Capitolo 4

Un’elegante scarpa laccata di rosso con un esile tacco a spillo spuntò dallo sportello del furgoncino giallo. La ragazza che Ashley aveva rinominato “Frangetta” fece capolino.

«Non abbiamo tutta la giornata», disse.

Ashley pensò che quello sembrava davvero il cliché di un rapimento da film d’azione, ma qualcosa non tornava. Sì, il tizio nero, Foxx, le aveva detto che quello non era un invito, ma in realtà nessuno le stava mettendo una pezza intrisa di cloroformio sulla bocca o un sacco nero in testa. E di certo i rapitori non salutano con “buongiorno” così gentili. E non indossano delle scarpe col tacco dall’aspetto costoso.

Non sarei mai in grado di camminarci.

Alla luce del giorno il viso di Frangetta, le sembrava si chiamasse ”Dubù” o qualcosa del genere, era ancora più bello di quanto avesse notato la sera precedente.

Entrò nel furgone. La curiosità aveva immediatamente preso il sopravvento sulla paura. Pensò che al più stava raccogliendo del materiale fantastico per un nuovo racconto.

L’interno del furgoncino era estremamente spartano. Tre valigie rinforzate grigio scuro erano l’unico contenuto del vano a parte degli scomodi sedili. Non c’erano finestrini e la sola luce all’interno era quella artificiale.

La ragazza elegante, seduta davanti a lei, si sfilò con un gesto studiato di due dita gli enormi occhiali da sole rossi che le davano l’aspetto di una gatta e la osservò per un secondo. Ashley notò che aveva gli occhi color verde scuro. Erano magnetici. Sebbene fosse alquanto bassa, aveva un corpo perfettamente proporzionato e armonioso.

Il furgone si avviò.

«Tesoro», le disse dopo qualche secondo. «Quelle punte sono orrende

«Le punte?» ripetè Ashley stupita. Se quello era un rapimento, stava davvero iniziando in un modo bizzarro che la sua fantasia non sarebbe stata in grado di prevedere.

«Le punte electric blue sbiadito dei tuoi capelli. Sono orrende, devo dirtelo. Hai dei bei capelli, cherie, ma non li curi. È un peccato.»

Ashley era senza parole. Non le era mai importato molto del suo aspetto, ma in quel momento, avvolta nel suo giubbotto verde militare comprato in un mercatino dell’usato e con la sua felpa nera larga e comoda, in presenza di quella ragazza impeccabile il cui profumo invadeva l’intero abitacolo, si sentì terribilmente a disagio. Eppure, qui dentro, nel retro di un furgone da lavoro, è lei ad essere fuori luogo con il suo vestito da gala.

«Ma che scortese», proseguì nella sua voce flautata. «Campbell, no?».

Le tese la mano. Aveva un anello sottile con un piccolo smeraldo.

«Ehm, sì. Campbell. Ashley Campbell. Mi puoi chiamare Ash.»

Ashley, ma che cazzo dici? Quindici secondi fa eri convinta che ti stessero rapendo, ora hai stabilito che Frangetta-occhi-da-cerbiatta è la tua migliore amica. Chissà se il mondo della psicologia ha già scritto trattati sulla “Sindrome di Stoccolma fulminante”.

«Beatrix Dubois. Mi puoi chiamare signorina Dubois. Piacere.»

Ecco. E adesso recupera il controllo della situazione.

«Dove stiamo andando?» chiese quindi Ashley.

Beatrix sorrise. Appoggiò la schiena al sedile, incrociò le gambe e sistemò la gonna aderente.

«Giusto. Puoi stare tranquilla. Questa penso sia la cosa più importante. Naturalmente, se ti stessimo sequestrando e portando in un casolare sperduto nelle campagne del Connecticut per far scomparire il tuo corpo in un barile di idrossido di sodio, la prima frase che ti direi sarebbe “Puoi stare tranquilla”.»

Rise delicatamente.

«Stiamo andando nel Connecticut?» chiese Ashley.

«No, tesoro, non stiamo andando in Connecticut», rispose Beatrix infilandosi gli occhiali fra i capelli e sistemandosi la frangetta.

«Se ti faccio una domanda mi risponderai “Qui le domande le facciamo noi” o qualcosa del genere?» la incalzò Ashley.

Beatrix Dubois rise di nuovo. «Hai davvero la testa piena di film. Bene. No, siamo qui proprio per rispondere a tutte le tue domande e fartene una. Non voglio togliere il piacere al signor Doyle di risponderti, però. È un tuo grande fan.» aggiunse facendole l’occhiolino.

«Un mio fan? Di cosa? Conosceva anche il mio nome, ieri notte. A proposito di ieri notte, è tutto vero? Cioè, quell’essere…»

«Calma, cherie, calma. Ho detto che avremmo risposto a tutte le tue domande, ma se non le metti in ordine ci rendi il compito molto difficile. Sì, ieri sera c’era una cosa che si aggirava nuda per i vicoli di New York. Ha ammazzato un paio di persone perché non siamo stati abbastanza bravi a intercettarla per tempo. Capita.»

