelli. Presentava la stessa distesa di pelle non uniforme della parte sinistra del viso. La metà destra del volto era occupata da una maschera bianca, lucida, che rifletteva la poca luce che le arrivata. Il naso era costituito da tre fori verticali. L’occhio, che inizialmente ad Ashley era sembrato gigante, era lo stesso congegno biomeccanico che aveva installato il padre, un cerchio nero e lucido che nonostante la natura artificiale riusciva, sul volto della bambina, ad essere tristemente espressivo: mostrava sgomento e paura.

Averla davanti agli occhi fece tornare in mente ad Ashley i particolari che le avevano svelato durante la riunione nell’Alveare: Clementine Ishigawa, malata di un cancro incurabile dall’età di quattro anni. Il cadavere carbonizzato della madre era stato recuperato dalle lamiere dell’auto con cui tutta la famiglia aveva avuto un incidente. Ludwig Ishigawa non era stato l’unico a salvarsi. 

La bambina si girò preoccupata verso il padre cercando una guida.

«Das Mannloch!» urlò nuovamente l’uomo. Cercava di liberarsi dalla struttura che lo aveva imprigionato, ma con il solo braccio destro — quello sinistro era ridotto a un pendulo brandello di pelle e ossa — il suo era un tentativo che, se non fosse per l’odio che Ashley provava per lui, avrebbe definito patetico.

Clementine si mise in piedi con uno scatto che Ashley non avrebbe sospettato, dato l’aspetto emaciato che emanava tutta la figura della bambina. Fu allora che notò il resto del corpo. Entrambe le gambe erano realizzate in una lega metallica bianca e lucida, la stessa della mezza maschera che le copriva il lato non ustionato del viso. Avevano una forma elegante, rotondeggiante e affusolata, ma qualcosa di sbagliato che Ashley non riusciva a inquadrare le faceva sembrare aberranti. Poi capì: si piegavano al contrario, come quelle di una gazzella, e non in avanti, come le gambe degli uomini.

La bambina indossava una maglietta azzurra con stampata sopra la principessa Elsa di Fronzen. Un braccio e parte del busto gracile erano gli unici elementi umani che fossero rimasti intatti. Dalla maglietta spuntava un braccio realizzato nella stessa forma elegante delle gambe. Ashley notò che vi aveva appicciato sopra un adesivo delle Superchicche.

Ishigawa era riuscito a mettersi in piedi. Urlò rabbiosamente qualcosa in giapponese e gonfiò il corpo quanto potè frapponendosi fra le pistole che continuavano ad essere puntate contro di lui e la bambina che era scappata alle sue spalle.

Ashley, dalla sua posizione abbassata, poteva guardargli fra le gambe. Vide la bambina inchinarsi in un punto del pavimento sul quale si apriva una botola, sollevare il braccio robotico dietro la testa e farlo poi scattare con velocità portentosa contro la piastra che esplose sotto la furia del colpo mandando in aria spessi pezzi di ferro contro di lei che parve non accorgersene neanche.

«Otoosan?» piagnucolò girandosi verso il padre.

«Lauft, Clem! Lauft!»

Piangendo la bambina si lasciò cadere nel buco buio e scomparve.

Ashley avvertì l’esitazione nei suoi compagni. Lei era rimasta sconvolta dalla visione della bambina, eppure sapeva già, in qualche modo, che fosse lì. Naturalmente non si aspettava che fosse così orrendamente deturpata e con più di metà del corpo costituita da parti meccaniche. Quentin, Felicia e gli altri, però, non avevano assolutamente idea del fatto che la figlia di Ishigawa fosse sopravvissuta all’incidente nel quale aveva perso la vita la madre, né tantomeno del fatto che fosse lì, a pochi metri dalle pallottole che stavano sparando.

Nelle due occasioni in cui si erano incrociati, Ashely non aveva mai visto un’espressione differente dall’odio o dalla gelida indifferenza negli occhi di Dottor Manhunter. Quell’uomo, ora, davanti alla prospettiva di mettere a repentaglio la figlia, sembrava spaventato come il maschio alpha di un branco di lupi il cui vigore si fosse immediatamente affievolito nel vedere il suo cucciolo ghermito da una tagliola.

Scomparve.

