Capitolo 7

«Ci sono morti? Dei, dev’essere l’inferno. Un centro commerciale a quest’ora sarà pieno.»

Ashley immaginò il grande magazzino vicino casa sua di mattina. A quell’ora pullulava di vecchi che cercavano di riscaldarsi o mamme annoiate che portavano i bambini nell’area giochi. Il pensiero si sovrappose a quello del proprietario del bar — com’è che si chiamava? Gli aveva infilato la mano nel cervello e non ne ricordava neanche il cognome sentito poche ore prima. Quella bestia libera in un centro commerciale poteva significare solamente decine di persone morte. Ma come avrebbero potuto insabbiare un evento del genere? Una cosa è un assalto in un vicolo di notte, ma di giorno…

«Ricardo?» chiese Ashley non avendo ricevuto risposta.

«Sì, cosa?»

La voce del ragazzo aveva perso ogni forma di gentilezza. Aveva ragione, ovviamente. Probabilmente lo stava mettendo davvero nei guai e le dispiaceva.

Le era stato simpatico dall’istante in cui aveva notato la sua maglietta di Twin Peaks. Ashley confessò a se stessa che in realtà le erano tutti simpatici. Aveva avuto a che fare con loro per meno di un’ora e in circostanze a dir poco bizzarre, ma non aveva difficoltà a immaginarli come amici.

Quentin sembrava una persona di cui potersi fidare. Beatrix era fra le ragazze più intriganti che avesse mai conosciuto. Il tizio enorme, Foxx, chiaramente era un’eccezione, ma era anche parecchio più grande di lei, non sarebbe comunque rientrato nella categoria “amici”.

«Nel centro commerciale c’è tanta gente? Ci sono morti? Può essere una strage.»

«Lo so. È quello che vogliamo evitare. Non so se è affollato, ma mi hanno comunicato che non è dentro il centro commerciale. Queen crede che sia nel magazzino. Se mi sbrigo magari riesco a isolarlo.»

Forse non è arrabbiato con me, è solo preoccupato.

«Chi è Queen?»

«Si occupa di dati e informazioni. Monitoraggio, ricerca, coordinamento. I colleghi infiltrati nell’esercito ci hanno aiutato a isolare il trasmettitore di sicurezza che hanno impiantato in EC3-BR8 e EC3-BR7 e così riusciamo a seguirne i movimenti. Ma il segnale viene e va, forse il chip è danneggiato, oppure si muovono in zone in cui non prende.»

«È così che lo avete trovato ieri sera e che ora sapete dove si trova la femmina?»

«Esatto.»

«Quindi anche i militari sanno dove sono?»

«Certo, infatti li stanno inseguendo in lungo e in largo. Non fosse che le coordinate gliele sta inviando Melanie. Queen, voglio dire.»

«Cioè? Noi abbiamo i segnali veri e stiamo falsificando quelli che seguono loro?»

«Esatto, noi abbiamo i segnali veri e loro no.»

Ashley notò la sottolineatura ironica di Ricardo. Quel “noi” che le era scappato dalla bocca la fece sentire stupida. Che ora era? Mezzogiorno? L’una? Fino a un’ora prima non sapeva dell’esistenza della BEE e metteva in conto che queste persone avrebbero potuto minacciarla o farle chissà cosa. Ora si sentiva in colpa per la forzatura con cui aveva costretto Sandoval a portarla con sé, immaginava come sarebbe stato avere quei ragazzi come amici e parlava dell’agenzia per la quale loro lavoravano usando il “noi”.

La solitudine ti fa brutti scherzi, Ashley. Forse tutti quei “sto meglio da sola“ sono solo una favoletta che ti sei raccontata per anni, cosa ne dici?

Ricardo guidava speditamente. Ashley ipotizzò che stesse usando delle vie secondare per non rimanere bloccato nel traffico.

«Quando dici che proverai a isolare EC3-BL8, cosa intendi? Sei armato? Hai un piano?»

Sembro una giornalista inviata in guerra al suo primo giorno di lavoro. «Soldato, non hai paura di beccarti una pallottola fra gli occhi?» «Grazie per la domanda, Campbell. No, in realtà non vedo l’ora di provare la sensazione di un proiettile in piombo rinforzato che mi penetra nel cervello a ottocento metri al secondo.»

