Capitolo 3

Ashley si svegliò con uno starnuto. Aveva ancora il cellulare stretto nel pugno. Impiegò qualche istante a rimettere insieme i pezzi di quello che era successo, che sapeva, che ignorava, che avrebbe dovuto fare.

Addormentarsi con i capelli bagnati non era stata una buona idea. Il cuscino era umido e la gola le bruciava.

Controllò il telefono. Era ancora attivo sul messaggio ricevuto di notte che il suo cervello non aveva registrato davvero. “NUMERO SCONOSCIUTO: I cellulari sono nella cassetta delle lettere”.

Quali cellulari? Chi mi ha scritto?

Di nuovo sentì il cervello esploderle sotto i colpi serrati di domande agguerrite che volevano essere ascoltate. Si mise a sedere sul letto e inspirò profondamente.

Quando doveva “lavorare” (ovvero scrivere), le capitava spesso di cadere vittima di ogni sorta di pensiero angosciante sepolto dentro di lei che si risvegliata all’improvviso. I sensi di colpa scavalcavano le recinzioni nelle quali li aveva segregati e le balzavano al collo con le loro zanne fatte di immagini dei sorrisi amorevoli e preoccupati di sua madre, di libri costosi mai aperti, di bugie con cui avvelenava il rapporto con i genitori senza che loro ne fossero consapevoli.

Aveva imparato, allora, a concentrarsi sul presente, a trovare conforto negli oggetti familiari che la circondavano, a mettere in ordine le priorità (le sue priorità)  in modo da liberarsi dal giogo dei pensieri tormentati. Era il suo “zen fatto in casa”.

Quindi, rallentò la respirazione rendendola regolare. Inspira profondamente. Espira profondamente. Inspira profondamente…

Osservò piano la stanza che la circondava. La sua tana. Un brutto appartamento in affitto che aveva reso il suo tempio portandovi gli oggetti che le ricordavano chi era e cosa voleva e quindi, per quanto inizialmente potesse essere un buco squallido ingiustificatamente costoso, ora era il santuario della sua serenità.

Le pareti erano tappezzate di poster di film degli anni ’80 (La Cosa, Grosso grosso guaio a Chinatown, I Goonies), di Miyazaki (Porco Rosso, Totoro, Nausicaä), dei suoi gruppi del cuore (Dave Matthews Band, Better than Ezra, Dream Theater). Quando lo sguardo si posava su un poster, nella sua mente le affiorava una battuta del film (“La mancanza di sonno è nemica del buon lavoro. E inoltre non giova neanche alla bellezza!”) o il verso di una canzone (“Wrap yourself in black, listen to the Cure. Love line won’t call back”).

Prese i primi due libri dalla pila di quelli che erano ammonticchiati ai piedi del comodino e li sfogliò leggendo qualche frase a caso (la descrizione di una cittadina di provincia in Phantoms di Dean Koontz, un passaggio da un libro di Richard Matheson degli anni ’70 trovato in un mercatino dell’usato).

Quei semplici gesti la calmarono e misero a tacere il ronzio nella sua testa.

Ascoltò il suo corpo. La gola le pizzicava, sentiva il naso umido e le sembrava di avere una voragine al posto dello stomaco.

«Colazione», si disse iniziando a mettere in fila le cose da fare.

La desolazione del frigorifero lasciò ad Ashley poca scelta su cosa mangiare. 

Accantonò in un sacco i vestiti ancora umidi e sporchi della sera precedente che aveva lasciato sul pavimento — è sangue quello? non voglio neanche controllare, ora –, infilò qualcosa di pulito, prese un cappotto troppo leggero per la stagione e si avviò giù per le scale. La giornata sembrava ancora gelida ma il cielo era terso e il sole brillava.

Nell’androne del palazzo l’occhio le cadde sulla fila ordinata di cassette della posta. “I cellulari sono nella cassetta delle lettere”.

Aprì la sua e trovò una busta gialla imbottita. Non rimase sorpresa. A quel punto le sembrava quasi che fosse una scoperta scontata. La concretezza di quel ritrovamento, il peso della busta nella mano e il suo ovvio contenuto, però, le diedero l’ulteriore inutile conferma che la sera precedente non era stata vittima di allucinazioni, incubi o chissà cos’altro. Era successo qualcosa e gli strascichi di quegli eventi si allungavano anche sulla giornata successiva.

