Capitolo 9

Se sto ferma se ne andrà.

La puzza acida delle budella che strisciavano sulla faccia di Ashley non riusciva a nascondere l’odore ferino della bestia. Coma faceva a puzzare così tanto? L’aveva notato anche l’altra notte quando la zampa le aveva sfiorato la guancia.

Sentiva il respiro profondo e affannoso dell’animale che continuava a tastarla.

Ashley era impietrita, ma si sforzò di valutare le sue opzioni. Si chiese se il cadavere al suo fianco potesse essere quello di una guardia del grande magazzino. In tal caso, probabilmente, aveva con sè una pistola. Un’arma che non sarebbe riuscita ad estrarre dalla fondina e usare, però. Non sapeva nulla di armi. Se anche ci avesse provato, con ogni probabilità si sarebbe ritrovata con la bestia che le strappava la giugulare a morsi mentre provava a levare la sicura.

L’animale continua a tastarla come fosse stupito e curioso. Forse il suo cervello primitivo aveva memorizzato l’immagine di un solo corpo e in quel momento si chiedeva perché ne vedesse due davanti a sé.

Afferò con entrambe le mani la gamba di Ashley. Ashley cercò di non urlare mentre il mostro aumentava la forza della stretta e iniziava a torcere la gamba.

Una fragore metallico rimbombò all’interno del magazzino. Ashley pensò che fosse caduta una cassa, una di quelle su cui lo scimpanzé si era arrampicato.

Immediatamente le mani si staccarono dalla sua coscia.

Il secondo boato l’aiutò a mettere a fuoco quello che stava accadendo. Era un forte colpo assestato contro una delle due saracinesche al lato opposto del magazzino. Lì dove era parcheggiato Sandoval.

I piedi del mostro caracollarono veloci lontano da lei.

Ashley, con la tutta la lentezza che le era possibile, torse il collo quel tanto che bastava per controllare che si fosse effettivamente allontanato. Vide le gigantesche spalle albine e la testa tonda e pelosa a metà del magazzino. Stava correndo dondolando verso le serrande sulle quali si schiantò per la terza volta qualcosa che le fece vibrare rumorosamente. Espirò profondamente. 

Ashley scostò gli intestini dalla faccia e si rimise in piedi. Sentiva male ovunque. Stette attenta a non scivolare nuovamente sulla pozza di sangue vischioso nella quale si trovava.

Pensò che era stata così intenta a cercare di entrare in quel dannato posto che ora non sapeva cosa fare. Qual era il suo piano? Le tornò alla mente l’immagine delle tre ragazze, giovani e felici, che si misuravano i cappelli. Alla giovane madre che spingeva la carrozzina. Inspirò l’odore del sangue. Non doveva accadere di nuovo.

A pochi passi da lei il corridoio terminava e ne incrociava un altro che andava da destra verso sinistra. Si affacciò. Come avevano visto dalla planimetria non c’erano porte. A pochi metri da lei, su entrambi i lati, vedeva che il muro che aveva davanti terminava e si apriva verso qualcosa. Forse quel muro era solamente un divisore fra il magazzino e il corpo del centro commerciale.

Ashley si muoveva trascinando i piedi. Sentiva il bacino scricchiolarle dolorosamente ad ogni passo. Si girò un’ultima volta per controllare la bestia che era arrivata in fondo al magazzino e stava colpendo le serrande con i pugni rispondendo ai colpi che provenivano dall’esterno.

Svoltò l’angolo.

Aveva bisogno di un piano. Avrebbe potuto cercare un bagno, chiudersi dentro, incendiare della carta in un bidone e uscire correndo in mezzo al fumo gridando all’incendio. Immaginava la scena: la gente l’avrebbe vista, si sarebbe spaventata e i negozi sarebbero stati evacuati. Poteva funzionare? Forse. Qualcosa poteva andare storto? In un milione di modi diversi.

Ma dove avrebbe potuto trovare un accendino? Quanto tempo avrebbe impiegato per trovare un bagno, assicurarsi che fosse vuoto, aspettare che si sviluppasse un piccolo incendio che facesse abbastanza fumo, ma che non fosse effettivamente pericoloso per le persone e l’edificio? Probabilmente avrebbe impiegato così tanto tempo da rendere il tentativo superfluo. Doveva agire immediatamente.

Si prese un secondo per osservarsi le mani. Tremava per l’agitazione e il dolore. Erano sporche di sangue. Immaginò di guardarsi da fuori: i capelli appiccicati al viso, il cappotto sul quale probabilmente erano appiccicati brandelli di budella. Zoppicava. 

Non aveva bisogno di alcun “piano”.

Appoggiò una mano al muro divisore e vi lasciò una striscia bordeaux. Svoltò l’angolo. Era dentro.

Come aveva intuito dalle videocamere, il centro centro commerciale era piccolo e doveva aver conosciuto tempi di maggior prosperità. Molte serrande erano abbassate, i pochi negozi quasi vuoti. I visitatori ciondolavano pigramente nell’ampia piazza centrale o sui balconi del secondo e ultimo piano della struttura. Era essenzialmente un’accozzaglia di esercizi, per lo più etnici, prossimi alla chiusura. Questo era un bene.

