Capitolo 5

Ad Ashley sembrava di essere salita su delle vecchie montagne russe, di quelle con la struttura in legno che cigola sinistramente ogni volta che i vagoni acquistano velocità. Non le erano mai piaciute le montagne russe, le trovava terrorizzanti. Quello che detestava di più era l’alternarsi di momenti di quiete (quando pensava che forse, finalmente, la tortura fosse finita e il trenino stesse per fermarsi), e delle improvvise accelerate che le facevano capire con un balzo dello stomaco in gola che no, non poteva ancora scendere, c’erano ancora discese da sopportare, più estreme, più veloci e curve nelle quali temeva di vomitare giù nel vuoto.

Beatrix Dubois che le parlava delle colorazioni dei capelli, la CocaCola di Doyle, la maglietta da nerd dello spilungone con un riferimento che lei aveva colto — ci si riconosce sempre fra nerd —, tutto le diceva che la corsa era giunta alla fine. Non era un rapimento, nessuno le avrebbe fatto del male, erano davvero lì per parlare (Certo, due chiacchiere cortesi fra amici in un garage enorme e deserto). E poi di nuovo l’accelerata, il vagone che si avvia su per una salita ripida alla quale corrisponderà un’altra nauseante discesa che le farà pensare di stare per svenire.

L’accelerata inattesa, chiaramente, era il gigante — le sembrava alto il doppio di lei — che con la sua stazza e la mano appoggiata al furgone aveva costruito una gabbia umana intorno suo corpo e incombeva minaccioso su di lei.

«Io voglio solo sapere come cazzo conosce Paul De Jong.»

«Signor Foxx! Ne abbiamo parlato!» si intromise Beatrix scendendo con un saltello elegante dal furgoncino.

«Sono solo coincidenze, ora ce lo spiegherà!» aggiunse Doyle.

«Io non conosco… Chi è Paul De Jong?» tagliò corto Ashley. Basta. Era stufa di mezze verità accennate, misteri, minacce. Da troppe ore aveva perso il controllo di quello che le accadeva intorno, lei che costruiva mondi immaginari nei quali i particolari e gli eventi combaciavano come ingranaggi di meccanismi perfetti. Non sopportava la mancanza di controllo su ciò che le stava accadendo e su cui non riusciva a intervenire. Non si sarebbe fatta intimorire dal quel colosso minaccioso. Basta davvero.

«È lo stesso nome che ha detto Bea… la signorina Dubois prima», continuò con tono più sicuro. «Ho scritto un racconto, Base 15, sette o otto mesi fa. L’ho pubblicato su internet. Uno dei personaggi si chiama Paul Jong, non Paul De Jong. Fine. Punto. Mi avete rapito per questo? È un reato? Va bene, datemi un computer, anche adesso. Vado online, cambio il nome. Lo chiamo Jimmy Thompson. Non vi piace? È un altro reato federale chiamare il personaggio di un racconto Jimmy Thompson? Perfetto. Timothy Herman. Mark Williams. Robert Miller. Tutti vietati? Lo rendo una donna di origini messicane, Fernanda Flores de la Reguera. Anche questo è un nome che giustifica il rapimento da parte di una task force di… Agenti federali, FBI, CIA, cosa siete? Esercito, vigilanza privata, massoneria armata? Nessun problema. Lo cancello. Via il sito. Chi se ne frega. Tanto l’hanno letto quattro gatti e il racconto a cui sto lavorando ora è molto meglio. Volete controllare anche i nomi che ho inventato per la storia che sto scrivendo adesso? Il protagonista si chiama Liam Jones. Non va bene? Mi becco una pallottola in fronte perché Liam Jones è l’ennesimo nome vietato? Mi arrendo, amen, tanto non servo a un granché comunque.»

Tutti intorno a lei tacevano. Foxx lasciò cadere il braccio affianco al corpo. La fissava ancora, ma lo sguardo non era più così minaccioso.

«Gliel’ho detto, Signor Foxx, che era brava, no?» chiese Doyle.

Beatrix spinse delicatamente Ashley sulla schiena e la accompagnò al tavolino da campeggio e la invitò a prendere posto. Si sedettero tutti tranne Foxx che restò a gettare ombra sul tavolo. Sembravano pronti per una partita improvvisata a poker e Ashley sperava che giocassero realmente tutti a carte scoperte.

«Dunque», iniziò Doyle in modo un po’ impacciato. «Immagino che lei abbia qualche domanda per noi.»

