Capitolo 8

Ma che mi salta in mente?

Ashley stava correndo di fianco al muro del magazzino in direzione del centro commerciale. Non sapeva se dal parcheggio all’aperto in cui Ricardo aveva lasciato il furgone c’era effettivamente un accesso. In fondo vedeva un muro in mattoni, ma l’ombra proiettata dal magazzino le faceva pensare che in fondo avrebbe trovato una svolta. Sperava di trovare un ingresso lì.

Quella che stava percorrendo era un stradina privata, un prolungamento del parcheggio largo circa tre metri. La stradina in asfalto rovinato e brecciolino era chiusa dal magazzino a destra e da un alto muro a sinistra. A parte qualche bidone arrugginito, un grosso cassonetto per i rifiuti e delle ruote di camion impilate, quello spazio era vuoto.

E quando sarò dentro? Cosa faccio? E se correndo qui fuori attraggo l’attenzione di quella bestia? Se sfonda una finestra?

Il perimetro superiore del magazzino alla sua destra era effettivamente percorso in tutta la sua lunghezza da finestroni. Aveva visto quel mostro saltare da un lato all’altro di quel vicolo, la notte precedente, da parete a parete, con un solo balzo. Non gli sarebbe stato difficile arrivare all’altezza di quelle finestre e sfondarle. Piombarle a dosso, dilaniarla con le zanne e le mani ossute. E se ci fossero stati altri accessi al magazzino? Magari appena svoltato l’angolo. Forse non era inquadrato dalla telecamera ma lì dietro si sarebbe trovata in uno spiazzo. La bestia l’avrebbe vista e…

Zitta Ashley.

Aveva percorso una ventina di metri e aveva già il fiatone.

Dovrei mettermi in forma.

Dal video della camera a circuito chiuso il magazzino non era sembrato così lungo. Non ne aveva percorso neanche metà. Rallentò e si guardò indietro. Ricardo non l’aveva seguita. Bene, lui avrebbe dovuto concentrarsi nel cercare di abbassare quella grata.

Percorse i metri restanti cercando di fare silenzio. Il mostro era al di là di quella parete, dentro l’edificio. Se l’avesse sentita correre si sarebbe potuto effettivamente agitare.

Quando arrivò all’angolo trannette il fiato. Camminava quasi sulla punta dei piedi per limitare il rumore che le scarpe stavano facendo sulla ghiaia. Si affacciò. Davanti a sé Ashley aveva un breve vicolo cieco. Sulla destra, dove era lei, il magazzino. Sulla sinistra svettava la parete posteriore dell’edificio del centro commerciale. Un piccolo muro, alto quanto il magazzino, chiudeva la stradina dopo cinque metri. Sulla sua parete di mattoncini rossi c’era una porticina in metallo. Ashley ipotizzò che quello dovesse essere il corridoio che collegava i due edifici.

Le scale di sicurezza del centro commerciale non davano su quel lato. Non c’era modo di accede al corpo degli edifici se non tornando indietro, facendo il giro dell’isolato e cercando l’ingresso principale.

Tanto vale lasciar stare e aspettare che arrivi chi deve occuparsi di questa vicenda.

Questo, ovviamente, dando per scontato che quella piccola porta sul corridoio fosse chiusa. Se fosse stato possibile accedere da là, avrebbe avuto davanti un modo veloce per accedere direttamente al centro commerciale. Un modo che consisteva essenzialmente nel passare davanti al mostro, a pochi metri da lui. Un suicidio.

E se anche ci riuscissi? Una volta che sono dentro cosa faccio? Urlo «Fuori tutti, c’è uno scimmione idrofobo invulnerabile che vuole massacrarvi?» Un buon piano.

Era inutile pensare a cosa avrebbe fatto dentro prima di riuscire ad entrare. Non sapeva quando sarebbero arrivati i rinforzi e non sapeva se Ricardo Sandoval sarebbe riuscito a chiudere quella grata. Pensava anche che come piano fosse piuttosto debole. Quella bestia si era fermata proprio all’ingresso del corridoio e non potevano escludere che il movimento della serranda lo avrebbe spaventato e fatto scappare proprio nel corridoio, e quindi nel centro commerciale dal quale volevano tenerlo lontano.

Ashley, sempre in punta di piedi, si avviò verso la porta in metallo. La ghiaia che scricchiolava debolmente sotto di lei era l’unico rumore che si sentisse, a parte le rade macchine che passavano su una strada che ora le sembrava lontana chilometri. Arrivata in prossimità della porta provò a ruotare la maniglia. Si abbassò completamente. Ashley trattenne il respiro. Spinse la porta più lentamente che poteva per controllare che fosse aperta.

Niente.

Prima di desistere, senza aver ancora rilasciato il fiato, provò a tirare la porta verso di sé. La porta ruotò silenziosamente sui cardini di qualche millimetro.

Oh merda, è aperta. E ora?

Tornare da Ricardo, controllare la posizione del mostro sul monitor, chiedergli se eventualmente avesse degli altri auricolari, coordinarsi… Tutto questo non sarebbe stato possibile. Non aveva tempo. Soprattutto dubitava della sua collaborazione, avrebbe impedito in ogni modo di lasciarla andare.