Davanti a lei, sedute su una panchina vicino alla fontana morta e senza acqua, una signora di mezza età discuteva con una ragazza parecchio più giovane, probabilmente la figlia.

Ashley entrò in azione. Avrebbe voluto correre ma ogni passo era una coltellata nel bacino e una scarica di dolore in ogni nervo nella gamba destra.

«C’è un uomo armato!» urlò con quanto fiato aveva in gola. Era la prima cosa che le era venuta in mente per spingere la gente lontano da lei e non in suo soccorso.

La signora sulla panchina si girò di scatto verso di lei e spalancò gli occhi. Il caffè che aveva in mano le cadde per terra. La ragazza che era con lei ebbe un istante di esitazione e iniziò a urlare. La donna fu più pronta, si alzò e l’afferrò per il braccio tirandola in piedi.

Nell’altro angolo della piazza, un ragazzone grasso seduto ad un fastfood in una sedia dalla quale strabordava si voltò verso Ashley. La patata fritta che si stava infilando in bocca gli cadde dalle labbra. Cercò maldestramente di mettersi in piedi. Si ritrovò per terra con il sedere ancora incastrato nella sedia sedia e cercò di fuggire verso l’uscita a quattro zampe.

Dal retro del fast food uscì un ragazzo armato di una padella.

Ashley si portò la mano alla pancia e si piegò ulteriormente, poi iniziò a zoppicare verso il centro della piazza. Era importante che la vedessero anche dalla balconata del piano superiore.

«Ha un fucile!» gridò di nuovo per scoraggiare le intenzioni di chiunque volesse avventurarsi nel magazzino armato di un tegame o una scopa.

Un signore basso, pelle bruna e baffoni, si scapicollò fuori da negozio di bigiotteria, investì l’espositore all’ingresso facendolo cadere in un’esplosione di perline, e si precipitò fuori dall’edificio prendendo a spallate le porte di vetro dell’ingresso.

Il gruppetto di tre amiche si affacciò dalla balaustra. Una di loro vide Ashley e prese a urlare disperatamente, un’altra aveva il cellulare in mano e iniziò a riprendere la scena prima che venisse strattonata indietro dalle amiche.

Nel giro di pochi secondi si scatenò il panico.Ashley era al centro della piazzetta. Intorno a lei un numero di persone che non aveva sospettato fossero nell’edificio stavano correndo verso l’uscita. Un bambino piangeva mentre la madre lo strattonava giù per le scale mobili. Una coppia di signori sulla settantina si stava scapicollando fuori da una boutique. Lei era in mutande e trascinava dietro di sé un cappotto mentre lui la tirava energicamente.

Qualcuno le infilò una mano sotto il braccio.

«Ce la fai a scappare?»

Era un ragazzo alto dai tratti sudamericani con i capelli cortissimi e un pizzetto curato. Indossava una tutta la lavoro simile a quella che Ashley aveva visto sul cadavere nel magazzino.

«Sto bene, non preoccuparti, tu vai!» urlò Ashley.

«Non ti lascio qui», disse sicuro, quasi sollevandola.

Ashley si chiese se davvero le persone aspettassero solamente l’occasione giusta per voler fare gli eroi. Chi era quel ragazzo? Per quanto ne sapesse lui, stava rischiando la pallottola di un Kalashnikov nella schiena per aiutare una sconosciuta. Magari era della BEE. Erano arrivati finalmente. No, era impossibile. Indossava la stessa tutta del cadavere nel magazzino.

Decise di non opporsi. Le persone stavano scappando. Il panico si era diffuso come fuoco in in una foresta di alberi secchi. Era bastato che una seconda persona urlasse, che qualcuno iniziasse a correre, perché l’istinto più primordiale avesse preso il sopravvento trasformando gli individui in elementi anonimi di un branco che cercava la fuga. Era come vedere un documentario con le gazzelle inseguite da un leone, un unico corpo che scappava compatto muovendosi all’unisono coordinato dal puro istinto.

Quelle persone era in salvo — e lo erano grazie a lei —, aveva senso cercare di confondersi fra di loro. Appena fuori dal centro commerciale avrebbe provato a sgattaiolare via, magari buttare il cappotto dopo essercisi pulita la faccia. Così avrebbe evitato domande, non avrebbe dovuto rispondere alla polizia che qualcuno sicuramente aveva allertato. Aveva guadagnato tempo, la BEE sarebbe intervenuta a momenti. Almeno lo sperava.

Il ragazzo che la spingeva si appoggiò più pesantemente alle sue spalle. Ashley rischiò di inciampare, ma allungò la gamba — una fitta lancinante le percorse il corpo fino alla schiena — e riuscì a mantenere l’equilibrio. Si girò.

Il ragazzo era a terra. La osservava con gli occhi sgranati. Era stupito, più che spaventato. La bestia era appoggiata con i piedi alle sue spalle, piedi prensili le cui lunghe dita dalle unghie massicce e giallognole erano aggrappate al corpo del ragazzo come un uccello appollaiato su un ramo.