«Sono armato di un computer. Non ho idea di cosa troverò, Melanie sta cercando i piani dell’edificio. Magari riusciamo a bloccarlo nel magazzino. Non so se ci sono persone dentro, quali sono le uscite, come ha fatto a entrare lì. La brigata d’intervento sta arrivando, spero solo che non sia già troppo tardi.»

«E se ha ucciso qualcuno? Se l’hanno visto?»

«Lo gestiamo. Il miglior modo di amministrare un problema, però è evitare che si presenti. Vedi quella valigia davanti a te?»

«Grigia? Sì»

«Ok. Ascoltami Ashley. C’è un codice per aprirla, vedi lo schermo?»

Lo sto aiutando.

Ashley si slacciò la cintura e si mise in ginocchio sul pianale per non cadere nelle curve. La valigia era uguale a quelle che aveva notato nell’altro furgone, grigia e rigida, in metallo. Sul coperchio era incastonato un piccolo schermo. Era tutto nero, sembrava spento, ma si illuminò non appena Ashley lo sfiorò. Apparve una tastiera.

«Ci sono, cosa devo fare?»

«”ankhmorPork”, tutto attaccato, tutto minuscolo tranne la “P” maiuscola.  Si scrive…»

«Lo so come si scrive, leggo Terry Pratchett anche io. Un secondo. Ok, ci sono.»

«Avrei dovuto darlo per scontato. C’è un computer, aprilo.»

Lo sto aiutando e gli sono utile. Mi sento in un romanzo di Tom Clancy.

La valigia conteneva una serie di alloggi imbottiti pieni di ogni sorta di cavo e dispositivo. Lo spazio più grande era per il computer. Ashley si sarebbe immaginata qualcosa di fantascientifico, ma si trovò a sollevare il monitor di un normalissimo computer abbastanza simile al suo. Era completamente rivestito di adesivi colorati tanto che era impossibile stabilire di che colore fosse stato originariamente.

«Ho il computer davanti.»

«Bene, aspetta un attimo.»

Ashley credette di sentire di nuovo Ricardo parlare con lei, ma capì che stava comunicando con qualcuno all’auricolare.

«Ci sono, invia tutto. Sì, sto guidando. Lungo da spiegare, non preoccuparti, inizia l’upload.»

Dopo qualche secondo una fila di scritte bianche iniziarono a scorrere vorticosamente sullo schermo nero. Una barra indicava la percentuale di completamento.

«Sta succedendo qualcosa. È al 18%. Va abbastanza veloce.»

«Melanie mi sta inviando il programma che usa per monitorare lo spostamento di EC3-BR8 e le mappe che ha trovato del grande magazzino. Dimmi quando ha finito.»

Ad Ashley sembrò che il furgone procedesse ancora più velocemente, forse erano usciti dalle zone più trafficate. La barra indicò il raggiungimento del 100%.

«Credo che abbia finito.»

«E noi siamo arrivati.»

Si fermarono. Sandoval aprì lo sportello e Ashley si sporse per guardarsi intorno. Si trovavano in un parcheggio all’aperto nel quale stazionavano solamente un paio di auto e un camion. Sulla loro destra vide una edificio basso e largo che immaginò essere il magazzino di cui parlava Ricardo. Ci si poteva accedere tramite un paio di grosse di serrande che al momento erano abbassate.

Il palazzo che spuntava da dietro il magazzino doveva essere il centro commerciale. Non sembrava particolarmente grande.

Ricardo si sedette sul pianale a gambe incrociate e vi appoggiò il computer. Lasciò la portiera aperta e iniziò a digitare furiosamente sulla tastiera ignorando del tutto Ashley.

La sua curiosità di capire cosa stesse succedendo si scontrava con il vedere quel ragazzo che le era parso tanto affabile così concentrato. Non voleva distrarlo. Quel mostro era lì fuori da qualche parte. Un numero imprecisato di persone erano in pericolo, forse morte.

La tensione che avvertiva in lui, però, cozzava con il silenzio del parcheggio. Si era immaginata di trovare scene di panico, gente che correva in cerca di aiuto reggendosi con le mani le viscere fuoriuscite dalla pancia — non è un film sugli zombie, Ashley —, poliziotti che sparavano verso una bestia che saltava da un piano all’altro di un centro commerciale ridotto a una zona di guerra. Invece erano fermi su una piccola isola di cemento illuminata dal sole pallido di una tersa e gelida mattina di fine novembre.