Il punto, però, era la sua mancanza di certezze su cosa fosse successo. Il tepore delle coperte, la sua rassicurante tana, il sole lì fuori sembravano far allontanare di minuto in minuto quello che era accaduto nella notte precedente in una nebbia onirica in cui i ricordi erano ombre sempre più pallide.

Ashley si rese conto di quanto fosse realmente affamata solo quando finalmente si sedette in un angolo isolato del diner dietro casa nel quale si rifocillava quando le scorte casalinghe erano del tutto prosciugate. Aveva sottovalutato fino a quel momento il particolare di quanto avesse bevuto in quel club, parecchio più di quanto fosse abituata a fare (e non lo era affatto).

Non voleva illudersi che i ricordi dell’incubo vissuto fossero solamente un’allucinazione alcolica, sarebbe stato ingenuo da parte sua anche solo prenderlo in considerazione, ma sicuramente il numero imprecisato di birre non giocava a favore della lucidità dei ricordi.

Controllò quanti soldi avesse nel portafogli (non posso ritirare nuovamente al bancomat, non posso chiedere altri soldi ai miei genitori e devo assolutamente arrivare a fine mese con quello che mi è rimasto) e ordinò una colazione completa.

A metà del toast sentì che finalmente stava ritornando padrona della sua lucidità.

Per prima cosa, i cellulari. Non era curiosa di aprire la busta perché in qualche modo era assolutamente certa di quello che avrebbe visto aprendola, e infatti si ritrovò fra le mani il telefono di Sean e quello di Jinny con la sua inconfondibile custodia glitterata a forma di unicorno.

Perché a me?, si chiese.

Pensò che da quel momento in poi avrebbe dovuto procedere come faceva quando imbastiva i suoi racconti, con logica analitica e lucidità. Immaginò di essere il personaggio di una delle sue storie alle prese con un puzzle.

Lasciamo da parte ogni ipotesi di allucinazione. Ho visto un gruppo disomogeneo di uomini e di donne vestiti in modo del tutto diverso fra loro. Alcuni sembrano agenti dell’FBI così come li rappresentano nelle serie televisive, ma altri erano vestiti da serata elegante o da imbianchini. Quello che so per certo è che erano coordinati, un gruppo unico. Posso pensare che quelli in abiti civili fossero in borghese? Se è così, ed erano una squadra, si tratta di una qualche organizzazione che lavora nell’ombra.

Non ho elementi per ipotizzare qualcosa su quell’essere, ma chiaramente il gruppo segreto gli dava la caccia. Ora, perché mi hanno lasciato andare? Non mi hanno neanche intimato di non parlare con nessuno. Potrei scrivere tutto sul mio Instagram o sul mio blog.

Ma sanno chi sono. Il ragazzo, Doyle, mi ha chiamato con il mio nome e la consegna dei cellulari mostra che sanno anche dove vivo. Mi hanno lasciato i cellulari nella cassetta della posta per farmi sapere che possono trovarmi quando vogliono. Mi stanno controllando.

Questo pensiero le attraversò il cervello come una freccia, ma uno scudo di razionalità si sollevò per parare il colpo.

«Non sei in un film tipo Mission Impossible», sussurrò a se stessa tagliando un altro boccone di torta di mele e affogandolo nella panna.

Con un gesto spontaneo si guardò indietro solo per ricordarsi che era con le spalle al muro.

Non distrarti.

Non sono in un film d’azione e probabilmente la cameriera non è un agente in borghese, ma il messaggio che mi hanno voluto lanciare era chiaro. Ma perché farlo così e il giorno dopo? Ero lì con loro, mi stavano parlando, avrebbero potuto dirmi esplicitamente che mi avrebbero controllato. Perché non l’hanno fatto? È un test? Voglio vedere come mi comporto? Verificare se vado dalla polizia o se ne parlo con qualcuno?

Perché ho i cellulari dei miei amici? A me hanno lasciato il mio telefono, ma a loro no. Vogliono che controlli cosa hanno scritto?

Entrambi i cellulari erano spenti. Provò ad accenderli. Quello di Jinny non funzionava affatto, probabilmente era scarico. Ashley si chiese se avrebbe dovuto cercare una ricarica. Il telefono di Sean, invece, si accese senza problemi, ma era protetto da un codice numerico.