Ad Ashley venne un’idea. La sua mente prese a scomporre l’idea in mille fili che partendo da un centro comune si allungavano e si intrecciavano raccontando i mille possibili risvolti a cui sarebbe potuta arrivare. Tutti tragici.

Può andar storto in infiniti modi diversi. Pazienza. Questa avventura è l’unica cosa degna di nota che mi sia mai capitata e non ci sono pensieri negativi che mi impediranno di vivermela completamente.

Tornò sul lato più lungo del magazzino camminando un po’ più velocemente. Si guardò intorno. Nel ciarpame abbandonato ai lati del viottolo, fra le sterpaglie incolte cresciute disordinatamente sotto i muri, individuò un semicerchio metallico. Non aveva idea di cosa fosse, probabilmente il pezzo di un’automobile. Era arrugginito e bagnato dalla pioggia del giorno precedente, ma la cosa che interessa ad Ashley era il peso. Sollevò lo sguardo verso i finestroni del magazzino. Era circa a metà della lunghezza dell’edificio ma si spostò ancora un po’ più indietro.

Inspirò ed espirò profondamente un paio di volte per cercare di rallentare il battito del cuore che le rimbombava nel petto. L’odore di fango e umidità le riempì i polmoni.

Voleva attirare la curiosità del mostro verso il centro del magazzino in modo da allontanarlo dal corridoio e poter passare. Certo, l’animale sarebbe potuto scappare nella direzione opposta, o saltare sulle casse e quindi attraverso la finestra sfondata direttamente su di lei. O ancora, avrebbe potuto semplicemente ignorare li rumore e rimare lì dov’era in attesa di veder spuntare la testa di Ashley, staccargliela di netto e continuare a fuggire per la città.

Devo imparare a zittire il cervello.

Lanciò il pezzo di metallo verso la finestra e immediatamente sentì un dolore al braccio. Il pesante semicerchio prese a ruotare come un boomerang sbilenco. Seguiva una parabola. Troppo corta. Raggiunse una quota insufficiente e si abbassò troppo presto colpendo la parete con un rumore acuto. Cadendo verticalmente si schiantò su uno dei bidoni che Ashley aveva notato poco prima causando un boato e un fragore metallico che invase il viottolo.

Cazzo.

Ashley stava andando a raccogliere il proiettile improvvisato per tentare un nuovo lancio quando sentì una serie di rumori provenire dall’interno del magazzino. Non riuscì a distinguere esattamente di cosa si trattasse, erano una serie di suoni sordi, quasi ritmatici. Con la coda dell’occhio distinse un movimento verso l’alto.

Prese a fissare il finestrone sopra di lei. Poi la vide comparire. Una mano. Quelle stesse dita ossute come le zampe di un enorme ragno albino a cui la sua mente tornava a intermittenza dalla notte precedente, ogni volta causandole un brivido di disgusto. Durò solo una frazione di secondo, ma non aveva dubbi su quello che aveva visto.

Dopo qualche secondo la mano tornò ad affacciarsi. Questa volta batté sulla finestra. Nello scivolare verso il basso lasciò una striscia sul vetro di un rosso scuro sulla cui natura Ashley non si fece illusioni: sangue.

Ogni tre o quattro secondi appariva una zampa, qualche volta la destra, altre volte la sinistra. Sempre nello stesso punto. Non sempre riusciva a colpire il vetro.

Ad Ashley venne da vomitare. La colazione di parecchie ore prima si concentrò in una sfera di piombo al centro dello stomaco pronta a deflagrare. Le parve che l’odore di umido e ruggine si intensificasse invadendo il vialetto e aggredendole le narici. Era una puzza ferrosa che assumeva sempre di più i connotati di quella del sangue.

È solo nella mia testa.

La mano sinistra del mostro spuntò nuovamente. Questa volta, però, dopo essersi affacciata, non ricadde immediatamente ma rimase per tre interminabili secondi a esplorare il vetro. Forse era riuscita ad attaccarsi a qualcosa con l’altro braccio.

Adesso o mai più.

Ashley si diresse nuovamente verso verso la porta sul corridoio. L’istinto le diceva di correre, ma sapeva che se lo avesse fatto avrebbe fatto rumore con il rischio di attirare di nuovo quella cosa che per qualche motivo era interessata a saltare sotto una finestra.

Quando arrivò all’ingresso posò l’orecchio sul metallo ghiacciato. Le arrivava un tonfo ovattato e ritmico. Lontano.

Ci siamo.

Tirò lentamente la porta verso di sé. Per un attimo le sembrò di non sentire più il rumore dei salti, ma poi ricominciò furiosamente. Ogni tonfo era accompagnato del cigolio scricchiolante del legno. Era sulle casse.