«Cosa facciamo?» azzardò Ashley parlando sotto voce.

Ricardo alzò lo sguardo verso di lei.

«Tu rimani qui dentro, chiudi lo sportello e non lo apri per nessun motivo. Io cerco di evitare che il soggetto entri nel centro commerciale.»

Era una risposta ovvia e di buon senso, ma Ashley non riuscì a trattenere la sua delusione. Chiaramente non aveva intenzione di ritrovarsi in prossimità di quell’essere, ma la sua curiosità era maggiore della paura.

La verità era che Ashley  da quando aveva sentito quel “Doyle crede che lei sarebbe perfetta per lavorare con noi” sentito forse un’ora prima, non aveva fatto altro che far crescere dentro di sé la smania di sentirsi parte di quel gruppo di persone “fighe”. Pian piano si rendeva conto che non solo le stava accadendo la cosa più interessante e imprevedibile della sua vita, ma che era protagonista di eventi tanto irreali quanto unici.

«Quindi non è ancora entrato?», chiese spostandosi di fianco a Ricardo.

La maggior parte dello spazio del monitor era occupata da una mappa digitale, vagamente tridimensionale. Un puntino rosso lampeggiava a intermittenza all’interno di un rettangolo, evidentemente il magazzino. Ogni tanto scompariva del tutto per qualche secondo per poi tornare a illuminarsi.

«Dei», bisbigliò Ashley, «sembra davvero come nel primo film di Alien…»

Ricardo annuì.

«Melanie dice che continua a muoversi qui dentro da mezz’ora facendo avanti e indietro. Sarà nervoso. Il problema è questo.»

Indicò un trattino sullo schermo con il dito. Divideva uno dei lati del rettangolo in cui pulsava il puntino luminoso. Se Ashley capiva bene quella planimetria, era una porta, un ingresso di qualche tipo che dava su un beve corridoio che terminava nell’altro edificio.

«È la porta che dal magazzino conduce al centro commerciale, giusto? Sappiamo se è chiusa o aperta?»

«Non lo sappiamo, è quello che stiamo cercando di capire io e Melanie. Io non sono autorizzato a intervenire. Gli altri stanno arrivando. Non è proprio come nei film. Non parte una colonna sonora techno, c’è un hacker circondato da sette schermi su cui ruotano immagini tridimensionali, preme tasti a caso e dopo venti secondi dice “Sono dentro“. È il vecchio magazzino di un piccolo centro commerciale. Forse quell’ingresso non è neanche azionato elettronicamente, se è una serranda meccanica c’è poco che io possa fare.»

«Non capisco. Ma allora perché siamo qui? Siete tipo hacker, no? Tu e questa Melanie, dico. Ma lei dov’è? Sta arrivando? Se non puoi intervenire direttamente e ti basta connetterti in rete per aprire e chiudere le porte, perché devi essere fisicamente qui, parcheggiato davanti al magazzino?»

Ricardo la fissò senza smettere di digitare. Parlò in maniera veloce, concitata.

«È bello parlare con te, giuro. Ragioni da scrittrice, costruisci un filo logico fra le informazioni che hai e cerchi punti deboli nella trama che stai ricostruendo nella tua testa affinché ti risulti credibile. Il punto è questo: se qualcosa è attaccato a una rete, è possibile accedervi solo se hai accesso al quella rete. Una rete è essenzialmente un insieme di computer e dispositivi connessi fra loro. Internet è la rete più grande che tu possa immaginare con milioni di computer connessi fra loro, ma anche due computer connessi a tre o quattro telecamere e un paio di serrande elettriche costituiscono una rete, ok?»

«Sì, ti seguo.»

Sandovan era tornato con lo sguardo al computer. Parlava mentre digitava rapidamente.

«Se io voglio accedere alla porta di quel magazzino per capire se è chiusa o aperta ed eventualmente serrarla, è indispensabile che quella porta sia connessa a una rete. Le porte di casa tua, probabilmente, sono delle normali porte in legno o ferro e non importa quanto uno possa essere bravo, l’unico modo di aprirle e chiuderle è quello di essere fisicamente in casa tua e usare la maniglia.»