Sto dando per scontato che i miei amici stiano bene. Devo solamente trovare dove sono e restituirglieli. Non mi importa se mi stanno seguendo o se si aspettano che faccia qualcosa con questi telefoni. La priorità, ora, è trovare loro.

Su internet cercò gli ospedali più vicini alla zona dell’incidente della sera precedente. Si appuntò una lista di cinque numeri da chiamare, a partire dal Lenox Hill Hospital a cui aveva accennato Doyle. 

Dieci minuti dopo una centralinista scorbutica e svogliata le confermò che due ragazzi dai nomi Sean Wells e Jinny Park era stati portati in pronto soccorso la notte precedente e che erano ancora ricoverati lì.


Scendendo in metropolitana Ashley si era sentita più leggera e rasserenata. Sapeva che agitarsi non l’avrebbe portata a nulla, e forse anche per questo la sera prima aveva deciso di fidarsi di un giovane sconosciuto dalla faccia cortese e tornare a casa pensando che i suoi amici stessero bene. 

Mentre si avvicinava all’ospedale, però, iniziò a chiedersi perché, se stavano bene, li avessero portati in un pronto soccorso. E perché erano ancora in ospedale? Forse per “bene” Doyle aveva inteso dire “vivi?” Magari Sean non si sarebbe più alzato da una sedia a rotelle e Jinny aveva perso un braccio.

Stai zitta, Ashley, stai ricadendo nel vortice di pensieri ossessivi che non ti portano a nulla. Fra pochi minuti sarai in ospedale e lì potrai constatare con i tuoi occhi che i ragazzi stanno bene. Magari loro hanno anche capito cosa è successo e tu stai sprecando energie mentali per nulla.

Quando il vagone si fermò alla stazione sull’ottantaseiesima strada, decise d’impulso di scendere. Era la fermata precedente a quella che l’avrebbe portata più vicina all’ospedale, ma voleva arrivarci a piedi. Così facendo sarebbe passata per il vicolo protagonista degli eventi della notte precedente.

La prima cosa che notò avvicinandosi era una macchina della polizia con un agente appoggiato al cofano che appuntava pigramente qualcosa su un taccuino. A pochi passi da lui, sulla corsia, una transenna recintava un pezzo di asfalto sporco di segatura e schegge di vetro.

Entrò nel vicolo. Sull’angolo destro alcuni mattoni rossi erano sbeccati. Immaginava che quello fosse il punto in cui il furgone era entrato di corsa sbattendo contro il muro e bloccando l’accesso alla stradina.

E questo è il primo segno concreto che non ho sognato tutto.

Sebbene il vicolo, stretto e alto, non ricevesse la luce del sole, di giorno quel luogo che aveva occupato la sua mente nelle ultime ore non era così spaventoso. In fondo alla strada i cassonetti dell’immondizia erano al loro posto.

Tutto sembrava assolutamente ordinario, a parte i singhiozzi di una donna che provenivano dall’interno del club la cui serranda era alzata.

Ashley si avvicinò all’ingresso del locale. Concentrò la sua attenzione sull’uscio cercando di individuare un alone o qualche altra traccia della pozza di sangue a cui, stando ai suoi ricordi, stava lavorando la ragazza con la frangetta. Evidentemente aveva fatto un ottimo lavoro perché era impossibile distinguere alcunché.

Si affacciò nel bar. Una donna bassina vestita in tuta aveva la testa affondata nel petto di un uomo alto, vestito anche lui in maniera sportiva, che la abbracciava accarezzandole la schiena. Aveva gli occhi lucidi.

Un terzo uomo era al telefono a pochi passi da loro.

«… Le tre, le quattro di notte. Credo avesse chiuso questo maledetto locale più tardi del solito. No, non è necessario. Sì, è con noi. Va bene. Fammi sapere l’orario così mi organizzo per venirti a prendere in aeroporto. Sì. Anche io, a più tardi.»

L’uomo rimise il telefono in tasca, diede una pacca sulla spalla a quell’altro e avviandosi verso l’ingresso del locale tirò fuori un pacchetto di sigarette dalla giacca. Passò di fianco ad Ashley, come se lei fosse invisibile, inspirò profondamente e si accese una sigaretta fissando il rettangolo di cielo azzurro sopra di loro.