Ashley si domandò da dove iniziare. I suoi amici stavano bene e lei non si sentiva in pericolo. Decise di procedere in ordine di mera curiosità.

«Ok. Chi siete?»

«Lavoriamo per la B.E.E.»

«BEE come “ape”? Non l’ho mai sentita. È un’azienda o cosa?»

«È un organo del governo. Board of Energy Efficiency, Ufficio per l’Efficienza Energetica.»

Ashley rise.

«Fatemi capire. Quindi sareste impiegati federali? Di giorno protocollate richieste per l’installazione di pannelli solari o cose del genere e di notte scorrazzate per la città armati sparando a mutazioni genetiche sfuggite da qualche laboratorio? Credibile.»

«Se non ci crede, che idea si è fatta?»

Ashley incrociò le dita sul tavolino e si sporse in avanti.

«Nessuno spara di notte al centro di New York e il giorno dopo è tranquillamente in giro con lo stesso furgone portato sul luogo della sparatoria senza avere paura delle forze dell’ordine. A meno che non siate voi stessi le forze dell’ordine. Ma non avete l’aria di poliziotti. Alcuni di voi indossano gli stessi cappotti degli agenti dell’FBI, altri girano in borghese su furgoncini bianchi e gialli, altri ancora sono vestiti chiaramente con dei travestimenti, come i tizi di ieri notte che sembravano imbianchini. Mentre facevo colazione ho controllato i giornali locali. Nessun accenno a sparatorie e tantomeno a creature demoniache in fuga per la città. La bestia di ieri notte ha ucciso quel poveretto, il proprietario del club. Ero lì. L’ho visto. Eppure oggi i suoi parenti erano convinti che fosse stato investito. E in effetti in strada c’erano tutti i segni di un incidente.»

Ashley bevve un sorso di CocaCola e continuò. «Che idea mi sono fatta? Che siete intervenuti per un’emergenza. La signorina Dubois chiaramente non si aspettava di dover scrostare del sangue delle strade di Manhattan, o non avrebbe indossato quel cappotto. Siete stati richiamati da qualcuno, come soldati pronti all’azione anche di notte. Vi siete dati un gran da fare per nascondere le tracce di quello che è successo. Avete coperto una scena del crimine e ne avete inventata un’altra, un po’ più in là. Un tragico, ma banale investimento. E di certo non vi mancano le risorse, considerando che avete accesso a un garage enorme, vuoto, presumo vostro o tutto per voi, nel centro di New York. E so che siano al centro di New York perché con il traffico di quest’ora e il tempo che siamo stati nel furgone, non ci siamo potuti allontanare di troppo. Quindi, ripeto la mia domanda. Chi siete?»

Doyle e lo spilungone non facevano nulla per nascondere la loro soddisfazione. Mentre Ashley parlava, Doyle aveva lanciato un paio di sguardi di sottecchi a Foxx, ma la sua espressione rimaneva imperscrutabile. Beatrix fissava Ashley divertita.

«Lavoriamo davvero per la BEE. È realmente un organo del governo e le basta cercare su internet per controllare che significa proprio Board of Energy Efficiency.»

«Se è vero, allora BEE. è una copertura», tagliò corto Ashley. «Per cosa?»

«La Board of Energy Efficiency è una copertura per la B.E.E., Bureau for Exploration and Entrapment, Commissione Esplorazione e Intrappolamento. E prima che commenti: sì, questa volta è tutto vero. E sì, è un nome idiota. È anche un nome parecchio antico, però.»

Ashley li guardò in viso uno per uno con espressione scettica.

«Quindi sareste una specie di FBI acchiappiamostri o cosa? Immagino che le feste di Halloween del vostro ufficio siano uno spasso.»

Doyle e lo spilungone con il codino risero.

Beatrix si intromise nel discorso: «Tesoro, io non accetterei mai di lavorare per nessuno che sia una specie di FBI acchiappamostri.»

Dubois si alzò e prese a camminare avanti e indietro, come se stesse tenendo una lezione. Ad ogni passo il rumore dei suoi tacchi riecheggiava delicatamente nel garage andandosi a perdere negli angoli meno illuminati di quello spazio immenso.