«Capita?! Io e i miei amici avremmo potuto morire! Sean è stato sbattuto… Quel poveretto del club, gli ho messo la mano nel cervello!»

«Lo stai davvero dicendo a me? Quello stesso cervello è finito su 2700 dollari di cappotto Dior, è un miracolo se riescono a smacchiarmelo.»

«Ma chi… Davvero il tuo problema è il cappotto? Chi se ne frega! Delle persone sono morte!»

Beatrix sistemò i polsini candidi della camicia allineandoli alla giacca, espirò profondamente in maniera plateale e iniziò ad elencare sulle dita:

«Uno. Ti stiamo portando a fare una gita. Gli isterismi, mia cara, mi sembrano scortesi e immotivati. Due. Io me ne frego. Perché è un cappotto che ho comprato la scorsa settimana e mi piace parecchio. È usato, va bene, ma non mi sembra un buon motivo per dimostrarti così insensibile nei suoi confronti. Se avessi voluto indossare qualcosa con delle chiazze rosse sbattute casualmente qua e là che ricordano grumi di cervello, avrei comprato un cappotto Desigual. Ma io ho buon gusto.»

Non ci credo, stiamo parlando di cappotti. Cosa starà pensando del mio, di giubbotto? Ma poi perché mi importa del suo giudizio su come sono vestita?

«Tre. Se ne frega la mia amica Luz. “Va bene, Beatrix, se devo continuare a sentire i tuoi elogi su questo cappotto ogni volta che lo tiro fuori dall’armadio, te lo vendo. Ti faccio un prezzo che è un regalo, praticamente, ma devi giurarmi che lo tratterai meglio di un figlio, meglio di come tratti Toulouse”. Toulouse è il mio gatto», aggiunse bisbigliando come se fosse un segreto importante da tenere lontano da orecchie indiscrete.

Ashley era disarmata. Sarebbe stata pronta a controbattere sull’argomento “sacralità della vita umana” o “implicazioni morali del sentirsi responsabili delle morti altrui”, ma cosa avrebbe dovuto dire riguardo al gatto Toulouse o ad un costoso cappotto Chanel o quel che era?

«E quattro», andò avanti Beatrix, «si fa il meglio che si può fare.»

La sua espressione, che Ashley avrebbe definito “sbarazzina”, mutò improvvisamente come una giornata limpida sulla quale piombano all’improvviso nuvoloni neri gonfi di pioggia che oscurano il sole.

«A volte», riprese, «quel che si fa non è abbastanza. Ci provi, ci metti tutta te stessa e poi non basta. E allora quello che ti dici è solo “capita”. E vai avanti. Vai avanti il più velocemente possibile perché da qualche parte c’è un’altra situazione in cui sei chiamata a dare il massimo, e può darsi che di nuovo non sia sufficiente. Ma che alternative hai? Chiuderti in camera a piagnucolare pensando alle sconfitte? Se non ci provi neanche, la probabilità di riuscire in qualcosa è zero.»

Ashley non sapeva esattamente di cosa stesse parlando, ma il discorso di Beatrix la colpì come uno schiaffo dato a mano aperta. Ovviamente aveva ragione, di qualunque cosa si trattasse.

Era lei che troppo spesso “non ci provava neanche”. Era così nello studio, era così con le amicizie. Aveva deciso di dedicarsi alla scrittura e non aveva neanche mai provato veramente a far convivere i suoi impegni con i suoi interessi. Sarebbe stato così difficile frequentare le lezioni di mattina, ritagliarsi la pausa pranzo per scrivere un poco, poi studiare nel pomeriggio, magari scrivere ancora di sera e inserire un po’ di vita sociale nel weekend? Cosa la tratteneva? Pigrizia? Paura di fallire?

Le venne da chiedere scusa. Non sapeva chi fossero, non sapeva che responsabilità gravassero sulle loro spalle, ma in quel momento l’accusa di aver lasciato che delle persone morissero — chi era la seconda? Lei aveva visto solamente il cadavere del proprietario del bar — e di essere insensibile a riguardo le sembrava ingiusta e puerile.

Stettero in silenzio per qualche minuto. Ashley cercò di immaginare dove la stessero portando. Dal rumore che proveniva dalla strada dovevano essere ancora in zone parecchio trafficate di New York. Procedevano a singhiozzo, fermandosi di continuo per code o semafori.

«Hai detto che Doyle è un mio “fan”?», chiese Ashley interrompendo il silenzio.

Se sono stata rapita, tanto vale cercare di capire da chi e perché.

Beatrix girò nuovamente lo sguardo verso di lei e rise. Le nuvole sul suo viso erano passate ed era rispuntato il sole.