«Immagino che tu non sia la tizia dell’assicurazione», disse.

«La tizia… No, non… Scusi, devo aver sbagliato indirizzo.»

L’uomo non rispose. Sbuffò una nuvola di fumo nell’aria gelida.

Chi sono queste persone? Parenti del proprietario? Quanto sanno di quello che è successo?

Ashley aveva paura di risultate indelicata, ma doveva sapere.

«Posso sapere… Qui c’è un club, no? Un bar. Credo di esserci venuta una volta, anni fa.»

L’uomo spostò piano lo sguardo su di leì.

«C’era un bar. Lo buttiamo al suolo, se serve. Gli do fuoco io stesso a questo maledetto…» L’uomo strinse forte il pugno e fece una pausa. «Non ci ha portato che guai, questo luogo, da quando l’ha comprato. E adesso questo.»

«Cos’è successo?»

«Mio fratello. Sempre chiuso qui dentro, con l’idea di farlo diventare un club per musica dal vivo e scoprire il prossimo talento della città e usare lo scantinato per mettere su uno studio di registrazione…» Mentre parlava, in maniera sempre più concitata, gli occhi dell’uomo si facevano lucidi. «E allora sempre qui ad ascoltare gente, a farsi prendere per il culo da questi ragazzini che strimpellano male la chitarra credendo di aver trovato il nuovo Jimi Hendrix, e tutti quei soldi in apparecchiature che non ha mai usato e i debiti e sua moglie che…»

L’uomo si passò il dorso della mano sugli occhi.

«Scusa. Immagino non ti… Questa notte ha avuto un incidente, immaginiamo mentre usciva da qui. Un grosso camion l’ha investito proprio lì, in strada. Il corpo era quasi irriconoscibile, ho fatto io il riconoscimento.»

«Mi spiace tanto», disse Ashley. «Condoglianze. Io… Sono in ritardo per un appuntamento, devo scappare. Mi spiace davvero dev’essere… Terribile.»

L’uomo tirò un’altra boccata profonda dalla sigaretta e ritornò a guardare il cielo. Annuì e si perse nuovamente nei suoi pensieri.

Non è andata così. O almeno, non è quello che ricordo io. Ma sono certa di quello che ricordo? Per questa persona cambierebbe qualcosa sapere che il fratello è stato sbranato da un essere uscito da un film horror di serie B?


Ashley arrivò alla stanza che l’impiegata dell’ospedale alla reception le aveva indicato. Jinny era in piedi e stava parlando concitatamente con due ragazzini dai tratti orientali e una signora bassa con un lungo vestito a fiori che con ogni probabilità era la madre. Qualche passo dietro di lei c’era Sean con il braccio ingessato e un occhio gonfio.

Ashley tirò un sospiro di sollievo. Non le avevano mentito, i suoi amici erano davvero vivi e vegeti, anche se con qualche livido.

I due ragazzini erano rapiti da Jinny che gesticolava vistosamente parlando veloce.

«… e di sicuro uno dei tizi faceva parkour, io quelli li riconosco. Aveva dei muscoli così e saltava sui muri come quel gattino che avevamo da piccoli, come si chiama… Ash!» esclamò Jinny non appena la vide. «OH-MIO-DIO, Ash, grazie al cielo stai bene! Me l’aveva detto quel poliziotto carino che eri tornata a casa con i tuoi piedi, ma volevo vederti di persona, figurati. Avrei voluto chiamarti ma sia io che Sean abbiamo perso i… Ma che cafona! Mamma, questa è Ash, la mia migliore amica, ti ho parlato di lei un milione di volte. Ash è FAN-TAS-TI-CA!»

Jinny si buttò al collo di Ashley abbracciandola e si alzò sulle punte per darle un bacio sulla guancia.

«Piacere di conoscerla, signora Park», disse Ashley.

«Jinny mi parla sempre dei suoi amici. Prendi, li ho fatti io questa notte», disse porgendole un vassoio con dei grossi biscotti colorati.

«La ringrazio, signora, ma ho appena fatto cola…»

«No, no, no, Ash, devi assaggiarli! Gli yugwa di mamma sono IN-CRE-DI-BI-LI!»