Ishigawa approfittò dell’attimo di esitazione delle persone che lo tenevano sotto tiro e con un salto aggraziato all’indietro, nel giro di un battere di ciglia, aveva lasciato la stanza ed era stato inghiottito dall’oscurità del buco.

«Merda», sospirò Felicia.

Appena l’uomo fu sparito, le spalle di Quentin e Felicia si rilassarono un poco e abbassarono le armi dirigendosi verso Beatrix. Colin, il cui naso continuava a grondare copiosamente sangue, passò loro davanti tenendo il fucile d’assalto puntato verso il foro che Clementine aveva aperto sul pavimento. Sepideh si precipitò da Ashley per liberarla dalla gabbia costituita dalle sbarre contorte del letto.

Negli attimi di silenzio che seguirono tornarono a sentire le urla dei poliziotti che, chiusi fuori dalla porta, stavano cercando di sfondarla. Di certo Ishigawa aveva fatto qualcosa per rinforzare l’ingresso, altrimenti non si poteva spiegare come mai non fossero ancora riusciti a sfondarla. Di certo tutte le grida e i colpi di pistola che avevano sentito dall’interno li avrebbe autorizzati ad un celere intervento.

«Beatrix è viva, ma non risponde», disse agitato Quentin all’auricolare. «Abbiamo urgente bisogno di un’autoambulanza. Non lo so, Mel, scaricateli a bordo strada, non mi importa! Dobbiamo portare via Beatrix da qui! E ci sono quei due poliziotti all’ingresso. Va bene, connettimi. Dammi un luogo… Ok.»

Prese il telefono dalla tasca e lo passò a Felicia.

«Liz, Manda un dispaccio per una sparatoria con feriti in Rosedale Avenue»

Lei afferrò il telefono. Parlò con voce autoritaria e professionale.

«A tutte le unità in zona, 10-10 in Rosedale Avenue, un agente ferito. Ripeto un agente ferito.»

Ashley immaginò che la strada fosse vicina a quella a quella in cui si trovavano. Sentì crepitare i ricevitori dei due agenti all’ingresso.

«Qui Smith, siamo in zona ma impegnati in un possibile 10-10S, abbiamo chiesto rinforzi.»

La voce del poliziotto arrivava ovattata da fuori la porta e un poco più chiara dal cellulare che Quentin aveva passato a Felicia.

«I rinforzi arriveranno fra pochi istanti, agente, lasciate subito la vostra posizione e raggiungete immediatamente Rosedale Avenue.

«Ricevuto», confermò l’agente.

La radio dei poliziotti scricchiolò mentre si allontanavano borbottando qualcosa di incomprensibile.

Quentin aiutò Felicia a stendere Beatrix su una coperta e si concessero tutti un sospiro di sollievo che durò un attimo.

«E quella chi era?», chiese Felicia. «La figlia di Ishigawa? Non era morta nell’incidente sul lago?»

«Evidentemente è sopravvissuta sia all’incidente che al tumore, ma è rimasta orrendamente mutilata, poverina», disse Sepideh. Il suo viso dolce esprimeva dolore sincero mentre aiutava Ashley a sollevarsi. Le faceva male dappertutto e non riusciva a stare dritta senza avvertire fitte di dolore alla parte sinistra del costato.

«Ashley?», la chiamò Quentin che fino ad allora non aveva aperto bocca. «Come facevi a sapere…»

«Stavo solo osservando le immagini della lucciola», disse rapidamente scrollando le spalle, «e ho notato qualcosa che si muoveva dietro la tenda. Così ho azzardato.»

Felicia, Sepideh e Colin si guardarono per un attimo.

«Hai azzardato?», scandì lui.

«No, ho solo… Beh, dalle ombre mi è sembrato…»

«Ti è sembrato?» urlò. «Avresti potuto far ammazzare te e Beatrix!»

Prima, in seguito alla colluttazione con i due drogati, l’aveva visto arrabbiato e nervoso, ma quella che aveva davanti era un’altra persona. Questa volta il rosso del viso non era dato dall’imbarazzo, ma  dalla collera. Tacque.

Fu Felicia, a sorpresa, a intercedere per lei. 

«Però non è morta e la testa di Bea è ancora attaccata al suo corpo», disse con nonchalance.