«Lui e quell’altro suo amichetto nerd, Sandoval. Quel tuo racconto sull’Area 51, come si chiamava? Erano tutti eccitati, “non possono essere solo coincidenze”, dicevano. Indovina? Erano solo coincidenze.»

«Aspetta… Loro sono fan dei mie racconti? Cioè, mi leggono online? Hanno letto ”Base 15”? Oddei…» Ashlley trasalì.

Come ho fatto ad essere così stupida? Ce l’avevo davanti agli occhi…

La notte precedente si era addormentata rivivendo istante per istante quello che era successo. Si era svegliata pensandoci ancora, aveva cercato di ricostruire l’accaduto proiettandolo nella sua mente come un film da analizzare fotogramma dopo fotogramma e le era sfuggita la cosa più ovvia. “Non esistono domande pericolose, ma ci sono assolutamente risposte che uno non vuole avere”, le aveva detto Doyle prima di lasciarla andare. Quella era una sua frase. L’aveva citata, veniva da un suo racconto, appunto “Base 15”.

«Non solo l’hanno letto», confermò Beatrix. «Hanno costretto anche me a leggerlo, e un po’ di altra gente. Paul De Jong era un personaggio interessante, te lo concedo.»

Ashley si era immaginata famosa mille volte. Spesso, mentre faceva la doccia, impugnava la spazzola come un microfono e recitava interviste radiofoniche o incontri con i fan. «Grazie per questa domanda, Cathrine. Sì, ad oggi ritengo che sia il mio miglior lavoro, ma sto già raccogliendo le idee per il prossimo romanzo. Non voglio anticiparvi nulla, ma sarà una bomba». Applausi del pubblico. Le persone iniziano a mettersi in fila per farsi firmare la loro copia del romanzo alla fine della trasmissione. Un ragazzino le porge un faldone scompaginato. «Miss Campbell, se ha tempo mi piacerebbe molto che leggesse questo mio scritto. Mi ha ispirato lei a scriverlo.» Ashley lo prende, sorride, ringrazia. Lo passa a sua madre perché lo metta da parte. È in piedi dietro di lei, la accompagna sempre a queste presentazioni. Nei suoi occhi si può leggere quanto sia fiera di sua figlia.

Non immaginava però di avere già dei fan, o almeno delle persone che addirittura consigliassero i suoi racconti ad altri. Sicuramente non immaginava che il primo incontro non virtuale con un suo lettore avvenisse in quel modo.

Ma quindi Beatrix è una mia fan? Ricorda anche più o meno come si chiama uno dei personaggi del libro. Non è quello che ha detto, Ashley. Ha usato il termine “costretto”. L’hanno “costretta” a leggerti. E poi “Beatrix”? Chi è, tua sorella? Non sapevi neanche il suo nome fino a venti minuti fa. Non sei a un incontro con i tuoi lettori, Ashley. Non ti hanno preso — rapito? — per farti firmare autografi. Pensa. Perché questo gruppo di persone… bizzarre… decide di prelevarti e in che modo questo è collegato a un tuo racconto che hanno letto?

«Quanto ci sono andata vicino?» chiese Ashley.

Beatrix le sorrise.

«Quindi, cherie, quella tinta scadente per capelli che hai usato non è filtrata nel cranio bruciandoti il cervello. Bene. Te l’ho detto, per lo più coincidenze, ma abbastanza singolari da far suonare qualche campanello d’allarme.»

Il furgoncino aveva rallentato e i freni stridettero. Erano fermi.

Doyle aprì lo sportello. Ashley si ritrovò in un garage enorme e vuoto, una bassa foresta di pilastri di cemento illuminata da fredde luci al neon. Oltre al loro furgone, l’unico altro veicolo presente era un altro camioncino bianco con la scritta UNALTERED-NEWS.NET sulla fiancata. Appoggiato al cofano, a braccia incrociate, c’era uno spilungone con i capelli legati in un lungo codino che Ashley pensò di aver intravisto la notte precedente. Sotto la giacca nera si intravedeva una maglietta su cui Ashley riconobbe la Signora Ceppo di Twin Peaks.

E questo sarà “l’amichetto nerd” di Doyle a cui accennava Beatr… la signorina Dubois. L’altro mio “fan”.

Avevano parcheggiato vicino an tavolino pieghevole da picnic aperto al centro del garage con qualche sedia intorno. Una presenza decisamente fuori luogo.

Doyle si stava avvicinando a lei con un bicchiere di CocaCola e il solito sorriso gentile e impacciato.

Foxx spuntò da dietro il furgone. Con un paio di falcate superò il ragazzo spingendolo di lato e facendo volare la bibita. Si piazzò davanti ad Ashley che si stava sgranchendo le gambe, torreggiando su di lei. Appoggiò una mano sul furgone facendo cigolare le sospensioni e tuonò: «Io voglio solo sapere come cazzo conosce Paul De Jong.»