«Simon ne ha mangiati una decina», confermò la signora Park. «Diglielo Simon.»

«Sean, mamma, non Simon, Sean!»

I fratelli di Jinny ridevano di gusto.

«Allora, come state?» chiese Ashley arrendendosi alle insistenze della signora e prendendo un dolcetto rosa. «Ah, e comunque i vostri cellulari li ho io.»

Sean indicò il braccio ingessato con quello sano. «Io sto così. Ma considerando l’energumeno che ci ha aggredito, alla fine non mi è andata neanche così male.»

«Gli energumeni», lo corresse Jinny. «Diglielo Ash, erano due, no?»

Ashley dubitò per la millesima della sua memoria e della sua lucidità. Di quali energumeni stavano parlando? Chi era il “tizio che faceva parkour” che Jinny stava descrivendo ai fratelli quando era entrata nella stanza? Come era possibile che il suo ricordi dei fatti fosse così differente dal loro?

Non è questo il momento di contraddirli, pensò,  stanno bene e questa è la cosa più importante. Inoltre mi sembra che il loro ricordo della serata sia decisamente meno bizzarro e spaventoso di quello che ho io. E il rasoio di Occam fa pendere la verità dalla loro parte. Perché scomodare un essere nudo mezzo uomo e mezzo bestia se la spiegazione più ovvia è l’aggressione di qualche balordo palestrato?

«Non ricordo bene, sai, nella confusione non sono riuscita bene a vedere quanti fossero. Forse uno, forse due. Ecco i vostri cellulari.»

«Come mai li hai tu?» chiese stupito Sean.

«Eravamo conviti che ce li avessero rubati loro!» aggiunse Jinny.

«No, li ho… Quando Sean è stato sbattuto contro il muro il cellulare gli è caduto dalla tasca. L’ho notato con la coda dell’occhio. Un volo impressionante.»

La signora Park sgranò gli occhi terrorizzata rimanendo con un biscottino verde che le uscita per metà dalla bocca. Ashley continuò: «Quando vi hanno portato via, mi hanno affidato il cellulare di Jinny pensando che sarei venuta con voi. Alla fine ho recuperato da terra il telefono di Sean e mi sono ritrovata con entrambi i telefonini in tasca.»

Li estrasse dalla borsa e li porse agli amici. Si era tenuta sul vago dicendo “quando vi hanno portato via” non avendo idea di cosa ci fosse nei loro ricordi. Erano stati accompagnati in ospedale da poliziotti? Erano arrivati non ambulanza? Non aveva modo di saperlo.

«Grazie al cielo c’eri tu, Ash!» esclamò Jinny abbracciandola di nuovo.

Poi tirò delicatamente la testa di Ashley verso il basso per avvicinare la bocca all’amica parecchio più alta di lei. Le bisbigliò nell’orecchio: «Promettimi che non mi permetterai mai più di bere così tanto!»

«Jinny!» esclamò la madre con un tono fintamente arrabbiato. L’avevano sentita tutti.

Scoppiarono insieme in una grande risata.

Ashley uscì dall’ospedale rasserenata. I suoi amici stavano bene e sarebbero stati dimessi in mattinata. Inoltre, concluse, non poteva fidarsi dei suoi ricordi considerando quanto probabilmente fossero stati alterati dall’alcol.

Dopo l’odore umido e chimico dell’ospedale, persino l’aria di Manhattan sembrava piacevole e il gelo sul viso era corroborante. Decise che, almeno per quel giorno, avrebbe cercato di non pensare più agli strani avvenimenti della sera precedente. Magari avrebbe addirittura provato a studiare.

Attraversò la strada e si trovò di fronte un furgoncino giallo la cui visione fu come uno schiaffo di realtà. Un pezzo dei suoi ricordi fumosi che riacquistava concretezza davanti ai suoi occhi.

Al volante riconobbe Doyle, sebbene non fosse vestito in giacca e cappotto, ma avesse una felpa nera e un cappellino.

«Buongiorno», le disse allegro. «Facciamo un giro, signorina Campbell?»

Ashley era sconcertata. Non sta succedendo davvero.

«Ma io…»

«Non era una domanda», tagliò corto la voce baritonale di Foxx.

Ashley vide il colosso nero che la osservava dal sedile del passeggero.

Intanto lo sportello laterale del furgone si era aperto.