«Prendi una nuvola. Se chiedi a dieci persone cosa ci vedono, ti daranno dieci risposte diverse. Un passero, una scala, un albero, una bottiglia di profumo Aumage Interlude. È il gioco più antico del mondo. Ma chiedi a ognuna di loro “Ci vedi anche tu un barboncino che salta?” e una buona parte di essi ti confermerà che sì, in effetti quella forma casuale rappresenta proprio un soffice barboncino saltellante. Quello che facciamo noi è addomesticare i tentacoli più spaventosi che il caos getta sulla realtà. Le persone, davanti a quello che non capiscono, vanno nel panico. Noi arriviamo e gli sussurriamo nell’orecchio: “Guarda bene, è solo un barboncino”. E tutti tornano a casa sereni.»

«Ed è quello che è successo ieri sera? Perché non mi sembra che abbiate sussurrato. Ho sentito dei fucili e una persona è morta.»

«Quello che è successo», rispose Beatrix fermandosi vicino ad Ashley, «è che oggi Michelle Weiler e Terrance Wailer pensano che loro fratello Warren J. Wailer sia stato investito da una GMC Terrain nera intorno alle tre di notte guidata dal proprietario di una palestra ubriaco fradicio. È una tragedia, piangeranno, ma poi col tempo le loro vite torneranno alla normalità e scopriranno che la nuova versione del loro mondo, quella che non include più loro fratello, continua ad essere tollerabile.»

Lo spilungone annuendo, prese parola per la prima volta: «La versione del mondo che invece non riuscirebbero a trovare tollerabile è quella in cui nelle strade di New York può scoppiare all’improvviso un’epidemia zombie causata dal Virus T. come in Resident Evil o, cosa che è successo ieri notte, può capitare di morire all’improvviso per il morso di uno scimpanzé piombato già dai tetti.»

«Aspettate. Uno scimpanzé?» esclamò Ashley alzandosi in piedi. «Credevo che mi aveste portato qui per rispondere alle mie domande, non per raccontarmi altre stupidaggini. Io so quello che ho visto e so come sono fatti gli scimpanzé. Mi avete appena parlato di come manipoliate la realtà, e due secondi dopo pretendete che mi lasci convincere di aver visto una scimmia? Mi spiace, non funziona. Non è uno scimpanzé quello che vedo nella nuvola, è un fottuto mostro.»

«Tecnicamente scimmie e scimpanzé non sono la stessa…» iniziò a dire il ragazzo col codino. Doyle lo interruppe con un gesto del braccio e si alzò in piedi.

«Signorina Campbell», si affrettò a dire, agitato. «Si calmi, per piacere. Le vogliamo davvero spiegare tutto. Non era un normale scimpanzé, sia chiaro, ma quello che ha detto la sua amica Park è vero. Avevate bevuto parecchio, i vostri ricordi sono alterati.»

«Come fate a sapere che avevamo bevuto e quello che mi ha detto… Oddei, non ditemi… Cimici?! Davvero? Avete messo delle cimici nella stanza d’ospedale di una studentessa di 21 anni? Ci state trattando come terroristi!»

La signorina Dubois passò di fianco ad Ashley e delicatamente, ma con fermezza, la fece sedere di nuovo. Poi si spostò vicino tavolino e ci si appoggiò, accavallando le gambe.

«Ash», iniziò con voce tranquilla.

Ashley, sentendo Beatrix che l’apostrofava con tale confidenza, si calmò immediatamente.

«Ci hai chiesto chi siamo e cos’era quella creatura che hai visto ieri sera. Ti invito a credermi e a non interrompermi. Diamo per scontato che una cosa come quella bestia a piede libero in giro per Manhattan possa accadere. Un governo ha solo due possibilità: lasciare che si scateni il panico o porvi rimedio. Porre rimedio significa evitare che una cosa del genere accada prima che accada. Se non ci riesce, porre rimedio significa abbattere la creatura prima che sia vista da qualche civile. Ma se fallisce anche in questo caso, che alternative ha?»

«Trattare l’opinione pubblica come una massa di idioti?»

«Trattare l’opinione pubblica come una massa di persone che pagano le tasse perché il governo faccia loro vivere una vita serena in un mondo senza mostri», la corresse Beatrix. «Quindi sì, abbiamo inscenato un incidente che spiegasse ai parenti in che modo il povero signor Wailer fosse morto con il  corpo brutalmente maciullato. Gli incidenti, purtroppo, sono una cosa che capita. E abbiamo aiutato i tuoi amici a convincersi di essere stati aggrediti da due energumeni in un vicolo isolato della città. Un’altra cosa spiacevole, ma che fa parte dell’esperienza di tutti.»