Infilò la testa nell’apertura. Il corridoio era avvolto nella penombra, l’aria era umida. Alla sua destra vide l’ingresso con la dannata serranda, alzata come era certa che l’avrebbe trovata. Ricardo e l’altra persona, Melanie, non erano riusciti ad accedere alla rete o a trovare l’interruttore virtuale o quel tipo di cose che facevano. Da dietro le sue spalle continuava ad esserci un silenzio innaturale, come se quel posto fosse isola dal resto della città. Sperava di sentire le ruote di un furgone scricchiolare sulla ghiaia, il tramestio degli scarponi della “brigata d’intervento”, come l’aveva chiamata Sandoval. Sperava di potersi mettere da parte e tirare un sospiro di sollievo.

Invece niente. C’era Ricardo davanti a un computer, la bestia che saltava furiosamente sulle assi di legno e nessuna porta, nessuna parete fra Ashley e la furia di quegli artigli che aveva al posto delle mani. Nulla fra il mostro e le ragazzine del centro commerciale che si scambiavano selfie e cappelli.

E va bene, tocca a me.

Entrò nel corridoio più lentamente che potesse. Si rese conto di aver trattenuto il respiro così a lungo che il petto le bruciava ed espirò lentamente dalla bocca. Un passo, poi un altro. Era dentro. Richiuse la porta accompagnandola di millimetro in millimetro per timore che la lama di luce che tagliava a metà il corridoio potesse insospettire l’animale.

Ashley guardava verso il magazzino. Due pile di pallet accatastati vicino all’ingresso le impedivano di vedere completamente la parte destra del magazzino dove c’era la bestia. Camminando di lato iniziò a spostarsi verso il centro commerciale.

E si ritrovò in terra.

Il piede scivolò su qualcosa di viscido che aveva bagnato il linoleum. Ashley sbatté la testa violentemente contro la porta producendo un boato metallico. L’anca e il gomito sbatterono sul pavimento. Non capì immediatamente quello che stava succedendo.

Non di nuovo. Oddei, non è possibile che succeda di nuovo, due giorni di seguito.

Era sangue. Ancora, come la sera precedente, un incubo ricorrente nel quale continuava a ricascare. Sangue scivoloso e cadaveri sventrati e lei che entrava in questo incubo con le mani, con il corpo, cadendoci e rimanendo invischiata nelle viscere.

Per un istante le parve che il corridoio precipitasse in un buio più profondo, poi riuscì a mettere a fuoco quello che le era intorno. Un’ampia e lunga striscia di sangue partiva da metà corridoio, dove era lei, e terminava verso l’estremità che conduceva al centro commerciale.

Per una frazione di secondo pensò che l’ampia macchia di sangue fra la porta e la parete fosse scaturita dalla testa, in seguito alla botta data.

Sto morendo.

La razionalità le suggerì subito che non era possibile, che nel cervello non c’era neanche tutto quel sangue. Seguì con lo sguardo l’atroce pennellata di rosso scuro fino al cadavere di un uomo in abiti da lavoro. Tutta quella parte non era visibile dalla telecamera installata nel magazzino.

Volevi la gente in panico che fuggiva reggendosi le budella con le mani? Eccola.

L’uomo era riverso con la faccia verso il basso in una posizione innaturale. Un cordone violaceo partiva dall’altezza dello stomaco e strisciava nella scia di sangue come un osceno serpente enfio e bitorzoluto.

Quello che terrorizzò Ashley, però, più del dolore, più dell’intestino dell’uomo che sembrava fissarla dicendole “Tu sei la prossima”, era il silenzio. Non sentita più lo scricchiolare delle assi, i tonfi ritmati.

Il mostro si era fermato. L’aveva sentita. Sapeva che era lì.

Non morirò così.

Il dolore all’anca e al braccio, dirompente e improvviso, si stava espandendo in tutto il resto del corpo come un fluido caldo che invadeva i nervi. Ashley si trascinò verso il cadavere dell’uomo sfruttando il sangue che le rendeva più facile scivolare. Arrivò all’intestino.

Ricardo ha detto che queste bestie sono alterate. Cosa significa? Quanto posso ingannarlo? Sa contare?

Dal magazzino provenne un nuovo tonfo, poi il rumore di schiaffi dati sul linoleum, come quando si esce scalzi dalla doccia. Piedi nudi. Zampe nude che zoppicavano verso si lei.

Afferrò le budella. Erano calde e viscide. Con la gamba che le faceva meno male si spinse ancora verso l’uomo e si sdraiò affianco a lui buttandosi il suo intestino sul busto e sulla faccia. Abbracciò il cadavere per diventare un unico corpo.

Non ci cascherà.

Ashley dovette trattenere il vomito che le saliva in gola. Dalle viscere dell’uomo i cui umori le colavano sul naso e sulle labbra si sprigionava un afrore acido e rancido.

Perché non me ne sono andata a casa? Bastava prendere il taxi. Perché cazzo non sono rimasta sul furgone?

Il calpestio delle zampe del mostro continuava a farsi più vicino.

Ricardo l’avrà visto, avrà osservato tutto e capito, sta per intervenire, sta per salvarmi

I passi si interruppero.

Mamma…

Una mano ossuta le sfiorò la gamba.