«Giusto.»

«Ipotizziamo che siamo fortunati e quella porta è effettivamente controllata elettronicamente, cosa che non sappiamo. Per poterla controllare devo accedere alla rete a cui è connessa. Immaginalo come un viaggio. Inizio a esplorare la rete mondiale in cerca di una piccola rete privata. È come essere a New York e dover cercare un indirizzo su un’isoletta della Polinesia. Mi conviene iniziare le ricerche da qui o sarebbe conveniente essere nel porto dell’isola?»

«Nel porto, chiaro.»

«E la rete non è neanche detto che la trovi. Potrebbe essere isolata dal resto delle reti mondiali. Ma noi ora siamo qui davanti. Questo centro commerciale ha un wi-fi gratuito per i suoi clienti. Per me è un punto di accesso che può consentirmi di arrivare in un punto qualsiasi della loro infrastruttura. E se quella porta è controllata elettronicamente, da qualche parte è possibile trovare l’interruttore virtuale per azionarla.»

«Wow. Mi sembra che abbia senso. Nei film la fanno più semplice, hai ragione.»

«Ed ecco qua.»

«La serranda? È chiusa?»

«Le telecamere di sicurezza.»

Sullo schermo comparvero le immagini sgranate e in bianco e nero delle telecamere che puntavano all’interno del centro commerciale.

Ashley si fece l’idea che non fosse troppo grande. Una delle immagini era una ripresa dall’alto che puntava sulla una piazzetta con un chiosco chiuso e una fontana spenta. Le immagini sui corridoi del piano superiore mostravano una serie di negozietti semivuoti. Qua e là si aggiravano mamme che spingevano carrozzine e anziani che camminavano lentamente. Un gruppo di ragazzi scherzava davanti una vetrina. Due amiche si scattavano selfie provandosi i capelli in esposizione all’ingresso di una boutique.

Una delle serrande inquadrate era abbassata.

La serranda semichiusa. Il sangue che cola. Inciampo. Il caldo viscido sotto le dita. Il cranio sfondato  del proprietario del club. Il sangue che si secca sulle dita, sui pantaloni. Non si leva. L’odore di ferro del sangue. Il cervello umido e vischioso.

«Ed eccolo.»

Ricardo ingrandì una delle finestre. Il video era trasmesso da una telecamera installata all’interno del magazzino. Era in penombra e si distinguevano a fatica i dettagli. Dei grossi rettangoli di luce si proiettavano dai finestroni sulle casse accatastate alla rinfusa.

Era tutto immobile a parte una macchia chiara nella parte alta dell’immagine che con passo zoppicante dondolava avanti e indietro da una parte all’altra della parete sulla quale si apriva il corridoio che portava al centro commerciale. Come avevano immaginato, l’accesso al magazzino, da quel lato, era regolato da una grata. Come avevano temuto, era aperta. Come avevano sperato, era una grossa e pesante serranda verticale che non si sarebbe potuta azionare manualmente.

«È una serranda elettrica. Buon segno», disse Ricardo.

«Puoi abbassarla?»

Nel frattempo EC3-BR8 si era seduto proprio in prossimità del corridoio con la schiena appoggiata all’ingresso, sotto la la grata. 

«Se si incuriosisse e passasse di lì… Gli basterebbe attraversare quello spazio…»

«E sarebbe una strage. Stando alla mappa quel breve corridoio porta direttamente in un’area di servizio all’interno del centro commerciale. E non ci sono porte.»

«Cosa facciamo?»

Ricardo non le rispose. Sfiorò l’auricolare.

«Mel? Sei dentro? La serranda. Sì, dobbiamo abbassarla. Foxx non mi ha autorizzato a intervenite in altro modo. Fra quanto arriva la brigata d’intervento? Merda…»

Quelle persone sono in pericolo, pensò Ashley vedendo le due amiche che stavano comprando uno dei grossi cappelli che avevano provato prima. La giovane madre stava raccogliendo qualcosa caduto ai piedi del passeggino.

Scattò in piedi e saltò giù dal furgone. Ricardo si girò e provò ad allungare il braccio per fermarla.

«Ashley!»

Lei stava già correndo verso il centro commerciale.