«Che vuol dire che li avete aiutati a convincersi? Li avete sparaflashati come in Man In Black? Ipnotizzati?»

Lo spilungone e Doyle si scambiarono uno sguardo compiaciuto. Beatrix si girò verso di loro, sentendoli sghignazzare ed esclamò: «Oddio, Doyle, farmi essere circondata dai nerd deve essere la missione della tua vita.»

«No, non li abbiamo sparaflashati o ipnotizzati. Anche se l’ipnosi è una tecnica estremamente efficace. È come ha detto Doyle, avevate bevuto parecchio. Nel tragitto fra il luogo dell’incidente e l’ospedale abbiamo solo alzato un po’ il loro livello di alterazione. In quelle condizioni la mente abbassa le difese, è confusa e manipolabile. Bastano qualche poliziotto e un infermiere che ripetono di come quegli sbandati a torso nudo ti abbiamo aggredito e la tua mente fa il resto. Perché tu vuoi credere di essere stata aggredita da dei delinquenti palestrati anziché da un mostro.»

«Quindi mi state confermando che è un mostro?»

Beatrix sospirò. «Non ci hai fatto la domanda più importante. Perché sei qui.»

«Perché non sono morta e non avete potuto simulare un incidente con il mio cadavere. E avevo bevuto meno dei miei amici, ero fuori dalla scena dello scontro, e quindi non mi sarei mai lasciata convincere di essere stata aggredita da dei teppisti. È arrivato il momento in cui mi minacciate di morte?»

«È arrivato il momento in cui il signor Quentin Doyle tira fuori il taccuino e ti chiede un autografo», rispose Beatrix.

Doyle arrossì. Foxx, della cui presenza Ashley si sarebbe dimenticata se la sua stazza non lo avesse reso impossibile da non notare, fece un passo avanti. Gli altri tacquero.

«Quel racconto del cazzo che ha ambientato nel Nevada», disse con voce piatta e cavernosa, «ci ha fatto prendere un colpo. Su internet gira ogni sorta di cazzata sull’Area 51, ma lei ha tirato fuori le coordinate di una seconda base collocata sotto il Monte Irish Wilderness, a poche miglia di distanza, che ospiterebbe le vere operazioni segrete mentre l’Area 51 sarebbe fumo negli occhi per gli svitati appassionati di ufologia. In questa base le operazioni mediche sarebbe dirette da un tale Professore Paul De Jong.»

«Ho studiato la zona e ipotizzato una seconda base. Quella montagna sembrava un posto isolato, ma vicino a strade civili sulle quali sarebbero potuti passare i mezzi diretti alla base senza dare troppo nell’occhio. E per l’ennesima volta, il personaggio l’ho chiamato Paul Jong, senza “De”. È un cognome coreano. Immaginavo il personaggio con il volto del padre della mia amica Jinny Park, di cui avevo visto una foto su Facebook nei giorni in cui scrivevo il racconto. Fine della storia. A meno che non vogliate farmi credere che ci abbia davvero indovinato.»

«Il signore Doyle, qui», aggiunse Foxx dando una manata sulla spalla del ragazzo che ne rimase quasi schiacciato, «è rimasto molto impressionato dai suoi raccontini. E anche dalla storiella che ha inventato su due piedi ieri sera, con l’azienda coreana e le altre stronzate.»

«È tutto nei particolari», si intromise Doyle. «Questa mattina, quando ha dovuto spiegare ai suoi amici come mai avesse i loro cellulari, non si è limitata a dire “li ho trovati”. No. Ha detto al suo amico che aveva perduto il telefono sbattendo contro la parete e che successivamente glielo aveva recuperato. Alla sua amica, invece, ha raccontato che le avevano affidato il suo telefono pensando che sarebbe andata con loro. Senza specificare chi fossero “loro”, visto che non lo sapeva. È stata fumosa lì dove non aveva elementi a cui aggrapparsi, ma ha inventato due storie diverse per due cellulari, perché sa che la realtà è complessa e che una persona non si ritrova semplicemente con dei telefoni in tasca. E anche se non sapeva bene cosa i suoi amici ricordassero della serata, è andata dietro la loro narrazione aggiungendovi degli elementi per renderla credibile. È quello che facciamo noi, il nostro lavoro. Ha inventato la loro realtà.»

«Quello che il signor Doyle vuole dire mentre scodinzola come un cagnolino in calore», lo interruppe Foxx, «è che crede che lei, Campbell, sarebbe perfetta per lavorare con noi.»

«Cosa… Io?!»