«È un caso! È un fottuto caso che non si sia fatta ammazzare nello scontro che abbiamo avuto prima e che non abbia fatto ammazzare tutti adesso! Felicia, noi non lavoriamo così, e tu lo sai. Non è un lavoro basato sul caso e sull’azzardo!»

«Ah no? E da quando? A me pare che voi tiriate fuori dal cilindro delle ipotesi e poi mandiate noi a controllare e a prenderci le pallottole. Chi ha partorito la brillante idea di usare Ashley come esca, l’altra notte? Il risultato è stato che Derek è attaccato a un respiratore e Martin potrebbe perdere un braccio. Ma io non mi lamento, Quentin, perché so che questo è il nostro lavoro e che il rischio è quello di tornare da una missione in un cappotto di legno. E mi sa che questo lei l’ha capito prima e meglio di te, quindi grazie Ashley di averci tirato fuori dalla situazione di stallo in cui eravamo. Non ho idea di come tu abbia avuto l’intuizione di quella ragazzina, ma hai fatto la cosa giusta.»

Ashley era imbarazzata, non sapeva come comportarsi davanti a quel litigio sorto dal nulla. Sospettò che fosse uno sfogo dovuto alla tensione o l’esternazione di un’acredine di più vecchia e profonda.

Quentin provò a replicare: «Lix, non puoi dire che è la cosa giusta se…»

«Quentin», lo interruppe lei glaciale, «in tutta franchezza? Mi hai rotto i coglioni. Non vuoi più partecipare alle missioni? Non vuoi più toccare un pistola? Bene. Meglio. Vedi di tirare fuori le palle e parlane con Foxx così puoi passare le tue giornate davanti al computer con Sandoval. Fino a che non lo fai, tu sei del reparto investigazioni, lavori sul campo, spari quando c’è da sparare e mandi noi delle brigate in avanscoperta. Se non vuoi questa responsabilità, dillo a chi di dovere. Ma se vuoi un consiglio: cresci. Mentre tu piagnucoli c’è chi si prende le pallottole per te. Detto questo, io scendo in quel cazzo di buco. Colin, ce la fai?»

L’uomo dai capelli candidi sputò per terra una gomma da masticare ricoperta di sangue. La linea sottile dei baffi era ora una striscia resa rossa dal sangue che continuava a colargli dal naso rotto. Afferrò dei fogli di carta assorbente caduti per terra, ci si pulì il viso e ne appallottolò dei pezzetti nelle narici. Annuì in direzione di Felicia, infilò in bocca un’altra gomma e raccolse il fucile e il machete che pulì con la carta. Ashley non aveva ancora mai sentito la sua voce.

Quentin era fermo in un angolo con le narici dilatate e gli occhi lucidi.

«Felicia, quello che Quentin voleva dire…», intervenne Sepideh.

«Sepideh, lascia stare, per favore», la interruppe Felicia. «Non abbiamo tempo per queste stronzate. Ti occupi tu di far sparire l’auto che abbiamo lasciato qui fuori? Non vorrei avere altri problemi con gli sbirri.»

La ragazza annuì. Mentre Felicia e Quentin litigavano, Sepideh aveva avvolto la ferita al braccio con delle garze. Sciolse la selva di capelli castani che aveva legati con l’hijab, lo rimise in testa e si avviò all’uscita.

Ashley notò solo in quell’istante che Felicia non aveva più il seghetto piantato nel costato. Nonostante la violenza del corpo che l’aveva fatta volare contro la parete, il corpetto che evidentemente portava doveva aver impedito del tutto alla lama di toccarle il corpo.

I due della brigata d’intervento era già intorno al foro e stavano controllando le armi. Colin aveva tirato fuori una torcia da una delle mille tasche del suo giubbotto militare. Quentin si avvicinò ad Ashley.

«Saranno qui fra pochi istanti. Resta con Beatrix. Non toccare nulla.»

Ashley fu colpita dalla sua freddezza, ma era contenta che Felicia l’avesse difesa. Aveva davvero salvato lei la situazione, e anche se non poteva dir loro come, sapeva quello che stava facendo.

Più o meno.

«Signor Foxx? Queen?» chiamò Quentin all’auricolare. «Stiamo scendendo. La lucciola trasmette? Bene.»

Ashley rimase sola.