Ashley avvertì un sentimento bruciarle nello stomaco. Immaginava che sarebbe stata investita da un torrente di terrore, ma quello che la riempì fu sconforto e frustrazione. E rabbia.

Non è servito a nulla

Era di nuovo nello stesso incubo, sempre a pochi passi dal mostro. E ancora sangue, e un’altra volta lei che impotente osserva la vita di gente ignara e innocente che veniva sradicata da quella cosa immonda.

L’animale la ignorava. Aveva portato le mani intorno alla testa del ragazzo che superato lo shock stava urlando in maniera disperata. Lo scimpanzé giocava violentemente con la testa come se ne fosse incuriosito, come se si stesse chiedendo perché gli uomini fossero così deboli rispetto a lui, perché le loro teste fossero attaccate così blandamente al corpo.

Ashley sì guardò intorno. Era proprio al centro della pizzetta. Vicino a lei c’era solo il chiosco delle bibite chiuso e una panchina. Qualcuno, nella fuga, ci aveva abbandonato una busta. Ashley l’afferrò. Era leggerissima, forse conteneva vestiti. Con quanta forza riuscì a trovare nel suo corpo, effettuò una rapida rotazione verso la bestia facendo prendere velocità alla busta come fosse un disco olimpico. La lasciò andare.

Il tiro non poteva mancare un bersaglio così vicino.

Si voltò e iniziò a correre verso l’uscita. Con la coda dell’occhio le sembrò di cogliere che la testa del ragazzo fosse girata in una posizione innaturale attaccata ad un collo molle che non sarebbe dovuto essere così lungo. 

Una nuova fitta alla gamba le fece mettere un piede in fallo. Si piegò in avanti cercando di mantenere l’equilibrio e andò a sbattere contro il bancone del negozio che vendeva kebab.

Lo scalpiccio rapido di quegli orrendi piedi nudi  riempì l’atrio vuoto del centro commerciale.

Ashley si voltò. Il mostro era a mezz’aria a non più di tre metri da lei. I loro sguardi si incrociarono, quello dell’animale era lo specchio di un abisso nero di nulla. La bava che vomitava dalla bocca lasciava una scia di fili sudici nell’aria.

Almeno ci ho provato.

Ashley ebbe la netta impressione di aver perso il controllo del corpo, come se i nervi che partivano dal cervello e trasportavano gli ordini agli arti fossero stati recidi dal panico.

E accadde l’inatteso.

La bestia fu investita da una pioggia di schegge di vetro. Ashley non riuscì ad individuarne la provenienza. Si portò un braccio davanti agli occhi per non esserne investita. Sentì che il corpo rispondeva nuovamente al suo controllo e si buttò dietro il bancone.

Sentì un tonfo pesante che sovrastò il rumore dei vostri infranti che tintinnavano per terra . Le sembrò che lo scimpanzé emettesse un verso soffocato.

Si affacciò da dietro il ripiano del negozio di kebab.

Al centro di un lago di schegge di vetro, un uomo con un lungo camice bianco era piegato su un ginocchio e teneva bloccata la bestia da dietro con un braccio intorno al collo. Era un uomo di mezza età con i capelli argentati e il viso lungo e squadrato. Il camice non riusciva a nascondere un corpo snello e muscoloso stretto in un vestito nero.

Nelle labbra sottili stringeva una siringa.

Ashley si chiese quanto dovesse essere forte quell’uomo. Chi era? Da dove era spuntato fuori? Tratteneva lo scimpanzé con un solo braccio e una gamba piantata nella schiena. Adesso che poteva osservarla bene, si rese conto realmente di quanto fossero gonfi i muscoli dello scimpanzé. Il collo teso era largo quanto la coscia di Ashley, i pettorali sembrano tendere la pelle bianca e glabra fino a farla scoppiare. Eppure quell’uomo sembrava trattenere l’animale senza sforzo.

Con il braccio libero recuperò la siringa dalla bocca e ne iniettò il contenuto nel braccio nel mostro.

È finita. Sono arrivati.

Ashley si tirò su e spuntò dal bancone. L’uomo alzò immediatamente la testa verso di lei. Poteva essere un effetto della luce, ma le sembrò distintamente che avesse gli occhi, vagamente orientali, di due colori diversi: uno di un azzurro gelido e l’altro così nero da non permettere di distinguere la pupilla dall’iride.

«Per fortuna siete arrivati in tem…» iniziò Ashley. Ma le parole le morirono in gola.

Con un gesto fulmineo l’uomo lasciò andare la siringa e aprì il camice. Ashley scorse una serie di oggetti grigi e neri che lo foderavano. Le sembrò che la mano dell’uomo emettesse un baluginio azzurognolo. Non vide neanche il braccio tendersi verso di lei.

Abbassò la testa e lo stupore arrivò prima del dolore. Un bisturi, piantato nella spalla, le spuntava dal cappotto.